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domenica 11 agosto 2013

DRAMMI in SOL(e) minore

Drammi. Sciagure. Omicidi. Suicidi. 
Un aumentare sempre e costante di cose brutte che hanno per protagonisti ragazzi. Ci si stupisce, si rimane indignati il tempo di una notizia di tg. Poi la vita continua. I più sensibili ci ripensano qualche volta, ne fanno argomento di discussione con parenti o amici, ma la realtà non sembra dare segni di cambiamento. Anzi, pare proprio che lo stile sia quello del peggioramento. Lo dico senza pessimismo, ma con molto realismo. Lo dico con la mano sul polso di una parte della popolazione giovanile che mi è affidata, nell’angolino di mondo che mi è stato concesso di abitare. 
I problemi sono tanti. Troppi, grossi, complessi. I ragazzi, che escono dall’infanzia e vengono catapultati in una preadolescenza che sa già di vita vissuta e masticata, non hanno la forza per reggere alla battaglia della vita. Entrano così nell’adolescenza già stanchi, già delusi, già feriti, a volte a morte, da situazioni di crisi di cui non sono pienamente responsabili. Arriva allora la disillusione, che paralizza la voglia di fare, di cambiare, di riscattarsi, di sognare e desiderare un’altra vita. Un’adolescenza paralizzata che non riesce e non vuole sperare in una vita nuova, in una risurrezione, già in questa esistenza. Il problema educativo è sotto gli occhi di tutti e sulla bocca di tanti. Ma le cose continuano a non cambiare. Sarà questo il vero e più tremendo effetto della “crisi” di inizio millennio? Sarà questa sorta di paralisi generale che non permette di migliorare ciò che deve essere migliorato e di riscattare ciò che è imprigionato e senza vera libertà? Ai drammi giovanili prevedibili si aggiungono le sciagure, in casa nostra o in quel mare che pare la via di fuga verso una nuova vita, ma che spesso, troppo spesso, si trasforma nel sarcofago che seppellisce ogni speranza.
Abbiamo bisogno di Luce e di una Vita nuova. 
Basta nasconderci! 

Drammi in sol(e) minore del secondo fine settimana di Agosto, anno del Signore 2013. 
Ed è questo il punto: son passati duemila anni! 
- Roma, suicida 14enne gay, deriso ed emarginato, ragazzo si lancia nel vuoto da terrazzo. 
- Roma, accoltellato nella notte tra sabato e domenica un ragazzo 17enne. 
- Napoli, 18 e 17enne, rapinatori, investiti e uccisi dall’uomo rapinato. Il primo, padre di una bimba di due mesi. Il secondo sarebbe diventato padre domani. 
- Catania, morti annegati sei ragazzi minorenni egiziani, nel tentativo di sbarcare sull’isola. 
- Grosseto, 21enne fermato per aver accoltellato un uomo per motivi di droga. 
- Riccione, una settimana fa ragazzo di 17 muore per mix di alcool e Mdma.




giovedì 3 maggio 2012

"NON LA PASSERETE LISCIA!"

Nei giorni scorsi si è finalmente concretizzato un desiderio che portavo nel cuore da tanto tempo: portare i ragazzi che il Signore mi ha affidato in uno dei luoghi che più ha segnato la mia vita e, in qualche modo, l’ha cambiata per sempre. Ho chiesto a loro, mesi fa, la disponibilità a visitare la città di Perugia, seguendo alcune orme, non tanto note, del santo di Assisi, il frate Francesco, poverello amico di passeri e lupi e di sorella nostra Povertà. Alcuni hanno risposto all’invito e siamo così partiti per capire in che modo complicarci un po’ l’unico ponte di vacanza nel calendario scolastico di quest’anno. Sono tornato insieme a loro dopo esserci stato dieci anni fa, quando avevo la loro stessa età, quando provavo le loro stesse sensazioni, quando mi divertivo nello stesso modo in cui si divertono loro, quando avevo le stesse paure, gli stessi sogni, la stessa voglia di essere felice. Li ho accompagnati, aiutato dalla preziosissima presenza dei loro educatori, sulle strade della celebre Gubbio, la città in cui il lupo è diventato più mansueto di un agnello, a scoprire la bellezza di alcune vite spese unicamente per l’unica cosa che conta, Dio. Vite abbondantemente donate a Lui, quasi “sprecate”, come l’olio di nardo contenuto in quel prezioso vasetto di alabastro, che l’amore di una donna non ha esitato a infrangere per onorare l’uomo da lei amato. Donne che da anni vivono un po’ nascoste dal mondo per cercare nel silenzio e nella meditazione l’Amore e la Luce che vengono solo da Dio. Amore e Luce che uscivano dai loro occhi e che hanno illuminato per più di un’ora quei ragazzi un po’ stanchi da un viaggio iniziato quando ancora il sole non era sorto. Amore e Luce che li ha resi un po’ più belli. Perché l’Amore e la Luce che vengono da Dio, se respirati anche solo per un istante, donano la bellezza del cuore e anche del volto. Non lo dico io, che posso essere di parte nei loro confronti. Lo hanno detto proprio loro, queste due piccole sorelle del Signore, che vivono alla maniera di santa Chiara. Lo hanno detto anche quelle gentili persone che hanno cucinato per noi e quelle che ci hanno ospitato presso un monastero, in cima a un ripido monte. Lo ha detto anche un semplice e anziano fraticello, che seppur non proprio intonato, ha saputo ricordaci che “son più pericolosi i lupi a due gambe di quelli a quattro”. E, di questa bellezza che li ha un po’ cambiati, se ne sono accorti anche loro. Li ho visti attenti, anche a tarda sera, dopo una giornata davvero faticosa, quando due frati li hanno provocati a riflettere su quanta dignità ha la loro vita: “tu sei un re!”, “tu sei una regina!”, non si spreca la vita di un re o di una regina, ma si farà di tutto per renderla preziosamente bella e piena! 
Non so cosa abbiano ritenuto più importante in quei tre giorni. A vederli più belli, più buoni, più veri mi sono commosso e ho potuto dire grazie a quel cielo, che ancora una volta, dopo dieci anni, mi ha riempito la vita di doni, anche inaspettati e un po’ casuali. Ma se è vero - come è vero - che il caso non esiste, il nostro grazie sale ancora una volta a quell’Amore che dal cielo continua a riempirci la vita di gioia.



Grazie, Perugia! 
Grazie, ragazzi!  
E grazie a te, frate Francesco!


sabato 3 marzo 2012

QUATTROCENTONOVANTA


I primi passi di questo mio cammino, che sta arrivando quasi alla sua meta, li ho mossi perché impaurito. E’ stata la paura per un uomo a farmi alzare da quelle scale, è stato il timore che quel ragazzo, la sua richiesta, il suo apparirmi più morto dei morti, potessero farmi del male. Dalla paura, da una paura male interpretata, mi sono alzato e ho iniziato a camminare.
Poi son successe tante altre cose.
Ma una costante mi ha accompagnato in questi anni: l’accorgermi di come la paura riesce a ferire o a paralizzare più della cosa stessa temuta.
Lo trovo poco normale e un po' mi infastidisce.

Mi infastidisce la paura per le parole.
Mi infastidisce la paura per le persone.
Mi infastidisce la paura di dire la verità.
Mi infastidisce la paura di dire per una volta che le cose non vanno bene.
Mi infastidisce la paura di mostrare i propri difetti.

Mi infastidisce chi ha paura dei suoi amici.
Mi infastidisce chi ha paura di ricevere amore.
Mi infastidisce chi ha paura di perdonare o di essere perdonato.

Potrei continuare, ma in questi giorni vivo questi fastidi, non altri. 


L’altro giorno, mi trovavo in una classe di un liceo classico, una quinta superiore. Parlando un po’ della mia storia mi è capitato di aprire una piccola parentesi tra le cose che stavo loro dicendo. Riguardava l’importanza del perdono, l’importanza di mettere da parte quel grande o piccolo torto che abbiamo subìto per poter godere della cosa che conta di più: la vera amicizia, quella per la quale il buon Dio ci insegna a donare la vita. Suggerivo loro di sbrigare in fretta le litigate che avevano aperte, perché nella vita può darsi che improvvisamente non ci sia più tempo per farlo. Suggerivo loro di perdonare con manica larga, anche a costo di fare la figura dei fessi, anche a costo di sembrare ridicoli.
Le loro domande e i loro pareri mi hanno fatto capire che per alcuni avevo toccato un nervo scoperto: “La forza di perdonare qualcuno che continua a farti del male non è umana e forse non è nemmeno giusto perdonare chi non se lo merita e chi non chiede di essere perdonato”.

Mi avevano descritto quella classe come una “bella classe”. In senso ironico. Eppure la bellezza di quella classe è stata reale, concreta, piena. E l’ho riscontrata nei loro occhi quando mi fissavano vivi, parlando loro dell’importanza di perdonare tante volte.

 “Quante volte?
Settanta volte sette.
Non umano, divino!

p.s.: dedico questa canzone a loro e a chi leggerà. Mi sembra car-ina.



mercoledì 2 novembre 2011

GOOD ALONE, AMAZING TOGETHER!

Quando passa l’estate e le vacanze lasciano il posto ad un nuovo anno lavorativo, ci prende spesso un sentimento, che sa un poco di tristezza e un poco di nostalgia. Quando passa l’estate e il caldo di quei giorni, si riaprono le ante degli armadi, per recuperare qualche maglione, qualche felpa, una giacca un po’ pesante. E tutti i giorni sembrano un po’ più pesanti. Si dice che la vita riprende il solito “tran-tran”, che tutto torna come prima, che anche la natura si intristisce e pare morire. Le piante perdono le foglie, il cielo diventa grigio, le giornate si accorciano...
I colori sembrano venire meno. 
Ok. Fin qui la parte melanconico-romantica del racconto. Ma la realtà è ben diversa. Almeno per quanto abbiamo potuto vedere, incontrare e vivere. I colori. I colori sono stati i protagonisti di un viaggio durato tre giorni. Destinazione: Firenze. Mete aggiuntive: Barbiana e Loppiano. Un giro toscano per una novantina di ragazzi e ragazze adolescenti, dei primi tre anni di scuola superiore, e per i loro educatori. Un’uscita, un viaggio, un pellegrinaggio. Forse qualcosa in più. Classico, ma non troppo. Una visita caratterizzata dai colori. Li abbiamo notati appena giunti presso Barbiana, mentre salivamo la strada in collina, che porta alla chiesetta di S.Andrea, alla casa-scuola di don Lorenzo Milani e al piccolo cimitero in cui il corpo di questo prete geniale riposa. Colori vivi, colori accesi, di piante, di cielo, di natura. Son colori visibili ad occhio nudo, ma non solo. Oltre all’apparenza delle foglie, abbiamo scorto le sfumature dei racconti di Michele, ex alunno della scuola di Barbiana. Sfumature che sanno di passione, di una vita spesa ad insegnare e ad imparare l’arte del vivere, la bellezza delle parole e la capacità di stare al mondo vivendo appieno la propria libertà. Michele non ha citato direttamente una delle frasi più famose di don Milani (quella di un calcio nel sedere domani per ogni parola sconosciuta oggi), ma durante il racconto della storia di Lucianino, allievo proveniente da una cascina a un’ora e mezza di strada dalla scuola, ci siamo tutti stupiti al sentire quanta fatica un tempo si faceva per non perdere neppure un giorno di scuola, quanta importanza le veniva data dagli alunni (o, come si dice a Barbiana, “creature”), dai genitori e dall’unico insegnante, che era don Lorenzo stesso. “Signor Priore, noi non siamo del suo popolo, noi stiamo dall’altra parte del monte, ma vorrei chiederLe di poter mandare nostro figlio alla sua scuola, perché non voglio che Lucianino rimanga tra noi meschini, capaci soltanto di fare l’”o” col fondo dei bicchieri”. Queste le parole di una madre, della madre di Lucianino, che chiedono a don Milani di prendere nella sua piccola scuola anche suo figlio, perché non rimanesse nell’ignoranza meschina e buia, perché crescesse imparando la bellezza dei colori della vita.
A protezione di quella scuola, come patrono di ogni studente, un santo monachello (Santo Scolaro) col libro di fronte al volto per far si che ogni studente possa immedesimarsi in lui, rappresentato in un mosaico di vetro. Bello, simpatico, colorato! Ci ha accolti poi una città fiorita: Firenze, immersa ancora in un clima tardo estivo, illuminata da un caldo sole che ci ha mostrato le bellezze di questa opera d’arte di città. L’abbiamo attraversata e visitata, a piccoli gruppi, con il sorriso sulle labbra, con la semplicità di un grande gruppo di amici. Qualcuno, incontrandoci, ci ha fatto i complimenti: perché eravamo in tanti (ma questo ha la sua relativa importanza), perché siamo stati educati, ma soprattutto perché siamo apparsi come “persone belle!”. Non so da cosa sia dipeso. Qualcosa, forse, la si è capita durante l’ultima giornata di viaggio, passata a Loppiano. In questa città abbiamo assistito alle testimonianze di numerosi giovani e famiglie appartenenti al movimento dei Focolarini, che hanno scelto di vivere la loro vocazione di cristiani nella forma di una comunione di vita, puntando tutto sull’ideale evangelico dell’essere una cosa sola. La caratteristica di Loppiano è l’internazionalità: fondata una cinquantina di anni fa, è nata dal grande sogno di Chiara Lubich: far nascere un luogo dove persone diverse potessero vivere insieme da fratelli, per mostrare che un mondo diverso può esistere. Ed esiste davvero! La messa di Tutti i Santi, celebrata insieme alla comunità locale, è stato un momento di intensa preghiera: animata dai giovani “Gen”, concelebrata con alcuni sacerdoti del posto, tutti noi ci siamo accorti della grande partecipazione a quel momento, forse anche aiutata dalla bellezza della chiesa in cui abbiamo celebrato l’Eucaristia. Le vetrate colorate, rappresentanti i misteri principali della nostra fede, illuminate dal sole di mezzogiorno, proiettavano su tutti noi i colori più belli. Vere anche per noi, allora, le parole della Lubich, che per spiegare l’esperienza dei Focolari diceva: “Il segreto è quello di aver rischiato la vita per il più grande ideale: Dio!”. Forse questi nostri giorni sono stati un po’ così: “rischiati”. “Rischiati” perché eravamo davvero tanti e quando si è in tanti a volte qualcosa di importante può sfuggire; “rischiati” perché non tutti ci si conosceva e il non conoscersi è spesso il motivo che frena dal vivere nuove esperienze; “rischiati” perché... abbiamo vissuto delle divertenti esperienze di incontri “notturni”. Ma questi, se permettete, rimarranno nostri ricordi. A tutti noi rimangono questi e tanti altri ricordi: i sorrisi, i canti, la semplicità e la simpatia di ragazzi adolescenti, che contrariamente a quanto si dice, hanno voglia di vivere una vita vera e piena; l’impegno dei giovani che regalano la loro vita come educatori; il desiderio di camminare ancora insieme, “rischiando la vita per l’ideale più grande: Dio!”.
E se anche tornando a casa abbiamo trovato la nebbia, il freddo, qualche foglia in meno sugli alberi, non fa nulla: i colori della vita e della fede vissute insieme ci hanno caricati, come in un sogno, fino alla prossima bella stagione.



Bella vita la nostra?
Sì!

giovedì 20 ottobre 2011

"IL RAGAZZO HA TALENTO!"

Il ragazzo ha talento!” 



Ha capito una cosa importante. Ha avuto una intuizione condivisibile e condivisa da molti, messa in pratica, forse, da un po’ di meno. Le parole dette in questa canzone di Niccolò Fabi parlano tanto: nelle immagini belle, simpatiche, leggere. Giovani. Sì, giovani! Senza ideologie o nostalgie. 
Agli adolescenti che ci sono stati affidati. 
A tutti...loro.

Non si può cercare un negozio di antiquariato in via del corso” 
Inutile è cercare una cosa preziosa, la direzione che ti spetta per essere te stesso, in un posto affollatamente caotico. La via del corso, il corso d’opera, il “diem” da cogliere a poco a poco, man mano che si va avanti, quell’importante viaggio che supera la meta.... Che confusione! 

Ogni acquisto ha il suo luogo giusto e non tutte le strade sono un percorso” 
Eccolo, eccolo il cammino! Ecco la meta, ecco la rotta da seguire: un percorso, non una strada, non un’evasione, non un branco, che si eccita di indignazione, non un fuoco da spegnere per aver sbagliato, non mani da mordersi per il rimorso, non rimpianti disillusi o rassegnati “vabbè”! 

Raro è trovare una cosa speciale nelle vetrine di una strada centrale.
Per ogni cosa c'è un posto ma quello della meraviglia è solo un po' più nascosto” 
 Meraviglia, stupore, passione. Voglia di conoscere. Lo diceva già Aristotele: “Prima meravigliati e poi conoscerai!” Cosa speri di trovare e capire se smetti di meravigliarti e di sperare? Troverai te stesso, forse, un po’ più vecchio. 

Il tesoro è alla fine dell'arcobaleno che trovarlo vicino nel proprio letto piace molto di meno” 
Cosa mi chiedi? 
Di capire. 
Che cosa? 
Come fare?
A far che? 
A trovare il tesoro. 
Che cos’hai nello zaino? 
Una tempesta, può bastare? 
Per iniziare, ovvio. 
E poi? 
E poi c’è l’arcobaleno. Ma prima fatica a cercarlo. Fatica a trovarlo. Fatica a crearlo. 

Come cercare l'ombra in un deserto o stupirsi che è difficile incontrarsi in mare aperto. 
Prima di partire si dovrebbe essere sicuri di che cosa si vorrà cercare dei bisogni veri. 
Allora io propongo per non fare confusione a chi ha meno di cinquant'anni 
 di spegnere adesso la televisione” 
Non partire se cerchi quell’ombra a sud. Non salpare se vuoi la compagnia di qualcuno nel mare dell’ovest. Non siamo gli unici a dirti che hai bisogno di una meta, di un sole che ti scaldi, di una polare che ti guidi, di un amore che ti ispiri, di una patria da sognare. Aspetta, fermati, in silenzio. Fai tacere e ascolta! Impara, una buona volta ad ascoltare il silenzio. Sentirai, alla fine di ogni suono, due battiti e una pausa: il tempo dei tuoi ricordi e lo spazio del tuo desiderio. 
Un sogno da realizzare. 

Non si può entrare in un negozio e poi lamentarsi che tutto abbia un prezzo se la vita è un'asta sempre aperta anche i pensieri saranno in offerta” 
Puoi andare lo stesso. Subito. Attento alle scottature e ai colpi di freddo. Le prime ti tolgono la pelle di dosso, anche se a procurarsele ci si diverte un sacco. Le altre, più facili e comuni, ti rallentano e possono intristirti. Non lamentarti: né il caldo né il freddo son male, è come ti ci metti nella vita che può fare la differenza. 

Ma le più lunghe passeggiate le più bianche nevicate e le parole che ti scrivo non so dove l'ho comprate di sicuro le ho cercate senza nessuna fretta” 
Mi sembra una bella assicurazione, no?



Perché l'argento sai si beve ma l'oro si aspetta



venerdì 13 maggio 2011

PAUSA…

...lettura.
Continua, lentamente, la scalata verso il 63° esame. E continua pure la lettura dell’autore del mese aprilemaggio, Volo.

Intrinsecamente, semi di verità son dispersi qua e là in tutto lo spazio e il tempo di questo universo, così amorevolmente creato parecchi anni fa. Così capita di imbattersi anche in pagine interessanti. Pagine reali, meglio, realistiche, che ti fanno pensare che alla fine siam tutti sulla stessa barca. E, se la barca sta affondando, è il caso di darsi da fare per aiutare a salvare il maggior numero di vite. Nonostante tutto.
Lo scopo di questo blog è condividere un po’ di cose che mi fanno bene, nella speranza che lo possano fare anche a chi legge.
Allora condivido. Chissà se è reato…

Una sera, quando ero piccolo, mi ricordo che con la mia famiglia e quella di Nicola siamo andati al luna-park. Prima di ritornare a casa siamo andati in una bancarella di pesci rossi, quelle dove devi tirare le palline nei vasetti, e se fai centro vinci un pesce.
Volevo assolutamente un pesce rosso.
Si poteva scegliere: o lo compravi o provavi a vincerlo. Mio padre mi disse: «lo compriamo?». Io risposi di no e decisi di giocare. La ragazza incassò i soldi e mi portò dieci palline colorate. Le mise in un cestino come quello che aveva mia sorella sulla bici Graziella e mi disse: «Buona fortuna».
Dieci tiri, avevo dieci tiri, dieci possibilità. Al quinto tiro non ce l’avevo ancora fatta, guardai nel cestino e quell’effetto scenico delle palline colorate era decisamente meno appariscente. Tirai la sesta, niente. Settima, macché. Ottava nemmeno a sparargli. Nona fuori di poco, decima e ultima bordo, bordo, bordo, fuori. Tutta la delusione del mondo. Non ce l’ho fatta. Niente da fare, le palline rimbalzavano sui bordi dei vasetti e poi cadevano fuori. Accidenti.
Ho capito poi con gli anni di chi era stata la colpa. Cazzo... non si dice buona fortuna. E lei lo sapeva, la sinta lo sapeva: era una imprenditrice e con il suo «buona fortuna» statisticamente dava via meno pesciolini.
Nemmeno Nicola ci riuscì.
Alla fine comunque suo padre glielo comprò, allungò un bel cinquemila e prese uno stupendo superpesce rosso al mio amico. Mio padre mi disse di no. In macchina mentre tornavamo a casa, Nicola seduto sul sedile dietro con me, si guardava il suo pesciolino e io lo invidiavo. Mentre mi ripetevo dentro: «non è giusto, non è giusto, non è giusto» lui sembrava felice il doppio. Nicola godeva per il suo pesce e per il mio non-pesce.
Oggi che sono un ometto mi chiedo se mio padre – che quel giorno ho odiato con tutte le mie forze – abbia fatto bene oppure no.
Si può anche perdere. Lo avevo imparato. Credo sia sicuramente un caso se adesso Nicola è cocainomane.
Quella sera nelle mie preghiere chiesi a Dio perché avevo un padre così crudele e non uno come quello di Nicola. Mi ricordo per esempio che a scuola avevo dei compagni che mi dicevano: «Se mi promuovono mio padre mi compra la bicicletta. Se vengo promosso mio padre mi compra il motorino. Se sarò promosso mio padre mi comprerà un cane».
Io tornavo a casa e dicevo a mio padre: «Se mi promuovono cosa mi regali?».
E lui: «Se ti promuovono hai solamente fatto il tuo dovere. Niente di più».
Quelle sere nelle mie preghiere...
Poi magari un giorno così, senza motivo, senza una particolare occasione o ricorrenza, tornava a casa con una bicicletta nuova per me e mi diceva: «Regalo!».
Quelle sere nelle mie preghiere chiedevo a Dio di essere un bravo bambino e di non fare arrabbiare il mio papà che era speciale.
Con mio padre adesso ho un rapporto di una bellezza quasi commovente. Se ripenso alle nostre discussioni di quando ero adolescente... ora mi è tutto più chiaro, eravamo differenti e lo siamo ancora. Ma nessuno dei due ha più la necessità o la voglia di avere per forza ragione.
Le discussioni più divertenti erano quelle sul fatto che non volevo pagare le multe. Pur sapendo che le avrei pagate comunque di più, dopo, non riuscivo a fare diversamente. Era una specie di mania: dovevo ribellarmi. Mi sentivo un po’ il Braveheart del codice della strada. Come Mel Gibson avrei portato in piazza la rivoluzione, piuttosto che pagare un divieto di sosta.
L’altra discussione che ormai era praticamente un rituale nasceva nel periodo natalizio. Mio padre mi ripeteva tutti gli anni la stessa frase: «Vai a messa almeno a Natale».
F. Volo, Esco a fare due passi

Questa storiella mi ha fatto venire in mente, chissà perché, quella scalmanata di mia cug-ina, Martina Vivacebamb-ina, e la fiaba, tormentante fiaba, che negli ultimi tempi riempie pure le mie notti di incubi (anche stanotte!, ma almeno per oggi un motivo serio c’era!).
La fiaba è quella di Cappuccetto Rosso.
Se capita a qualcuno di cercarla sull’Enciclopedia Libera (più che libera direi gratuita, connessione a parte!) si scopre che la bamb-ina che porta il nome del suo cappott-ino rossoscarlatto, era tra le tante cose, anche cannibale.
Sic!
La storia – dice il wik-compilatore - è incentrata sull’antitesi bene e male, villaggio e foresta, uomo e lupo, gente buona e gente cattiva, paura degli sconosciuti, dei diversi, evita chi non è come te, quello con la pelle colorata e non bianca, chi prega sul tappeto e chi dondolandosi contro un muro… ecc, ecc, ecc… .
Giudizio conclusivo: “un’antitesi tipicamente medievale.
Medievale???
Ok. Con i dovuti accorgimenti, ci può stare. Accorgendoci che “l’uomo buono” a volte sembra più “cattivo” (etimologicamente: “prigioniero”) del Lupo nero e che il villaggio è spesso più pericoloso del pacifico e silenzioso bosco. A conti fatti è un po’ come se vivessimo in un’età di mezzo, un Medio Evo. L’ennesima età di mezzo. L’ennesimo Medio Evo.
Sognando un Rinascimento. L’ennesimo Rinascimento.
Trovando versioni diverse del racconto, non mi preoccupo più di tanto nell’aver sempre pensato che Red LittleCap fosse entrata su indicazione stessa della mamma nel bosco, con la sana raccomandazione, poi, di non fermarsi a parlare con nessuno. Pare invece, secondo altre fonti, che la cara mamm-ina avesse esplicitamente ordinato di non entrare in quella foresta (ovvio: in tutte le fiabe il bosco è abitato dal Lupo! Quanto non è babba quella bamb-ina?! Pure io però…!).
Eppure succede. Eppure RLCap entra in quel benedetto bosco e, trasgressione delle trasgressioni, si ferma a parlare con quel lupacchiotto (che poi banchetterà con nonnetta in calzamaglia e dentiera e nipot-ina disubbidiente).
La libertà di quella bamb-ina era stata messa in guardia dal comando della madre, preoccupata unicamente del bene di sua figlia, ma ha avuto bisogno di trasgredire una regola, di essere, almeno una volta, un po’ ribelle, di sentirsi “assolutamente” (cioè “sciolta”) "auto-noma "(cioè “con regole proprie”). Quella ribellione, che in realtà è ingenuità, le è costata cara, le è costata la vita.
E la vita, fiabescamente, l’ha persa sul serio.

Se finisse così mi pare davvero triste. Per fortuna c’è il cacciatore che ammazza il lupo (la frase non è né politicamente né ecologicamente corretta, ma la storia è questa e non la si può cambiare!): la nonna recupera la sua dentiera, si mangia la focaccia preparata dalla figlia, ringrazia e rimanda a casa la nipota, un po’ cresciuta, un po’ più matura, forse meno ingenua, perché ha capito che la vera ribellione è accettare e stare nel bene che riceve e che vive. Grata alla madre per le sue raccomandazioni e felice di essere ancora in vita.
Fine della storia.
Medioevo, Rinascimento.


Morale della favola:
Non fare il bullo, se non sei capace.
Ascolta tua madre: se ti rompe è perché ti vuole bene. Succede anche quando ti dice: “portati un maglione”, tu lo lasci a casa e poi hai freddo!
Puoi fare tutto quello che vuoi di testa tua, ma la vita funziona in un certo modo e provare ad evaderla non serve a niente. Restaci dentro!
Se vedi che tua nonna assomiglia più a un cane che.. a tua nonna e non ti fai delle domande, allora hai qualche problema!
Amen.


venerdì 8 aprile 2011

È PIÙ FACILE AL BAR

Non è una cronaca. Non è nemmeno un commento. O un articolo di giornale.
Sono più che altro pensieri sparsi che ho da alcuni giorni sulla vicenda e che vorrei fissare.
Questa, la vicenda, oramai la conoscono quasi tutti, perché è stata parecchio pubblicizzata, con tanta enfasi e, forse, con un tono leggermente inconsapevole.
Per farla breve: un numero imprecisato di ragazzi (il minimalista dice “dieci”, il massimalista dice “più di quaranta”, il sobrio dice “trentotto”) un po’ (troppo) vivaci, che “conquistano” un postic-ino tutto per loro, un oratorio, con i loro modi, con i loro tempi, per i loro comod-ini. Nulla di grave. Qualcuno direbbe “una ragazzata”. La ragazzata, però, è andata avanti un po’ troppo e si sa, a furia di tirar la corda, dopo un po’ si spezza. E si è spezzata, per fortuna.
Dico per fortuna con il celeberrimo senno di poi. Dico per fortuna perché “grazie” a loro un po’ di grandi si sono seduti (chi su una sedia, chi per terra, chi su un calorifero spento…) e si sono ascoltati.
Si sono ascoltati!
Non hanno acceso la tv, non si sono connessi ad Internet. Si sono infilati tutti in una sala nontantograndesenzariacondizionata e si sono parlati. Qualcuno era sull’arrabbiatello andante. Qualcuno era deluso. Molti erano curiosi, ma di una curiosità sana, quella che fa crescere pure i bamb-ini. Ora che ci penso più che curiosità, ieri sera, negli occhi e nell’attenzione, si vedeva meraviglia; e se la meraviglia, come dice il buon vecchio Aristotele, è la premessa alla conoscenza, allora posso ben dire che i grandi di ieri sera sono tornati a casa ben più istruiti di quando sono arrivati all’auditorium, più cresciuti, più “grandi”.
Due preti, due preti-preti, hanno parlato della loro vita. Uno da Scampia, l’altro dal Beccaria. Non hanno dato risposte o proposto soluzioni. Hanno solo parlato di vita. Anzi: hanno parlato della vita dei loro ragazzi. E questo ha colpito e messo d’accordo tutti, chiudicancellisti e apricancellisti, perché il problema non sta in quel benedetto cancello, che nella mente e nel cuore di tutti (anche di chi ha deciso, soffrendo, di chiuderlo) è sempre rimasto aperto.
Il cancello più difficile da aprire rimane sempre quello del cuore. Non è una tipica frase da cioccolat-ino umbro, ma una verità. Un cuore con il cancello chiuso non si accorge di niente. Non si accorge dei segreti, non si accorge degli imbrogli, non si accorge delle furbate. Non si accorge dei bisogni non detti e delle ferite nascoste. Non si accorge del bene e nemmeno del male, se non quando questo male fa rumore, al tg o sul corsera. Abituati come siamo a dar ragione solo al fracasso, ciò che abita il silenzio è per noi inesistente. E così non importa se tra i “piccoli” e i “grandi” cala il silenzio, se i “piccoli” non sono più capaci di raccontare qualcosa di sé ai loro “grandi”, se la comunicazione è sbrigativamente ridotta al “Ciao. Tutto bene. Ciao”. Non possiamo più accontentarci di queste semplificazioni. Occorre avere un coraggio nuovo: il coraggio di dire “no, così non va”. Ma occorre farlo seriamente.
Il no più grande è da dire ai “grandi” che non vogliono far crescere questi ragazzi. Il no più grande va detto a chi li vuole riempire di cose, di marche, di parolacce (perché le parolacce i piccoli le imparano dai grandi!), di illusioni che fanno aver paura dei grandi sogni, di corpi usati per far denaro, di successo troppo facile e senza fatica, di noia verso le cose belle, buone e vere. Il no più grande va detto a certa televisione. Il no più grande va detto ai troppi pessimisti-politicamente-corretti che pensano ai sognatori come a dei poveretti.
I poveretti son loro. Ma anche a questi dobbiamo voler bene.

È vero: forse “non riusciamo ad educare tutti”.
Ma sicuramente, con qualche dritta, tutti li possiamo amare.



QUOTATION: "Nel massacro odierno di identità aiuto i ragazzi ad essere se stessi", Alessandro, insegnante (vero).