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venerdì 25 ottobre 2013

SORRIDETE: IMPERATIVO (del) PRESENTE!

I santi sono coloro che riescono a sorridere, sempre. Non per ingenuità o per una fortuna sopra la media. E nemmeno perché le cose gli vanno sempre tutte bene. I santi riescono a sorridere sempre perché hanno un tesoro che alimenta la loro felicità. Un tesoro che “né ruggine” può consumare, “né ladro” può rubare. Un tesoro che rimane prezioso anche se le cose vanno tutte storte. Un tesoro al quale legano il loro cuore. 
In questi giorni, a scuola, una delle cose che mi fa più pensare è notare il numero di ragazzi che non riescono a sorridere. I motivi sono tanti, alcuni molti seri, altri più superficiali, ma in quelle classi con le quali c’è sicuramente più feeling, mi posso sempre permettere un sonoro rimprovero: guai a voi se perdete il sorriso! Sorridete! 
Oggi, venerdì 25 ottobre, ricordo due persone davvero speciali. Due persone diverse, un uomo e una donna, con vite diverse anche se simili: un prete e una suora, don Carlo e Ausilia. Entrambi non sono più in mezzo a noi. Entrambi hanno vissuto la loro vita per il Vangelo, per testimoniare la possibilità di una vita buona. Entrambi hanno cercato Dio tra gli uomini. Entrambi non hanno mai perso il sorriso. Entrambi sono santi. Il primo è già beato. La seconda lo è sempre stata. Perché chi porta nel suo nome l’impegno e il compito di aiutare gli altri (Ausilia da auxilium = aiuto) non può che essere beato, cioè felice. E non importa se in vita faceva sempre sorridere tutti e oggi ha fatto commuovere tutti, me compreso: sono felice, sorrido, perché ho voglia di essere più santo! 

 Grazie, don Carlo! Grazie, Ausilia!

giovedì 23 maggio 2013

ANCHE QUESTO E' VANGELO!


Saremo anche presi da tornado e crisi economiche, da gesti di follia che accadono per strada o dalla percezione di ingiustizia che pervade ogni ambito della nostra vita. Saremo anche tentati di pensare "non c'è più niente da fare in questo mondo malato e marcio", ma quando la vita ci ri-porta ai suoi momenti più essenziali (nascere, vivere e morire) tutto diventa sempre più semplice: gioiosamente, faticosamente o tremendamente semplice. La semplicità, nella sua vera applicazione, penso sia uno degli ingredienti che salverà il mondo. Insieme alla bellezza. Un mio ex vicino di casa, di due anni più giovane di me, è diventato papà. Ci separano: i kilometri di distanza, due vite -le nostre- completamente diverse, i molti mesi che non ci vediamo. Eppure lo stupore, la bellezza, la semplicità della buona notizia della nascita di suo figlio mi fa sorridere il cuore e mi dona tanta di quella gioia da non riuscire, almeno questa sera, a pensare alle tante cose che in genere non vanno. 

Grazie! E auguri!
Anche questo è vangelo!

giovedì 10 gennaio 2013

UNA PAROLA DI PATERNO INSEGNAMENTO





Tutto ciò che l’Arcivescovo Angelo Scola ha voluto dire alla città di Brugherio durante la sua visita sabato scorso penso abbia avuto il suo centro nelle parole dell’omelia, durante la celebrazione eucaristica. Il breve tempo passato in mezzo a noi ha, di fatto, ridotto a quest’unico momento la possibilità di ascolto del nostro pastore. Di quanto detto, in senso generale, mi ha colpito una caratteristica frequente nei discorsi e nelle omelie del nostro Cardinale: probabilmente grazie alla sua formazione e al suo essere stato per parecchi anni insegnante, ho sempre percepito nelle sue parole il desiderio di trasmettere molto di quanto la nostra fede cristiana cattolica a volte dimentica. Così, nel suo essere stupito per la grande partecipazione dei brugheresi all’evento, ci ha parlato dei Magi, protagonisti di una ricerca che è di tutti gli uomini e di tutte le donne di ogni tempo. Questa ricerca appassionata e instancabile è la vita stessa di tutti gli uomini che percepiscono - prima o poi, con esiti più o meno soddisfacenti – il bisogno di dare un senso alla propria vita. I Magi, questi tre uomini straordinari (tre perché così ci è stato detto dai nostri padri e noi, di chi ci ha preceduto, possiamo e in qualche modo dobbiamo fidarci) non hanno vissuto la loro ricerca come qualcosa fine a se stessa. Purtroppo, al giorno d’oggi, una certa cultura tende a sottolineare maggiormente l’importanza del viaggiare più che dell’arrivare. Ma un viaggiare senza arrivare che senso ha? Quando il viaggio diventa metafora della vita, il non giungere mai ad una meta o il voler rimandare sempre l’arrivo ad una destinazione che renda vera la gioia che desideriamo provare, quale beneficio può portare? Il coraggio, l’intelligenza, la fede di questi tre Magi venuti da molto lontano sprona ciascuno di noi a cercare quella “grandissima gioia”, che è Gesù, che è il fondamento di ogni vera speranza, non l’illusione di vivere senza problemi, ma la forza che quei problemi ci aiuta ad affrontarli. Come una stella verso la quale puntare la rotta dell’esistenza, verso la quale puntare il cammino che facciamo anche come Chiesa, come comunità cristiane, come Comunità pastorale. Quella dell’Arcivescovo è stata una parola di paterno insegnamento che ci deve spronare ancora di più a mettere Gesù Cristo al centro della nostra vita e che ci aiuti a vivere una vita buona per noi stessi, per i nostri concittadini e per il bene dell’intera società italiana.

giovedì 25 ottobre 2012

VITA DIVERSA

Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera. 

Lc 12, 49-53

La divisione portata da Gesù nel mondo non è la stessa che il Divisore, il Diabolus (diavolo: colui che divide) pratica tra i figli di Dio per separare le creature dalla bontà del loro Creatore. Ciò che fa Gesù nelle coscienze dell'umanità è creare differenza. Una vita che si lascia trasformare dalla parola di Gesù, dalle sue buone parole, dal suo Vangelo, è una vita diversa, una vita che si differenzia. Che deve essere differente! Diversa! E una vita diversa, che vive della Verità del Vangelo deve distinguersi da ciò che non parla di verità, ciò che non è verità, bontà, bellezza. 
Il mistero dell'Incarnazione, che ci insegna a sporcarci le mani della terra di questo mondo, non ci chiede tuttavia di diventare a nostra volta posseduti da questo mondo. 
"Nel mondo, ma non del mondo" si scrive sulla Lettera ai cristiani di Diogneto. 
Solo così, riconoscendo e accettando la differenza cristiana, nel mondo potrà ardere un fuoco nuovo, capace di infiammare e illuminare tante altre esistenze e proseguire nella costruzione di quel luogo straordinario che è il Regno di Dio. 

martedì 18 settembre 2012

COSI' TANTO VICINO

In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!". E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: "Ragazzo, dico a te, alzati!". Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: "Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo". La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione. 
Lc  7,11-17


Gesù si mette accanto a questa donna e prova compassione per il suo dolore, un dolore immenso, la perdita dell'unico figlio, dopo quella del marito. Gesù prova dolore, forse si mette a piangere, si commuove, perché a questa donna la morte ha portato via tutto ciò che dava senso alla sua vita, tutti gli affetti: l'amore che la faceva vivere. Ma non si ferma qui, non si avvicina solamente all'umanità ferita della vedova, non piange soltanto per il suo lutto. Perché Gesù non è soltanto uomo: è e rimane il Figlio di Dio, il Figlio del Dio della vita. Ecco allora, nel miracolo, rivelata la potenza di Dio, che si avvicina con compassione alle ferite dell'uomo e le guarisce ridonando vita. 
A noi, forse, non sono concessi miracoli così grandi, ma la presenza, la presenza compassionevole e affettuosa del Dio della vita, può guarire veramente dall'interno le ferite dell'anima e quel dolore per ciò che perdiamo o per quanto non riusciamo ad avere. La presenza del Dio della vita che cammina accanto a noi nelle prove e nel dolore dona quella consolazione della quale tutti, a diversa intensità, abbiamo bisogno. 

lunedì 13 agosto 2012

SICILIA: "UNA DONNA VESTITA ALLA ROVESCIA"


Mesi fa decisi che era arrivato il momento di visitare la Sicilia. Una terra lontana, un'isola lontana, della quale tanti parlavano, ma che rimaneva per me sempre come qualcosa di misterioso, qualcosa di in-credibile. Come non fosse neppure Italia. Ho avuto la possibilità -e l'ho colta al volo- di organizzare un viaggio in quella lontana isola, così particolare, così diversa, e l'ho organizzato, così come volevo io. Ingredienti del viaggio: la semplicità, il desiderio di incontrare testimoni, il desiderio di incontrare qualcuno che ci parlasse di come si vive laggiù. Volevo portare alcuni di quei ragazzi che il Cielo mi ha affidato e ce l'ho fatta. Siamo partiti, per dieci giorni. Non saprei come definire quei dieci giorni da poco conclusi. La parola vacanza non mi piace molto, sa di vuoto. E' appunto una "vacanza", qualcosa da riempire con qualcos'altro. Invece questi dieci giorni siciliani sono stati tutto fuorché vuoti. Sono stati giorni in cui la gente che abbiamo incontrato, i luoghi che abbiamo visitato, le storie che abbiamo ascoltato, ci hanno fatto cambiare idea su tutto e ci hanno fatto innamorare di lei, di questa terra in cui tutto è illuminato dalla luce del sole (o almeno così, il cuore puro dei suoi abitanti, vorrebbe che fosse).

A Palermo gli autobus passano ad orari sregolati, dall'ora in cui l'autista decide di partire. Ma se hai bisogno, quello stesso autista è disposto a fermare il suo veicolo in mezzo a un viale, pur di aiutarti. La gente per strada se ti vede in difficoltà o accaldato ti apre le porte di casa, ti fa accomodare, offrendoti acqua fresca e il refrigerio garantito da un semplice ventilatore. Se hai bisogno di spostarti da qualche parte (senza usare i mezzi pubblici) si fanno in quattro per aiutarti e magari ti offrono anche qualcosa di veramente buono da mangiare. Se tra di loro ci sono alcuni giovani che non hanno voglia di andare a scuola è vero anche che molti son disposti a studiare tutta estate, frequentando corsi privati che preparano liceali appena maturati alle terribili (quanto ridicole) prove di ammissione delle facoltà universitarie di tutta Italia: ragazzi che in pieno agosto vanno a scuola, quando fuori ci sono 44°C e la maggior parte delle persone stanno "a mmare" (con due m). E' vero, per strada c'è tanta, tanta spazzatura, ammucchiata dentro-sopra-sotto i cassonetti. Ma se è riversata in strada è perché qualche furbotto ha deciso di incendiare le discariche palermitane, oltre a centinaia di ettari sulle montagne e nei campi attorno alla città. Forse qualcuno preferisce vivere nell'immondizia e distruggere tutta la bellezza che questa terra conserva nella sua naturale interiorità con fiamme e incendi. La sciocca e miope parte dell'umanità.

Di questa terra mi son portato a casa le storie e gli incontri con le persone. 
Le storie. Son quasi tutte storie di eroi. Eroi famosi e meno conosciuti. Gente che ama o ha amato la Sicilia e che si è resa conto che l'atroce piaga della mafia, come un virus, ha certamente la capacità di infettare e far soffrire tutto il corpo, tutta l'Italia. E quindi anche noi. 
Delle persone incontrate potrei solo fare un elenco: Nino l'autista, che ci ha salvato la vita almeno una volta al giorno; Gaetano il ricercatore, incontrato per caso al tavolo di una gelateria, ci ha narrato in rima storie senza luoghi e senza tempo; don Nicola, un prete come tanti, che ci ha aperto gli occhi alla bellezza di Monreale; la dott.sa Torregrossa, di professione scrittrice, che ha voluto regalarci un pomeriggio a casa sua e (ne sono certo) la sua cara amicizia per il futuro; i salesiani di "Gesù Adolescente": don Raimondo, don Luigi, don Francesco, preti-animatori-insegnanti-amici; i ragazzi della Gioventù Salesiana e dell'Oratorio salesiano: ci hanno accolto come gente di casa, insegnandoci che, alle cose pratiche di cui abbiamo bisogno, forse è sempre meglio preferire le persone che incontriamo e con le quali è sempre bello "ggiocare" (anche per questa doppia iniziale!).
E tanti tanti tanti altri.





Pubblico alcune foto. Rappresentano le persone che abbiamo incontrato, 
in un modo o nell'altro, in questa bella terra chiamata Sicilia, 
che a quanto pare, sembra essere veramente 
"una donna vestita alla rovescia"!


domenica 10 giugno 2012

SOLO PER DIRE...PAROLE DI GRATITUDINE

Ringraziamenti al termine della mia prima S.Messa a Lainate 

Carissimi, vi scrivo queste parole di ringraziamento, che al termine di questa Messa vorrei rivolgere a tutti e a ciascuno di voi in maniera particolare. 
Scrivo (e leggo) perché in questo momento riesco meglio così ad esprimere quello che ho dentro, quello che provo nel mio cuore: le emozioni, il giusto tremore che si ha quando la vita incontra qualcosa di grande e di vero, come il Signore Gesù.
Vorrei ringraziare davvero ciascuno di voi, fermandomi con ognuno a chiacchierare un po’, a comunicare, o forse in questo momento soltanto a “sussurrare” quello che sto vivendo. Ma capisco che risulta difficile farlo con tutti. Ho scelto allora di affidare tutti voi in questa Eucaristia, che è ringraziamento a Dio per il dono della vita di suo Figlio Gesù: lì, su quell’altare, c’è davvero posto per tutti perché nella mente e nel cuore del Padre buono che sta nei cieli c’è il desiderio di riunire tutti i suoi figli e le sue figlie accanto alla vita donata del Signore Gesù.
Tra di voi, però, ci sono alcune persone in particolare, che vorrei ricordare. Non me ne voglia chi non verrà chiamato o chi avrò, in questo momento così inteso, dimenticato. Siete comunque tutti nel mio cuore. 

Ringrazio per primi Mamma e Papà. 
Senza di loro e il loro amore non avrei ricevuto il dono della vita. Senza di loro e la loro fede non avrei ricevuto il dono del Battesimo, tanti anni fa, e non avrei avuto, forse, la possibilità di camminare seguendo il Signore Gesù. Senza di loro e la loro speranza e fiducia in me non avrei potuto fare nemmeno la metà delle cose che ho fatto: la loro vicinanza negli anni di Seminario, il loro interesse e la loro premura a farmi avere tutto ciò che mi serviva per ben camminare lungo il mio cammino.
Grazie, Mamma e Papà. Che Dio vi benedica!

Ringrazio il carissimo e amatissimo don Ernesto. 
Sembra superfluo dire “perché” ringraziare questo uomo, questo cristiano e questo prete. Chiunque conosca quest’uomo sa dire parole di bene su di lui e percepisce in lui qualcosa di veramente spirituale. Senza di lui non avrei ricevuto il Battesimo, proprio in questa chiesa, l’8 novembre del 1987. Senza di lui non avrei ricevuto per la prima volta la santa Comunione. Senza di lui non avrei professato solennemente la mia professione di fede da quattordicenne. Senza di lui non avrei indossato l’abito talare, il vestito che mi rendeva esteriormente di Gesù e che diceva a tutti il cammino che stavo facendo per diventare suo sacerdote. Grazie a lui, il giorno dell’ordinazione diaconale, ma anche e soprattutto ieri, mi sono potuto rivestire degli abiti sacerdotali, per celebrare quel grazie immenso che è l’Eucaristia. 
Grazie, don Ernesto, anche e soprattutto per la bella vita condivisa in questi anni, nelle chiacchierate informali, nei momenti di vacanza dal seminario, nella attenzione premurosa nei miei confronti. Grazie perché (mi permetto di darti del tu) mi hai voluto bene come un figlio, come tu fai con tutti noi da tanti anni. Grazie perché dopo tanti anni di messa sei ancora innamorato del tuo Maestro come fossi un prete novello. E grazie perché mi sei stato accanto nel giorno più bello della mia vita. 
Che Dio ti benedica! 

Ringrazio il carissimo e amato don Paolo. 
Grazie don Paolo. Per essere qui oggi a concelebrare con me, questa prima messa. Grazie perché senza di te, come ti ho sussurrato all’orecchio ieri mattina fuori dal Duomo, non sarei arrivato qui ad essere prete di Gesù. Mi hai dato fiducia quando ancora ero piccolo, mi hai ri-accolto in oratorio, come non mi fossi mai allontanato; mi hai dato fiducia, credendo in me, nelle mie capacità; mi hai illuminato con il tuo esempio e proprio il tuo esempio di instancabile annunciatore del Vangelo in mezzo a noi è stata l’immagine corrispondente al desiderio che portavo nel cuore da un po’ di tempo, da quando insieme, abbiamo percorso le vie di Perugia, sulle orme di Francesco. “Non la passerete liscia” diceva il libretto che avevi preparato per noi. Era vero! qualcuno di noi... io, non l’ho passata liscia. Ho deciso di prendere sul serio quel desiderio che il Signore aveva messo nel mio cuore e di guardare e imitare l’esempio che mi davi. Grazie perché mi hai accompagnato in tutti questi anni. Grazie per il dono della vita a noi giovani e ragazzi di Lainate per gli undici anni che sei rimasto con noi. 
Che Dio ti benedica! 

Ringrazio i preti giovani di questa comunità: don David, don Gabriele, che hanno preso il testimone dei loro predecessori e stanno guidando la nostra comunità cristiana verso ciò che la Chiesa di Milano chiede alle parrocchie: un lavoro di comunione e di corresponsabilità. Grazie don David e don Gabriele per l’affetto e la vicinanza che avete avuto soprattutto in questo ultimo anno, per me. Grazie per tutto quello che avete preparato e fatto per questa festa di prima messa. Grazie perché donate ai piccoli e ai giovani delle nostre comunità la vostra giovane vita di preti innamorati di Gesù.
Che Dio vi benedica! 

Ringrazio don Vittorino, mio nuovo parroco, che mi ha accolto come un padre a Brugherio e insieme condivide con me la vita e la passione di annunciare il vangelo ai tanti fratelli e sorelle che il Signore ci ha affidato. Che Dio ti benedica, don Vittorino, e benedica la nostra missione a Brugherio! 

Ringrazio i preti che hanno voluto concelebrare con me questa mia prima santa messa. A titolo diverso ho motivo per dirvi grazie, perché ci siete stati, ci siete e spero ancora sarete. Aiutatemi, con la bontà della vostra amicizia a diventare un prete-prete. 
Che Dio vi benedica! 

Ringrazio i preti che in questi anni ho incontrato per diversi motivi sul mio cammino, coloro che mi hanno accompagnato nel servizio pastorale nelle loro parrocchie e chi ora mi accoglierà da prete. 

Ringrazio le nostre care e amate suore, di oggi e di ieri.
Grazie a voi, perché come per tutti noi, mi siete state sorelle, madri e amiche! Sempre vicine nella preghiera e nella vita. Grazie perché ci siete anche oggi. Pregate sempre per me!
Che Dio vi benedica! 

Grazie a tutti i miei parenti che con me condividono questa indicibile gioia: i nonni, preziosi come l’oro!, gli zii, le mie cugine, i miei tanti prozii e persone vicine alla mia famiglia. Sempre, ma soprattutto in questi ultimi mesi, ho sentito la vostra presenza sostenere il mio cammino. Spero di poter contare ancora e sempre su di voi.
Che Dio vi benedica!

Ringrazio con tanta commozione e gratitudine chi, oltre ai miei genitori e ai miei preti, mi ha insegnato la bella e seria arte della vita: i miei insegnanti. Che bello e che commozione vedervi qui in tanti: Simonetta, amata e dolce maestra all’asilo, Nadia e Annamaria, maestre-mamme delle scuole elementari (mamme, perché prima di uscire da scuola, ogni giorno vi fermavate sulla porta della scuola per dare a tutti noi un bacino e noi facevamo la gara per darvi il nostro bacino!); e voi, carissimi e amati professori del liceo Grassi, che mi avete aperto la mente e il cuore negli anni delle superiori, che in maniera diversa avete portato con me tanta pazienza (soprattutto nelle materie scientifiche) e mi avete aiutato a crescere. Se sono qui oggi, è anche grazie a ciascuno di voi, perché mi avete preso per mano quando ancora non sapevo camminare e mi avete, a poco a poco, insegnato a volare.
Che Dio vi benedica! 

Un grazie particolare ai compagni di scuola che hanno condiviso con me tante gioie, fatiche e che oggi sono qui con me! Grazie per l’amicizia che mi avete donato e continuate a donarmi. 
Che Dio vi benedica! 

Grazie a voi speciali amici dell’87. 
Con voi, forse, non ho bisogno di aggiungere descrizioni. So tutto il bene che mi volete e voi il bene che vi voglio. Vi ringrazio per tutto quello che insieme abbiamo condiviso: la gioia di diventare uomini e donne; i pianti di quando due di noi, Stefano e Mirko, hanno lasciato questa nostra terra per andare ad abitare in cielo insieme agli angeli; l’impegno nelle cose di sempre che ci hanno fatto diventare grandi. Grazie per l’impegno che avete messo nel preparare questa mia e nostra festa.
Che Dio vi benedica! 

Ringrazio i tanti giovani e ragazzi che in questi anni di Seminario ho potuto incontrare e conoscere grazie al Signore Gesù e che oggi hanno voluto essere presenti. Voi sapete chi siete e vi vedo qui oggi. Grazie, perché abbiamo condiviso la vita proprio grazie al Signore che ci ha fatto incontrare. 

Grazie a tutti i giovani, i ragazzi, i bambini dell’Oratorio san Giovanni Bosco. I miei catechisti, chi con me ha condiviso i diversi compiti negli anni scorsi. 

Ringrazio il Seminario e i suoi educatori, che mi hanno accolto come a casa per tanti anni, prendendosi cura della mia vocazione e aiutandomi a dare compimento a quanto il Signore mi chiedeva. 

Ringrazio i miei amici preti, coloro che prima di me hanno detto il loro eccomi e sono davanti a me come un faro che illumina il cammino. 

Grazie agli amici seminaristi che hanno voluto essere presenti con me e noi tutti. Con me avete portato molta pazienza e mi siete sempre stati fratelli. Spero, con la mia gioia, di testimoniarvi la bellezza di questo cammino che a voi chiede, in maniera diversa, ancora alcuni passi. Che Dio vi benedica e vi conduca a vivere la stessa gioia che provo in questo momento!

Grazie agli amici di Brugherio: belle vite che il Signore mi ha affidato perché parlassi loro di lui e a Lui di loro. Con voi ora, inizia la mia missione di prete. Aiutatemi a rimanere sempre me stesso, ad innamorarmi sempre più del Signore Gesù e a non avere paura di darvi sempre la vita, fino alla fine.
Che Dio ci benedica! 

Grazie a voi tutti, che siete venuti qui, oggi. Avete voluto condividere con me questa mia grande gioia. Con voi tutti mi sento in debito: di gratitudine, di preghiera, di vita. Spero di riuscire, con il dono della mia vita, con la preghiera e con l’affetto che provo per voi, a poter colmare almeno in parte la differenza che c’è tra il tanto bene che mi volete e quello che ne provo io per voi. 
Grazie e che Dio vi benedica tutti! 

Vorrei concludere queste mie parole, invitandovi a fare una cosa che a me piace molto: cantare per Gesù! Ho scelto un canto, come ringraziamento per questa prima messa, a me molto caro: “Niente vale di più”. E’ il canto che noi ragazzi dell’87 abbiamo scelto per la nostra Professione di Fede, nel 2001. Lo affido a ciascuno di voi, come canto, come preghiera, come meditazione. 

Forse - anzi ne sono certo - tra di noi c’è qualcuno o qualcuna che ha bisogno di queste parole, come io ne ho avuto bisogno tanto tempo fa. Come ieri ha fatto l’arcivescovo Angelo invito tutti voi, giovani e ragazzi, a non avere paura della vostra vocazione, sia essa a costruire una bella famiglia o a seguire il Signore nella vita da preti o da religiosi consacrati. Davvero Dio non toglie nulla e dona tutto. E non è retorica: penso e spero di avervi testimoniato la bellezza di una vita vissuta, di una pace donata, di un amare tutti e fino alla fine, così come ci ha insegnato Gesù. 

Grazie!
Vi voglio bene. 
E che Dio vi benedica!

venerdì 4 maggio 2012

DOVE DUE AMICI SI ABBRACCIANO SBOCCIANO LE MARGHERITE



Fino a che uno non si compromette,
c'è esitazione, possibilità di tornare indietro,
e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa e creazione, 
c'è solo una verità elementare,
l'ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. 
Nel momento in cui uno si compromette definitivamente
anche la provvidenza si muove. 
Ogni sorta di cose accade per aiutare, 
cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. 
Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, 
facendo sorgere a nostro favore 
ogni tipo di incidenti imprevedibili, 
incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato
potessero venire in questo modo. 
Tutto quello che puoi fare,
o sognare di poter fare
incomincialo. 
Il coraggio ha in sé il genio, potere e magia. 
Incomincialo adesso... 
 Johann Wolfgang von Goethe, Faust 

Partendo da questo testo, trovato come citazione in un libro che sto leggendo, penso ad alcuni fatti che mi sono capitati ultimamente in giro per il mondo, tra le mie tante "case", per capirne il loro perché. Incomincio a riflettere e a pensare, sostenuto da una convinzione che mi porto dietro da un po' di tempo: in questo tempo di crisi, in questa notte tenebrosa dentro e fuori dell'uomo, una delle responsabilità più grandi che abbiamo è quella degli abbracci. Impotenti davanti alle mastodontiche problematiche sociali, delusi o disillusi da alcune (troppe) relazioni superficiali, schiacciati dal peso di fatiche interiori, possiamo  considerare l'abbraccio come il gesto per donare e ricevere ciò di cui abbiamo veramente bisogno: la presenza di qualcuno, al nostro fianco, con il quale condividere la fatica della vita. Perché i nostri problemi non li risolve nessuno, se non noi stessi, ma l'avere qualcuno che semplicemente ci ricorda che vale la pena lottare, fa apparire la realtà illuminata da una luce nuova. 
L'abbraccio compromette con l'altro; dona vita a braccia aperte e l'accoglie nel grembo di chi la dona. Non sempre dice un bisogno reale, vero, di vita. Spesso è abitudine, altre volte è moda. Ma quando è sincero, un abbraccio è capace di ricaricare di ogni energia esaurita, è capace di dissipare tutte le nebbie della tristezza e del cinismo. Allontana la paura di vivere, il timore di aprire le pesanti ali dell'esistenza. Fa passare ogni mostro che tenta di divorare la parte più bella del nostro cuore. 
Un abbraccio perdona. Un abbraccio ama. Un abbraccio dona vita.



E là dove due amici si abbracciano
sbocciano le margherite. 







mercoledì 21 marzo 2012

LO STUDIO ROSSO



Prima di iniziare a leggere questo post accendi il video che c’è alla fine e poi riprendi da qui. Così, giusto per creare una buona colonna sonora, che unita alle parole, può lasciare un sapore buono al tempo che mi regali leggendo.

Scrivo questo post senza avere di fatto molto da dire. C’è chi tra coloro i quali seguono di tanto in tanto queste pagine ha chiesto. Ed ecco qualcosa, anche se non è nulla. Ma l’ho già detto. Qualche impegno e la vita un po’ qua (qua?) e un po’ là (è sempre un là!) hanno rallentato parecchio l’attività di aggiornamento diapason. In realtà la vita di questi mesi non è così caotica come sembra, vista da fuori. Da dentro la sensazione è quella di una grande corsa con un timer in mano. Il timer ha più countdown: inizio aprile, fine aprile, inizio maggio, fine maggio, inizio giugno, inizio luglio, inizio agosto, fine agosto, ... . Insomma tutta una corsa di inizi e di fini, col duplice senso che questo plurale ha e che indica la fine di qualcosa e il fine per cui vivo questi mesi!

Avendo allora qualche ora di calma
oggi non lavoro!
(lavoro...)
aggiorno questo bello strumento per accordare gli strumenti un po’ fuori corda e per prendere quel centro di gravità permanente indispensabile per farelamusica (tuttattaccato). 

La primavera è iniziata da ieri e non da oggi, babbani! 
A Roma le cose non sono ancora cambiate! 
L’amico Elvis, nella canzone ri-arrangiata al pianoforte, ricorda che non si può fare a meno di innamorarsi. E qui a ciascuno il suo. Basta cinismi! 
Di Inter meglio non parlare,  ho fatto un fioretto! 
Noto con piacere l’entusiasmo che sale, pensando al prossimo 9 giugno, in tantissime persone che conosco, che incontro, che ho incontrato e che rivedo dopo parecchio tempo. E ringrazio, unica cosa che posso fare, perché questo entusiasmo tutto vostro mi carica, ci carica, di una forza tutta Sua! E ci ricorda che la fine di questo cammino non è che l’inizio... 
Grazie!

Sicuramente vi sarete attardati a guardare i primi secondi del video e il brano sta giungendo alla fine. Quindi chiudo. Nella speranza di scriverci/leggerci presto. Il titolo e il quadro di Matisse non c’entrano davvero nulla. E’ stato un suggerimento arrivato questo pomeriggio e l’ho colto al volo. Chi lo cercherà su un qualsiasi googlemotorediricerca, forse, troverà anche questo surreale post. Allora ringrazio anche te, lettore di passaggio, se hai voluto passare 4minuti della tua giornata con noi. 


Mangiate tanta cioccolata! 
Ma è Quaresima...!

mercoledì 15 febbraio 2012

BASTA POCO CHE CE VO'?

Ho invitato quest'uomo a parlare ai ragazzi che il Cielo mi ha affidato, martedì scorso. Un'ora prima di quella serata ho mangiato con lui un trancio di pizza, chiacchierando delle cose del mondo. Cose che tutti sanno, ma che a nessuno fa comodo cambiare. Meglio: cose che scomodano. E quindi rimangono così. L'incontro è andato bene. Tutti colpiti dalle sue parole. Eravamo un centinaio. 
Poi, ieri pomeriggio, ho trovato un articolo che mi ha spiegato cosa c'è stato nel passato di quest'uomo. 
Non ci avevo pensato più di tanto durante il nostro chiacchierare.

Sapevo che era in carcere da quasi quarant'anni e che in quel momento si trovava da me con un permesso speciale. Mi sono fidato e ho voluto fare incontrare i miei ragazzi con lui. Per fortuna!

Andraous, 4 omicidi: " vivo tra mille rimorsi, ma la poesia mi ha cambiato " trascorrera' la Pasqua a Cavalcaselle (Verona) in licenza premio, in compagnia della mamma e della figlia 

CAVALCASELLE (Verona) . A Francis Turatello, "Faccia d' angelo", boss della mala milanese che era rinchiuso nel penitenziario di Bad' e Carros a Nuoro, squarciarono il petto, strapparono gli intestini e addentarono il cuore. A Massimo Loi, appena 22 anni, in carcere a Novara per un sequestro di persona, staccarono la testa, ci giocarono a calcio e infine la gettarono nella tazza di un water. Era il 1981. Nelle carceri italiane, la "giustizia" veniva amministrata da un manipolo di detenuti fatti a immagine e somiglianza di Hannibal Lecter, lo psichiatra folle del film Il silenzio degli innocenti. Cannibali. Quasi tutti spietati gregari di Cutolo, di Vallanzasca, o di Epaminonda. Vincenzo Andraous, detto il "boia", era uno di loro. Una fedina penale nera come la pece: omicidi, rapine, evasioni. Doveva morire anche lui, il 29 aprile 1987, quando nell' aula bunker di piazza Filangieri, a Milano, al termine di un' udienza processuale, due imputati di un clan rivale gli si avventarono contro armati di punteruoli e lamette. Ci vollero duecento punti di sutura per ricucirlo. Adesso lo chiamano il "poeta". Ha 40 anni e gli ultimi 18 li ha trascorsi in galera. Deve scontare un ergastolo ("non cinque, come hanno scritto i giornali"). Ma, anziche' tra le mura della prigione di Voghera, oggi festeggia la Pasqua a Cavalcaselle, sul lago di Garda. E arrivato giovedi' sera. Ritornera' in cella martedi' . Licenza premio per meriti artistici. Perche' Andraous oggi e' proprio un' altra persona. Scrive liriche delicate. E partecipa con profitto a concorsi letterari. Come il buon ladrone crocifisso due giorni fa sul Golgota, Andraous e' sinceramente pentito e si affida alla misericordia di Gesu' : "Credo in Dio fino al punto di temerlo, vivo tra mille rimorsi". E stato ammesso al lavoro esterno previsto dalla legge Gozzini: fa il giardiniere. Gli hanno anche concesso 45 giorni di vacanza l' anno. In carcere ha creato il Collettivo Verde per il recupero sociale dei compagni. Ha stretto amicizia con Marco Pannella. Milita nel Partito radicale. Se non e' redenzione questa. "Si' , mio padre e' davvero cambiato", testimonia fiera l' unica figlia, Ielenia, 19 anni. E motiva: "Si vergogna del male commesso e spera nella grazia per potersi rendere utile agli altri". La ragazza, faccia pulita, nemmeno un filo di trucco, studia per diplomarsi in ragioneria a giugno. Ha esitato molto prima di aprire la porta. Poi ha pensato che i latrati dei due cagnolini avrebbero tradito la sua presenza in casa e non se l' e' sentita di simulare. "Papa' non e' qui, oggi pranza fuori", si scusa. Ha staccato la cornetta del telefono. L' appartamento e' arredato con mobili moderni, senza lussi. "Vivo qui dal 1980, da quando e' morta la mamma . spiega .. Ad allevarmi e' stata la nonna". Romana Gandini Andraous, 60 anni, nata a Rivoli Veronese. La mamma dell' ergastolano. "Aveva sposato un ufficiale di Marina egiziano . racconta la nipote . che l' ha abbandonata con i due figli". Vincenzo ha cominciato presto a farla soffrire: aveva 15 anni il giorno in cui fu arrestato per il primo scippo. Accompagnata dalla nonna, Ielenia e' andata a trovare papa' nei penitenziari di mezza Italia. Di lei l' ergastolano dice: "E' la mia rivincita piu' grande. Abbiamo un rapporto ottimo, anche se, giustamente, censura con violenza il mio passato". Le ha dedicato una delle tre raccolte di poesie che l' hanno reso famoso: Non mi inganno, Samarcanda, Per una Madonna in jeans. "Esser padre, esser figlia: un dilemma che non so sciogliere. Ma l' unica rivincita solo tu. Mia Madonna in jeans". Cosi' la chiama in un componimento. Andraous si e' scoperto scrittore nei bracci di isolamento: "Il silenzio era cosi' assordante che mi misi a leggere libri per non sentirlo. Poi mi consolavo a parafrasare i passi piu' belli. Quando arrivava la perquisizione quotidiana, strappavo le pagine. Non volevo che altri le leggessero". Per fortuna non le ha buttate via. Non avrebbe mai immaginato che si sarebbero trasformate nel suo salvacondotto per questa Pasqua in famiglia.  

Lorenzetto Stefano,  Pagina 11 (11 aprile 1993) - Corriere della Sera


Ci si può spaventare e dire "ma io sono stato con uno così?". Ma sarebbe una domanda senza misericordia. Cuore duro. Sclerocardia. Ci si può invece meravigliare che un uomo così, proprio così!, sia riuscito a cambiare vita. Tutta la vita. Pur continuando a pagare. E se uno che ha morsicato il cuore di una sua vittima e ha giocato a calcio con la testa di un'altra, prima di buttarla nel water, è riuscito a convertirsi così tanto, non possiamo forse noi convertirci sulle piccoli e grande idiozie che ogni giorno ci fanno rallentare la vita?

Nessun moralismo su di lui.
Qualcuno su di noi ci farebbe sicuramente bene.



sabato 24 settembre 2011

VIGILIA


Forse è una leggerezza che arriva dalla libertà di scegliere cosa fare della vita che mi hanno regalato.
Forse è accorgersi che quella cosa che aspetto da dieci anni, ora, finalmente, sta arrivando.
Forse è vedere mamma e papà così emozionati.
Forse è una mano forte, quella mano a cui mi sono sempre aggrappato e affidato, che ora più che mai mi sostiene.
Forse è l'accompagnamento di tanti sorrisi e preghiere, che non manca di rendermi forte.
Forse sono gli amici, che continuano ad esserci: quelli in carne ed ossa e quelli non proprio a me prossimi. 
Forse è capire, ancora una volta in ritardo, quanto sia vero il Vangelo. 
Forse è scoprire la bellezza del sentirsi cercati, amati e perdonati da Qualcuno di veramente grande.
Forse è la bellezza del per-donare "a gratis", senza avere nulla in cambio. 
Forse è la bellezza di quegli uomini straordinari, che sono i santi, che con la loro vita piena mi hanno sempre commosso e hanno suscitato in me il desiderio di imitarli (raro caso in cui copiare è lecito e consigliato!).
Forse ogni cosa parla della bellezza di una vita così, spesa, donata, regalata.
Forse ogni cosa è illuminata dalla Luce. E noi cercheremo di farla brillare il più possibile.

"Cosa fai nella vita?"
"La regalo agli altri".

Sì, son proprio felice! 


venerdì 16 settembre 2011

Trillo - Mi pare d’essere veramente un “minus habens”


"Il desiderio della perfezione è un grado della perfezione stessa, quindi coraggio e avanti con fiducia nella grande ascesa. Nel caso ch’io ti rimanessi addietro non mi disprezzare. Non sono ancora in salita, ma nutro ogni giorno desiderio di salire, di migliorare, di essere meno cattivo; è appunto per questo che mi sono fatto missionario ed è per questo che godo della mia fatica e desidero raccogliere, raccogliere gente a Dio, per riparare e purificarmi. Spesso pensando a quel che sono mi pare d’essere veramente un “minus habens”, un “minorato nella vita spirituale” ed ho compassione io stesso di me stesso. Mi sembra poi un’ironia fine quelli che mi scrivono: “Oh, lei è missionario, lei ha donato tutto, lei va in paradiso dritto come un fuso…”. Poverini! Iddio perdoni, siamo tanto distanti, non vedono nulla e credono chissà cosa. Credimelo, io pure ho da combattere ogni giorno con me stesso, ed a volte vinco ed a volte perdo. Una vera altalena, a volte mi gonfio come un pallone, alle volte sono spremuto come un limoncino".
C. Vismara, Lettere dalla Birmania 

E se lo ha da dire un santo di se stesso, non potrò dirlo io di me?

martedì 13 settembre 2011

LA FINE E IL FINE

Arrivo con un giorno di ritardo a commentare ciò che per una buona parte della popolazione è cominciato ieri: l’inizio della scuola. Ho letto qua e là sulle bacheche del facebook molti countdown fatti partire già dal primo giorno di scuola. Uno in particolare mi ha fatto sorridere e riflettere. 
Scrive A., 17 anni: “primo giorno andato…dai, ne mancano solo 199”. 
Deve essere una bella ansia quella che anima molti studenti oppure una certa delusione a priori rispetto a quello che vivranno. Nove mesi di “comunità forzata” nella quale saranno continuamente messi alla prova, per vedersi rifilare un numero, possibilmente maggiore o uguale a sei, che determinerà la serenità della prossima estate o un grande senso di fallimento esistenziale. Perché è vero che la scuola non è tutto nella vita, ma è anche vero che a questi ragazzi la scuola “porta via” un sacco di tempo. Per questo a molti la scuola non piace, perché si presenta come una ladra, che rapisce la vita, ruba quell’idea di libertà che l’estate aveva facilmente regalato e appiccica un numero che dice quanto si vale: poco più o poco meno di un sei. Ecco perché ai ragazzi sembra più facile e bello pensare alla fine della scuola e non al fine di questa. Pensare al fine di qualcosa porta a chiedersi il perché. Perché vado a scuola? Perché le cose che mi vengono trasmesse dovrebbero servirmi? Perché le cose che imparo sono importanti per la mia vita? Ci sono dei perché più importanti di questi, non lo metto in dubbio. Ma per allenarsi a farsi le domande giuste (che è il segreto per incominciare a capire perché siamo al mondo) occorre conoscere chi prima di noi si è chiesto quel “perché”, in tutti gli ambiti, scientifici e umanistici, artistici e tecnici, e a quali risposte sono arrivati tutti coloro che ci hanno preceduto nella storia. Continuare a chiedersi il fine dell’andare a scuola, magari chiedendo aiuto a chi è più grande e ai professori stessi per cercare di darsi una risposta, può permettere, a mio modesto avviso, di passare quei duecento giorni un po’ più serenamente, con la voglia di capirci qualcosa in più di questo mondo, di ciò che lo fa “funzionare” e di accorgersi con meraviglia di quanto sia bella la vita. 

Ecco cosa mi hanno trasmesso i miei insegnanti: l’importanza di fare le domande giuste, l’entusiasmo nel ricercare il fine e il “perché” delle cose e lo stupore di vivere questa (e non un’altra) bella vita. 
Buon anno, a voi gabbianelle e a quei gatti che vi insegneranno a volare!

domenica 10 luglio 2011

LO DICE ANCHE CHARLIE BROWN!


Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà;
ma chi la perderà, la manterrà viva.





Niente caschi protettivi, Charlie Brown.
Meglio aver amato e aver perso l’amore..

.. e anche un po’ di vita!

domenica 26 giugno 2011

PANE E VINO



Oggi, giustamente, si parla di ringraziamento. Si parla di quella “cosa” che serve per rendere grazie, per rin-graziare, cioè per dire con un gesto, con delle parole, con la presenza, la gratitudine per un bene ricevuto. Per cercare di restituire un po’ del tanto bene ricevuto e che si continua a ricevere.
Dalle mie parti oggi si festeggia una delle feste più belle dell’anno. Si tratta di ricordare un pezzetto di pane e un bicchiere di vino. Cose semplici, che teniamo in casa. Forse le cose più semplici, che servono per vivere. Contorno a tanti nostri pasti, scelte per diventare il pasto che tiene in vita perché dona tutta una vita. Corpo e sangue. “La vita tutta intera”.
Forse mi ripeto, ma è grande l’emozione di poter distribuire ogni giorno un po’ di quella vita a tanti, bambini, ragazzi, uomini e donne, adulti e anziani. Bello, perché quella vita PaneVino è capace di far stringere le mani di adolescenti e nonn-ine, mentre cantano insieme canzoni semplici e gioiose, mentre si stupiscono in silenzio (anche se non sempre perfetto) di quel miracolo che non ha nulla di magico, ma sa tremendamente di amore. Come dice il nostro amico Alessandro: “Chi non ci crede o ci crede poco, non sa quello che si perde”.

Vero! Vero! Vero!


p.s.: oggi, dalle mie parti, hanno anche riconosciuto a tre tipi very strong il fatto di aver vissuto una vita buona, bella, vera, piena. Una vita…vita! Per il fatto che in vita han trovato la felicità, da oggi li possiamo chiamare “beati”.



Il beato Clemente (quello con la barba bianca) scriveva:

"La vita è radiosa dal momento in cui si incomincia a donarla…
La vita è bella, quando ci si vuol bene…
Solo l’amore fa vincere la vita
".

Ringraziamento. Anche per loro e la loro bella vita: donata!


sabato 11 giugno 2011

FIORI D'ARANCIO e STOLE ROSSE


Il post porta la data di sabato 11 giugno. Di fatto, per me che scrivo, è ancora venerdì. Tra poche ore parteciperò a due eventi abbastanza strani, oramai (ossia al giorno d’oggi) molto abbastanza rari. Un matrimonio e un’ordinazione. Entrambi prevedono una celebrazione. Entrambi chiedono un “si” che dura per sempre. Per sempre!
Il matrimonio è di una mia compagna di classe del liceo. Speravo di poter essere il primo a “sistemarmi”. Invece, con granderrima gioia, le lascio il primato. È strano però pensare che, domattina, lei e il suo lui uniranno le loro vite e inizieranno qualcosa di incredibilmente nuovo. L’amore li farà nascere di nuovo. L'amore fa sempre nascere di nuovo!
L’ordinazione è di 17 miei amici, che, finalmente, coroneranno il loro sogno diventando preti. Per questi l’emozione è ancora più forte. Perché poi, la prossima volta, toccherebbe a me…
È probabile che di questi eventi torni a scrivere.
Dopo averli compresi. Dopo averli vissuti.

Tanti auguri e.. basta! :)

domenica 10 aprile 2011

«CREDI QUESTO?»



Se potessimo ascoltare alcuni dei colloqui che gli insegnanti hanno periodicamente con i genitori dei loro alunni, ci stupiremmo per quante volte viene ripetuta una frase, una specie di ritornello, che sembra andar bene per tanti: «Suo figlio è intelligente, ma non si applica!».
Al di là di ogni commento e valutazione scolastica, sembra che l’atteggiamento del «poter fare qualcosa», ma del «non volerlo fare» sia abbastanza diffuso non solo tra i più giovani, ma anche (e soprattutto) in molti adulti. Quello che una volta veniva indicato come il peccato capitale dell’accidia, oggi pare aggredire tantissima gente, nelle più diverse forme di pigrizia, di svogliatezza, di rimando e di disattenzione rispetto alle cose importanti da fare.
La pigrizia, oltre a uccidere il tempo libero che ci è dato da vivere al meglio, piano piano fa spegnere ogni nostra passione, ridimensiona ogni nostro progetto, riduce ai minimi termini i nostri sogni, cancella a uno a uno i nostri desideri. Insomma, ci fa «morire dentro».
Il tema della morte è il punto di partenza di questo episodio del Vangelo di Giovanni. Muore un uomo, Lazzaro. Muore un fratello, il fratello di Marta e Maria. Muore un amico, uno tra i migliori amici di Gesù. La narrazione di questa storia, però, ci fa meditare anche su un altro tipo di morte, quella del cuore.
Da sempre sede delle emozioni, dei desideri, dell’amore, il cuore è davvero l’organo indispensabile alla vita. Non sempre, tuttavia, la morte del cuore corrisponde alla morte del corpo. Il cuore può rallentare il suo battito (o addirittura arrestarsi) molto prima che il corpo trovi il suo «eterno riposo». Questo riposo, promessa alle tante fatiche della vita, se troppo anticipato può rischiare di non farci vivere per ciò che siamo fatti, ci impigrisce, ci lascia inoperosi, nonostante i nostri talenti, nonostante le nostre capacità, nonostante la nostra intelligenza, non applicata. E non solo a scuola. Per uscire da questo tunnel di svogliatezza e di non-vita, proviamo a guardare Gesù.
È veramente curioso il suo comportamento prima di compiere il miracolo sull’amico Lazzaro. Non si tira indietro, nemmeno sapendo che in Giudea c’era gente pronta a lapidarlo. Non solo! Le sue parole sembrano volerci dare uno scossone, per tutte quelle volte in cui mille scuse bloccano i nostri passi, le nostre migliori intenzioni, quando la pigrizia e l’accidia vogliono rallentare il bene che vorremmo fare, lasciando il nostro cuore addormentato, freddo. Proprio come il corpo di Lazzaro nel sepolcro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo».
È questo che fa Gesù con la nostra vita un po’ addormentata: ci risveglia! Il testo originale greco usa lo stesso verbo per indicare il risveglio e la risurrezione: uno stesso verbo per indicare uno stesso costante bisogno per l’uomo, quello di alzarsi, di stare in piedi, svegli, di non rimanere nel sonno.
Ma davvero siamo tanto addormentati da sembrare morti? Abbiamo anche noi bisogno di essere svegliati? Sono solo le grandi tragedie della vita a far morire, poco per volta, il nostro cuore o sono anche tutte le volte in cui «risparmiamo» i nostri talenti e il nostro amore verso Dio e verso gli altri?
Sembrano tutte domande retoriche!
Certamente troppo spesso il nostro atteggiamento di cristiani, più che di credenti in una vita nuova e bella, sembra quello di gente scontenta, obbligata, appesantita. In una parola: abituata.
Possono, però, i discepoli del Risorto apparire come gente abituata o annoiata dalla loro vita? No!
Sicuramente tante volte viviamo sofferenze più grandi di noi. Succede ai piccoli, succede ai grandi: una delusione d’amore, l’incomprensione dei genitori, un tradimento, la perdita del lavoro, una separazione, una malattia, una morte. Da dove trovare la forza e la speranza per andare avanti?
Troppo spesso ci capita di dimenticare la concretezza della carità (che è l’amore che Gesù ci ha insegnato) che è un sorriso a chi ci incontra, un saluto ai nostri colleghi, l’interessamento per la vita degli altri.
Riusciamo a venire fuori da tutti questi problemi da soli? No di certo. Anche la reale sofferenza di Marta e Maria non è stata consolata soltanto dalla pur preziosa vicinanza dei Giudei giunti a casa loro, ma ha avuto bisogno della presenza di Gesù, tanto cercata: «Signore, se tu fossi stato qui…».
Ad un certo punto per loro due è stato necessario cercare Gesù, averlo lì con loro, presente nella loro vita, per ascoltarlo, per consegnare a Lui in una confidenza tra amici il loro dolore, perché sapevano che era l’unico in grado di poter fare qualcosa di grande per loro e per la vita, ormai persa, di Lazzaro.
Per svegliare dal sonno di una morte che uccide il cuore prima del corpo, occorre cercare Gesù e riconoscere che Lui solo può mettere le cose a posto. Non perché faccia grandi miracoli, come in quel giorno davanti al sepolcro dell’amico, ma perché solo da Lui, nella sua Parola e nel suo Corpo donato per amore, possiamo ricevere la vita, la vita vera: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?».

NoiBrugherio, sabato 09 aprile 2011

domenica 13 marzo 2011

TENTATIVO o TENTAZIONE?


Quando le parole devono essere spese necessariamente, perché così vuole la vita, alla fine di una giornata impegnativa si desidera solo il silenzio.
Non più parole tue. Non più parole degli altri. A volte le parole degli altri chiedono tanto alla vita. A volte - e oggi può essere andata così - ho da offrire solo il silenzio di un ascolto. Mi si perdoni.
All'inizio di questi Quaranta giorni siamo chiamati a fare un passo, in un deserto. Luogo ostile, dove l'uomo è rimandato alla sua essenza. Perché tutto tace e i pensieri, i mille pensieri, obbligano a fare i conti con quanto c'è di più vero e buono dentro di noi. Ma anche con le cose che non vanno, con i limiti, con i bisogni, con la "fame" e con la "sete". Con tutto noi stessi, insomma.
Il passo verso il deserto è un passo che sa di tentativo. Provare ad essere veramente noi stessi. Capire chi siamo e dove andiamo. In un deserto, dove l'unica compagnia è quella di un povero vecchio diavolo, costretto dalla sua testardaggine a fare quello che da secoli fa: dividere, dividerci, separarci, farci allontanare dalla Verità. Confonderci così tanto da arrivare a scambiare il tentativo di poter essere qualcuno, con la tentazione di seguire i sogni di qualcun altro, rinunciando così ad essere pienamente noi.
Ecco la frittata del diavolo: basta rompere un uovo. E il fuoco ce lo mette lui.

Concludo questo (forse) insensato post con questo video. Forse non c'entra nulla.
Dura solo un minuto.
Ma parla di vita. Vita vera.




POST SCRIPTUM del 21 marzo 2011, primo giorno di Primavera:
qualcuno ha reclamato i diritti d'autore sulle parole di Alda Merini.
Perché quelle parole son state dette all'interno di un programma televisivo.
Il mondo dello spettacolo, insomma..
La tentazione di reclamare diritti (economici?) ha vinto sulla possibilità-tentativo di ascoltare le parole di una vita spesa a sognare e ad amare.
Qualcuno non vuole che quel video si veda e che quelle parole si ascoltino.
Aver paura, forse, induce più spesso in tentazione, che a tentare cose vere.
Vabbè, son scelte...

giovedì 10 marzo 2011

AIRONE


Chat-line: confidenze virtuali
"Finalmente ciao Airone. Finalmente noi. Chissà perché è così bello incontrarsi qui. Così magico. Al buio, solo lo schermo del computer a fare luce. Silenzio, il rumore leggero dei tasti. L’idea che il mio messaggio appaia davanti ai tuoi occhi magicamente. Come nato molto lontano e capace di vincere il tempo e le distanze. Capace di vincere il nulla, l’ignoto.
Parlare con te è la cosa più bella che mi sia capitata. La cosa più bella di ogni giornata. Ed è un bene che avvenga a tarda sera come un sollievo per tutte le difficoltà che si sono accumulate in sole quindici ore. Troppe.
Oggi, per esempio, è successo veramente di tutto. Sono riuscita a discutere con mia madre, mio padre, mia sorella, la mia migliore amica, il mio fidanzato.
Un record.
Ecco che di nuovo ti sommergo con i miei racconti che devono averti dato di me un’idea orribile. Mentre tu, Airone, sei bravissimo a non darmi segnali, indizi a cui potrei appigliarmi per abbozzare un tuo identikit. Non sono riuscita a capire nulla di te e questo apre ogni spiraglio di fantasia e creatività. Così ogni volta che ti scrivo ti immagino diverso, ora adulto, ora giovane, ora donna, ora uomo.
Già, potresti essere un uomo più o meno dell’età di mio padre.
Morirei dal ridere all’idea di aver parlato tanto con una persona che avrebbe potuto essere mio padre. Io con lui non parlo da che ho smesso di andare all’asilo. Anno più, anno meno. Non che la colpa sia solo sua, certo, comunque è andata così. Inutile recriminare. Mio padre ha lo sguardo di chi ha raggiunto esattamente quello che sognava da bambino. Uno sguardo fermo, senza debolezze, che non abbassa mai. Quello sguardo io non riesco a sostenerlo, perché provo vergogna di tutte le mie incertezze, dei miei dubbi, delle mie paure di non riuscire. Io non ho la sua forza. Io non gli somiglio. E da sempre penso che lui non possa perdonarmelo.
Oppure penso che potresti essere una donna come mia madre. Ancora più divertente. Ho raccontato tutti i miei segreti e i pensieri più nascosti ad una donna che potrebbe essere mia madre. Che ha delle figlie dalle quali si aspetta esattamente quello che mia madre si aspetta da me. Il problema è proprio questo: mia madre ha delle aspettative e precise. Ha migliaia di libri e li ha letti tutti. Ha la tessera del partito dalla gioventù. Ogni giorno un paio di quotidiani e qualche settimanale. Mi piacerebbe molto essere così e cerco da sempre di leggere e capire, come le ho sentito ripetere sin dalla mia infanzia. Accade però una strana cosa: quando mi trovo a parlare con lei, preferisco fingere di non sapere per paura che le mie convinzioni non coincidano con le sue e siano quindi irrimediabilmente inadeguate. Probabilmente il fatto che io la pensi diversamente sarebbe per lei una prova di straordinaria indipendenza intellettuale. Ma io proprio non ce la faccio.
Al contrario mia sorella.
L’unica cosa che ha imparato dalla mamma è la preoccupazione della propria bellezza. La mamma però è discreta in questo suo aver cura di sé e il risultato è una bellezza sussurrata e non gridata ai quattro venti perché tutti la guardino. Mia sorella non ha capito nulla e cerca gli sguardi del pubblico mentre mia mamma offre agli sguardi altrui la propria sicurezza. Quando ci incontriamo, di solito è notte e siamo a letto, cerchiamo di allacciare uno straccio di dialogo, quello che sarebbe normale ci fosse tra due sorelle con 5 minuti di differenza d’età, ma mi addormento intristita mentre lei mi chiede di aiutarla a scegliere il fidanzato giusto tra migliaia di pretendenti. Mai viste due gemelle identiche nell’aspetto e tanto diverse dentro.
Negli ultimi giorni mi domando perché racconto proprio a te di mio padre, di mia madre, di Viola. A te che potresti essere il padre, la madre o la sorella di qualcun altro che in questo momento al buio e in silenzio sta scrivendo di te. E così via in un circolo vizioso che sarebbe sano interrompere, parlando ognuno ai suoi, senza paura. La risposta che mi sono data è che tutto è più facile perché tu non mi guardi negli occhi. Non ti ho davanti a me, non vedo rughe di disapprovazione sul tuo volto o smorfie di perplessità. Non leggo delusione o insofferenza.
Non ti sento. Non sento la tua voce quindi nessuna irritazione o nervosismo o durezza di tono. Non ti giro intorno per la casa tutto il giorno, non cerco la tua attenzione proprio nel momento meno opportuno o perdo i tuoi orecchini preferiti proprio il giorno in cui la macchina si è fermata nel bel mezzo di un ingorgo e hai un diavolo per capello. Ecco forse è troppo facile diventare amici o amarsi senza avere la possibilità di darsi un po’ di fastidio. Senza essersi un po’ antipatici. Senza avere un po’ paura l’uno dell’altro.
Quello che noi stiamo facendo questa sera è sostanzialmente niente altro che un adulterio. Si tradisce la propria famiglia, dedicando il proprio tempo, l’attenzione, la disponibilità, la pazienza ad un estraneo che non è un nostro problema, verso il quale non abbiamo doveri, che se dovesse cominciare a non piacerci, potremo cancellare con un clic. Qualcuno che da noi non può pretendere nulla e tutto ciò che gli regaliamo favorisce la sua assoluta gratitudine. Qualcuno che ha problemi come i nostri ma ci sembrano meno mostruosi perché non ci coinvolgono direttamente, li guardiamo da lontano e possiamo suggerire soluzioni come fossimo oracoli. Soluzioni che sicuramente risultano intelligenti e che cadono a pennello perché in fondo l’esito che ne deriverebbe, anche se non fosse positivo come avremmo pensato, non ci procurerebbe nessun rimprovero. Insomma il massimo del risultato con il minimo dell’impegno.
Pensandoci bene anche noi, Airone, per parlarci abbiamo avuto bisogno di accettare un legame, di affidarci ad una «rete» dalle maglie invisibili, che sembrano non intrappolarci le ali, il cui filo non dà la sensazione ai nostri polsi di logorarli o stringerli troppo. Una rete virtuale che non ha il peso e l’odore della realtà, non soffoca, non può spaventare.
Probabilmente se ci incontrassimo ad una festa, potresti non trovarmi neppure simpatica e io magari ti guarderei per un solo attimo archiviando subito la tua presenza, per nulla incuriosita dai tuoi discorsi oziosi. In fila allo sportello della posta non alzeremmo neppure lo sguardo dal giornale, niente di interessante in noi. Questo perché la realtà è come è, non come la immaginiamo e spetta solo a noi la fatica di saper intuire negli interstizi il bagliore di una potenzialità, di una ricchezza e decidere di faticare perché queste vedano la luce e rendano la nostra vita più attraente e semplice.
Mio padre in questo momento è nello studio, anche lui con la sole luce dello schermo del computer, ho voglia di correre giù e di abbracciarlo forte dicendogli che ho grande progetti per il mio futuro ma anche mille paure. So bene che il lieto fine non è sempre la conclusione delle vicende della vita. Forse non alzerà neanche la testa dal computer. Ma credo che si diventi grande tentando grandi imprese. E le grandi imprese non riguardano mai le cose ma sempre i nostri legami con le persone.
Mia madre sicuramente è a letto che legge un libro, forse andrò da lei a dirle che McEwan è un grande, che non sono del suo partito, che ho letto tantissimi dei suoi libri di nascosto.
E quella con mia sorella sarà un’altra bella guerra.
Così questa è l’ultima volta che ricevi un mio messaggio. Ti prego di non rispondermi.
Credo sia ora di cominciare a vivere."

Stefano Lupi, NPG gennaio 2000, p.78