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giovedì 10 gennaio 2013

UNA PAROLA DI PATERNO INSEGNAMENTO





Tutto ciò che l’Arcivescovo Angelo Scola ha voluto dire alla città di Brugherio durante la sua visita sabato scorso penso abbia avuto il suo centro nelle parole dell’omelia, durante la celebrazione eucaristica. Il breve tempo passato in mezzo a noi ha, di fatto, ridotto a quest’unico momento la possibilità di ascolto del nostro pastore. Di quanto detto, in senso generale, mi ha colpito una caratteristica frequente nei discorsi e nelle omelie del nostro Cardinale: probabilmente grazie alla sua formazione e al suo essere stato per parecchi anni insegnante, ho sempre percepito nelle sue parole il desiderio di trasmettere molto di quanto la nostra fede cristiana cattolica a volte dimentica. Così, nel suo essere stupito per la grande partecipazione dei brugheresi all’evento, ci ha parlato dei Magi, protagonisti di una ricerca che è di tutti gli uomini e di tutte le donne di ogni tempo. Questa ricerca appassionata e instancabile è la vita stessa di tutti gli uomini che percepiscono - prima o poi, con esiti più o meno soddisfacenti – il bisogno di dare un senso alla propria vita. I Magi, questi tre uomini straordinari (tre perché così ci è stato detto dai nostri padri e noi, di chi ci ha preceduto, possiamo e in qualche modo dobbiamo fidarci) non hanno vissuto la loro ricerca come qualcosa fine a se stessa. Purtroppo, al giorno d’oggi, una certa cultura tende a sottolineare maggiormente l’importanza del viaggiare più che dell’arrivare. Ma un viaggiare senza arrivare che senso ha? Quando il viaggio diventa metafora della vita, il non giungere mai ad una meta o il voler rimandare sempre l’arrivo ad una destinazione che renda vera la gioia che desideriamo provare, quale beneficio può portare? Il coraggio, l’intelligenza, la fede di questi tre Magi venuti da molto lontano sprona ciascuno di noi a cercare quella “grandissima gioia”, che è Gesù, che è il fondamento di ogni vera speranza, non l’illusione di vivere senza problemi, ma la forza che quei problemi ci aiuta ad affrontarli. Come una stella verso la quale puntare la rotta dell’esistenza, verso la quale puntare il cammino che facciamo anche come Chiesa, come comunità cristiane, come Comunità pastorale. Quella dell’Arcivescovo è stata una parola di paterno insegnamento che ci deve spronare ancora di più a mettere Gesù Cristo al centro della nostra vita e che ci aiuti a vivere una vita buona per noi stessi, per i nostri concittadini e per il bene dell’intera società italiana.

domenica 12 febbraio 2012

LEBBRA

Da cosa voleva essere guarito quell’uomo che supplica Gesù in ginocchio? Da quale male voleva essere purificato? Perché una malattia così diffusa e così grave è caricata da un così pesante carico di impurità. Qual è il vero male che fa soffrire: la malattia fisica o il suo essere considerato impuro, non degno, disumano? 
Non ci è forse immediato pensare a quanta sofferenza avrebbe patito un lebbroso ai tempi di Gesù. Ci è forse facile immaginarlo pensando al lebbroso abbracciato da san Francesco, oppure guardando qualche foto o filmato in cui una grande santa (ancora beata) dei nostri tempi mette tutta la sua vita a servizio della vita di questi malati: la beata Teresa di Calcutta. Di storie come queste ce ne sono a milioni. Molte sconosciute. Tantissime taciute. Ancora oggi. Perché la lebbra, ancora oggi, miete centinaia di migliaia di vittime ogni anno. Ma fin quando il problema sembra essere lontano da noi, pare inesistente. E noi, abituati a ricevere ogni giorno da giornali e tv cifre impressionanti di persone morte, rimaniamo oramai impermeabili a problemi che ci trasciniamo da secoli. Impermeabili, quindi indifferenti. Quindi lebbrosi, perché disumani. 
C’è una lebbra che colpisce la carne: ti sfigura, ti mutila, ti rende orribile agli occhi delle persone, ti rende dis-umano, cioè non più uomo, al limite di uno strano oggetto. C’è una lebbra che colpisce il nostro modo di stare nella vita: l’indifferenza. Essere indifferenti significa non gustare le differenze che ci rendono unici. Essere indifferenti significa non mettere al primo posto il bene, ma il benessere (il nostro benessere). Stare bene prende il posto del vivere bene, del vivere una vita buona e una vita buona, da quanto posso capire, è una vita che non ruota soltanto attorno al nostro ombelico. Dai racconti dei nostri nonni ci arriva spesso la descrizione di come si viveva la vita “una volta”. Quasi sempre c’è nostalgia, ma non di quella pesante e noiosa, di quella che non fa andare avanti, piuttosto una nostalgia che fa capire come si possa davvero vivere diversamente, anche in tempo di guerra o, diremmo noi oggi, di crisi. Perché è vero che la vita è dura quando è piena di problemi, ma se questi problemi sono condivisi e affrontati insieme, forse diventa più facile continuare a vivere ogni giorno che il buon Dio ci vuole donare. In quei racconti si parla di poco cibo condiviso tra tanti fratelli, di rinunce fatte col sorriso nonostante la fatica, per un bene maggiore che si intravvedeva all’orizzonte. Forse i nostri nonni erano più capaci di sperare, cioè di vedere un senso anche nelle prove e nelle crisi che vivevano. Forse i nostri nonni erano meno indifferenti ai problemi degli altri perché quel poco che avevano lo percepivano come importante e come un dono, arrivato dal Cielo. A loro nulla era dovuto. Nemmeno una guarigione inaspettata. I nostri nonni sapevano che è la speranza la cura per la lebbra dell’indifferenza. 
Il lebbroso di questa pagina del vangelo (Mc 1,40-45) non si aspettava di essere guarito, ma lo sperava da quel Maestro capace di guarire la vita, capace di purificare da ogni macchia, capace di toccare le più vergognose piaghe che affliggono l’uomo. Per questa sua speranza viene guarito, per questa sua fiducia in Gesù viene salvato e può finalmente ritornare ad essere uomo. La prova di questo suo ritorno alla vita è la sua prima disobbedienza al consiglio di Gesù di mantenere segreta la sua guarigione: ritornare a vivere una vita vera, da uomini, da figli, non lascia indifferenti, non lascia “lebbrosi”, ma fa scaturire da questo miracolo una grande gioia che si vuole condividere. Fa venire voglia di scappare dai lazzaretti in cui si è vissuti rinchiusi fino a quel momento e di ritornare in città, di scappare dai deserti vuoti e senza senso per tornare a vivere, sperando, tra le case degli uomini.


domenica 5 febbraio 2012

FEBBRE

Nella vita ci sono periodi positivi e periodi negativi, tempi felici e tempi meno sereni. Fasi up e fasi down. Non è vero dunque che va sempre “tutto bene!”. Che ipocrisia di facciata la risposta cortese: “tutto bene, grazie!”, quando in realtà il mondo ci sta cadendo addosso! Quanta fragilità nascosta in certe risposte, che dicono poca fiducia negli altri, che ci fanno sentire ancora più deboli, ancora più “pecore nere”, come se la fragilità, i problemi, le malattie, le cose che non vanno, colpissero solo noi. No, non è proprio così! Non siamo gli unici a voler fuggire dalle tenebre. La vita di tutti è piena di ombre, per questo abbiamo fame di luce e di amore. E quando questa luce e questo amore arrivano nella nostra vita, ci si risveglia come da un lungo e tremendo incubo, dal quale vogliamo scappare velocemente e ritornare a vivere.
 Quando la luce e l’amore entrano (o ri-entrano) nella nostra vita ci si sente tutto ad un tratto come guariti da una febbre, che aveva tolto le forze fisiche, che aveva tolto la voglia di stare con gli altri, di essere importante per qualcuno. 
Chissà, forse la febbre che aveva colpito la suocera di SimonPietro le aveva tolto anche la voglia di amare i suoi cari e l’infermità la stava a poco a poco uccidendo. 
Ciò che colpisce è la premura e il bene che si intravede nei gesti di Simone, di Andrea e degli altri due discepoli di Gesù, che “subito”, con quella rapidità che solo l’amore permette, gli parlano di lei. Quella donna, così inferma, così immobile, così paralizzata dalla sua malattia, può contare sulla presenza e sull’intercessione di qualcun altro, che può parlare di lei al Maestro. Non inizia forse da qui la sua salvezza? 
Mi viene da paragonare il gesto buono di questi uomini che portano a Gesù una malata (anche se in questo caso il movimento è l’opposto, in quanto Gesù viene portato dalla malata) alla determinazione e alla fatica fatta dai barellieri del paralitico calato dal tetto della casa. Scena simile, grande premura e affetto per quel loro amico. Gesù, di tutto questo, nota la grande fede di quegli uomini, che permette loro di compiere quel gesto di amore. 
Ecco allora un segreto per guarire dal male: la bellezza di una fede capace di fare fatica per gli altri, che non ha vergogna di nascondere le proprie fragilità, che ci mette la faccia davanti a tutti e con semplicità riconosce il proprio limite. Ma, più di tutto, una fede capace di rivolgersi al maestro giusto: anche i demòni, infatti, conoscono Gesù, ma a differenza della gente normale, che si rivolge a lui per farsi aiutare, non hanno mai avuto l’umiltà di farsi guarire il cuore da lui. E continuano a tormentare la vita degli altri.
Forse il vangelo di questa domenica ci insegna che i miracoli possiamo compierli anche noi, senza aspettare troppe magie che risolvano dal nulla i nostri problemi. A noi è data la possibilità di rivolgerci all’unico Maestro che ci insegna il vero amore e di prenderci cura gli uni degli altri, nelle nostre tante ombre che rimangono fino ad oggi piccole mancanze di Luce e di Amore, le più potenti medicine che salvano la vita.


domenica 17 aprile 2011

CHE DIRE?

Non che sia molto difficile, al giorno d’oggi, rimanere senza parole; però di fronte a un Dio così, è facile restare a bocca aperta, con quelle quattro certezze che abbiamo scardinate dal suo agire, dal suo modo di parlare, di comportarsi, di comunicare alle folle. Lo abbiamo sentito parlare tante volte Gesù: racconti semplici, parabole, metafore, immagini. Tante immagini: pastori e pecorelle, pescatori e pesci da pescare, semi piantati, tesori ritrovati, re che partono per terre lontane…. Sembra quasi di stare dentro una favola. Infatti qualcuno, qualche tempo fa, deve averlo detto: «i cristiani credono nelle favole». Ma non so se è veramente così. Possiamo dire che Gesù è un cantastorie, un giullare, un inventa-favole? O che le sue parabole sono tutte fantasie inventate per tentare di spiegare un Dio inconoscibile? Provate voi a dare risposta. Sinceramente, in questa parte finale della Quaresima, mi basta (ancora una volta) guardare a Lui, in silenzio, per vedere ed ascoltare, quindi capire, quello che fa. Il lungo Vangelo di questa domenica è preceduto dal racconto del suo ingresso a Gerusalemme. Già oggi entrare a Gerusalemme suscita emozioni fortissime: quelle mura così ricche di storia, le sue vie, la sua gente, con i mille problemi dei suoi abitanti. Figurarsi a quel tempo, in cui tutto era al massimo del suo splendore, nonostante la dominazione romana!
In questa Domenica delle Palme, nella gioia tipica dei bimbi che cantano, mi piacerebbe notare due cose dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme: il mezzo di trasporto e la destinazione.
Il mezzo di trasporto. Che Gesù fosse un tipo fuori dagli schemi del tempo era evidente: guariva di sabato, non digiunava secondo i buoni costumi religiosi, riferiva ogni passo della Legge e dei Profeti alla sua persona e alla sua missione…. Era un tipo speciale e la gente, forse, si aspettava effetti speciali. Proprio come noi: da Gesù, che è il Figlio di Dio, ci aspettiamo effetti speciali. E come rimaniamo delusi, se non ci accontenta come vorremmo, se «non si fa sentire», se non si manifesta in maniera certa e incontrovertibile.
Delusi noi e delusi anche i suoi contemporanei! A noi è dato di incontrarlo in mille e più modi, tutti però non molto chiassosi: nella lettura e meditazione della sua Parola, nell’offerta della sua vita (tutta intera!) dell’Eucaristia, nelle parole e nella vita di chi annuncia il suo Vangelo, nel volto e nella sofferenza dei piccoli e dei poveri. Ai suoi amici gerosolimitani Gesù si è presentato su un’asina, sull’animale più umile e umiliato di tutti i tempi. L’animale che è diventato la metafora del lavoro pesante, del lavoro meccanico, delle persone poco intelligenti, delle persone imbrogliate, degli ingenui, dei «piccoli». Di quell’animale «il Signore ne ha bisogno». Di chi si sente sfruttato, umiliato, escluso, ferito, sofferente, imbrogliato, usato dai prepotenti di questo mondo: «il Signore ne ha bisogno»!
Chissà quante volte il Signore ha bisogno di «asini» come noi!?
La destinazione. Gerusalemme, la città santa. Città da sempre sognata, da ogni popolo e nazione, sempre contesa tra mille lotte e guerre, dal giorno della sua fondazione fino ai giorni nostri. Tutti gli anni, secondo l’usanza ebraica, era necessario recarsi al tempio, per la Pasqua, per la Pentecoste, per la festa delle Capanne. Quella Pasqua però si stava caricando di significati nuovi: l’ingresso sull’asina, i bambini che cantavano, la gente per strada che sventolava rami di palme e di ulivi gettando i mantelli per strada. Quell’uomo proveniente dalla Galilea aveva qualcosa di importante da fare. Sembrava un re! Ma questo non a tutti piaceva. Non piaceva ai capi del popolo, per paura di una vendetta da parte dei Romani, e non sarebbe piaciuto neppure ai Romani stessi. Tutti avevano paura di un possibile nuovo re. Anche noi ne avremmo. Avremmo paura di un re che ci imponesse le sue leggi, che ci impedisse di vivere come vogliamo, di non riconoscerlo come nostro sovrano, di poterlo criticare, di poterlo addirittura eliminare fisicamente…
Leggendo un po’ oltre questo brano di Matteo, con un po’ di curiosità e di anticipo rispetto ai giorni della settimana più autentica di tutto l’anno, si capisce che le nostre paure sarebbero infondate: la meta di questo «Re dei Giudei» sarà un trono di legno, fatto di assi e chiodi; gli onori a lui destinati saranno sputi, percosse e colpi di flagello; il suo potere sugli uomini sarà quello di insegnare ad amare (in modo vero) nella maniera più alta e bella che potesse mai mostrarci: donando la sua vita. Ecco cosa ci va a fare Gesù a Gerusalemme, per morire in croce, per insegnarci ad amare.
Ogni anno si ripete questo miracolo, il miracolo dell’amore insegnato attraverso l’esempio della vita donata. Ci serve ripeterlo ogni anno, come un memoriale, per non dimenticarci «come si fa» a dare la vita, «come si fa» ad amare sul serio, senza perderci in liquide definizioni che non trovano poi un pratico riscontro. Perché si sa: siamo preparati in molte cose, ma sulle cose importanti, spesso, siamo un po’ asinelli!

NoiBrugherio, sabato 16 aprile 2011

domenica 10 aprile 2011

«CREDI QUESTO?»



Se potessimo ascoltare alcuni dei colloqui che gli insegnanti hanno periodicamente con i genitori dei loro alunni, ci stupiremmo per quante volte viene ripetuta una frase, una specie di ritornello, che sembra andar bene per tanti: «Suo figlio è intelligente, ma non si applica!».
Al di là di ogni commento e valutazione scolastica, sembra che l’atteggiamento del «poter fare qualcosa», ma del «non volerlo fare» sia abbastanza diffuso non solo tra i più giovani, ma anche (e soprattutto) in molti adulti. Quello che una volta veniva indicato come il peccato capitale dell’accidia, oggi pare aggredire tantissima gente, nelle più diverse forme di pigrizia, di svogliatezza, di rimando e di disattenzione rispetto alle cose importanti da fare.
La pigrizia, oltre a uccidere il tempo libero che ci è dato da vivere al meglio, piano piano fa spegnere ogni nostra passione, ridimensiona ogni nostro progetto, riduce ai minimi termini i nostri sogni, cancella a uno a uno i nostri desideri. Insomma, ci fa «morire dentro».
Il tema della morte è il punto di partenza di questo episodio del Vangelo di Giovanni. Muore un uomo, Lazzaro. Muore un fratello, il fratello di Marta e Maria. Muore un amico, uno tra i migliori amici di Gesù. La narrazione di questa storia, però, ci fa meditare anche su un altro tipo di morte, quella del cuore.
Da sempre sede delle emozioni, dei desideri, dell’amore, il cuore è davvero l’organo indispensabile alla vita. Non sempre, tuttavia, la morte del cuore corrisponde alla morte del corpo. Il cuore può rallentare il suo battito (o addirittura arrestarsi) molto prima che il corpo trovi il suo «eterno riposo». Questo riposo, promessa alle tante fatiche della vita, se troppo anticipato può rischiare di non farci vivere per ciò che siamo fatti, ci impigrisce, ci lascia inoperosi, nonostante i nostri talenti, nonostante le nostre capacità, nonostante la nostra intelligenza, non applicata. E non solo a scuola. Per uscire da questo tunnel di svogliatezza e di non-vita, proviamo a guardare Gesù.
È veramente curioso il suo comportamento prima di compiere il miracolo sull’amico Lazzaro. Non si tira indietro, nemmeno sapendo che in Giudea c’era gente pronta a lapidarlo. Non solo! Le sue parole sembrano volerci dare uno scossone, per tutte quelle volte in cui mille scuse bloccano i nostri passi, le nostre migliori intenzioni, quando la pigrizia e l’accidia vogliono rallentare il bene che vorremmo fare, lasciando il nostro cuore addormentato, freddo. Proprio come il corpo di Lazzaro nel sepolcro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo».
È questo che fa Gesù con la nostra vita un po’ addormentata: ci risveglia! Il testo originale greco usa lo stesso verbo per indicare il risveglio e la risurrezione: uno stesso verbo per indicare uno stesso costante bisogno per l’uomo, quello di alzarsi, di stare in piedi, svegli, di non rimanere nel sonno.
Ma davvero siamo tanto addormentati da sembrare morti? Abbiamo anche noi bisogno di essere svegliati? Sono solo le grandi tragedie della vita a far morire, poco per volta, il nostro cuore o sono anche tutte le volte in cui «risparmiamo» i nostri talenti e il nostro amore verso Dio e verso gli altri?
Sembrano tutte domande retoriche!
Certamente troppo spesso il nostro atteggiamento di cristiani, più che di credenti in una vita nuova e bella, sembra quello di gente scontenta, obbligata, appesantita. In una parola: abituata.
Possono, però, i discepoli del Risorto apparire come gente abituata o annoiata dalla loro vita? No!
Sicuramente tante volte viviamo sofferenze più grandi di noi. Succede ai piccoli, succede ai grandi: una delusione d’amore, l’incomprensione dei genitori, un tradimento, la perdita del lavoro, una separazione, una malattia, una morte. Da dove trovare la forza e la speranza per andare avanti?
Troppo spesso ci capita di dimenticare la concretezza della carità (che è l’amore che Gesù ci ha insegnato) che è un sorriso a chi ci incontra, un saluto ai nostri colleghi, l’interessamento per la vita degli altri.
Riusciamo a venire fuori da tutti questi problemi da soli? No di certo. Anche la reale sofferenza di Marta e Maria non è stata consolata soltanto dalla pur preziosa vicinanza dei Giudei giunti a casa loro, ma ha avuto bisogno della presenza di Gesù, tanto cercata: «Signore, se tu fossi stato qui…».
Ad un certo punto per loro due è stato necessario cercare Gesù, averlo lì con loro, presente nella loro vita, per ascoltarlo, per consegnare a Lui in una confidenza tra amici il loro dolore, perché sapevano che era l’unico in grado di poter fare qualcosa di grande per loro e per la vita, ormai persa, di Lazzaro.
Per svegliare dal sonno di una morte che uccide il cuore prima del corpo, occorre cercare Gesù e riconoscere che Lui solo può mettere le cose a posto. Non perché faccia grandi miracoli, come in quel giorno davanti al sepolcro dell’amico, ma perché solo da Lui, nella sua Parola e nel suo Corpo donato per amore, possiamo ricevere la vita, la vita vera: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?».

NoiBrugherio, sabato 09 aprile 2011

sabato 2 aprile 2011

«SIAMO CIECHI ANCHE NOI?»


Una cosa interessante che si nota leggendo questo famoso brano del Vangelo di Giovanni sono le azioni più ricorrenti compiute dai personaggi della narrazione. Fondamentalmente sono due: vedere, nel senso di recuperare la vista, di notare le cose che succedono, di comprendere ciò che si vive; ascoltare, soprattutto le tante domande fatte e le parole dette.
Gesù vede un uomo cieco dalla nascita, che quindi non ha mai visto nulla di ciò che esiste nella realtà, e gli dice di andare a lavarsi alla piscina di Siloe. Quelli che avevano visto per anni quell’uomo, seduto per terra, sul bordo della strada «perché era un mendicante», dicono parole di stupore, non si spiegano come sia potuto accadere quel miracolo. Alcuni dicono «è lui», altri «no, ma gli assomiglia». Il cieco nato, non così esperto nell’arte dell’osservare le cose del mondo, non esita a dire «sono io!».
Sembra quasi che ci sia dell’incertezza in chi è sempre stato abituato a vedere e una grande sicurezza in chi ha appena incominciato a farlo, fidandosi di una parola detta. Come se i primi, a poco a poco, stessero perdendo la vista, mentre il secondo ha effettivamente incominciato a vedere solo dopo aver incontrato e ascoltato il Signore.
Gesù alla fine del brano lo dice chiaramente: «Io sono venuto nel mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi».
Come è possibile? È vero che Gesù vuole renderci ciechi? È vero che il Figlio dell’uomo, apparso in tutta la sua bellezza sul monte Tabor, vuole confondere le nostre poche certezze e renderci in questo modo un po’ più fragili? Può il Figlio di Dio, venuto come Salvatore, renderci schiavi delle tenebre dell’ignoranza?
Forse questo tipo di domande ci allontana un poco dalla verità. Il miracolo fatto da Gesù sugli occhi di quest’uomo non gli ha permesso soltanto di vedere, ma anche di cambiare coraggiosamente vita. È questo il vero miracolo per lui e per noi: la possibilità di cambiare la vita, di convertirsi, di riscattarsi da una condizione che non rende vera l’esistenza.
Al tempo di Gesù i ciechi potevano soltanto mendicare, cioè dipendere in tutto e per tutto dagli altri, essere in qualche modo schiavi della generosità altrui. Nessuno poteva costruirsi da solo il suo futuro.
Dopo quel gesto del fango, quell’uomo con occhi nuovi donati da Gesù, ha il coraggio di vivere veramente, di rispondere alle provocazioni che gli vengono lanciate. Ha la forza di affrontare i dubbi della sua fede, riesce a non fermarsi di fronte a ciò che non lo faceva vivere. La luce portata nella vita di quest’uomo è la sua fede in Gesù.
Nel cammino quaresimale che stiamo vivendo, sono molti i segni che ci dicono la possibilità di un’altra vita a partire dall’incontro con Cristo. Il digiuno, vissuto da Gesù nel deserto, ci ha fatto capire il bisogno, di tanto in tanto, di fare i conti con quanto abbiamo dentro e fuori di noi, di rinunciare un poco alle nostre certezze e di confrontarci sempre con l’unico alimento capace di tenerci in vita, la sua Parola; il volto e il vestito luminoso nella Trasfigurazione ci hanno mostrato una luce capace di destare stupore e meraviglia, per svegliarci dal sonno dell’abitudine, che rende stanco il nostro vivere; l’incontro con la Samaritana al pozzo ci ha parlato del bisogno di un’acqua viva che disseti una volta per tutte la nostra sete di verità e di felicità. Anche con questo brano ci è dato di sperare: sembra proprio che Gesù porti solo cose buone, cose belle, cose vere nella vita di chi lo accoglie. Eppure, oggi come allora, le resistenze sono tante, non solo in chi non riesce o non vuole credere, ma anche in noi cristiani.
Le resistenze alla Buona Notizia del Vangelo sono ben rappresentate dall’atteggiamento dei Farisei: ci sono sempre cose più importanti da fare, da ascoltare, da seguire, siano esse regole, leggi, impressioni, lavori, impegni. Tutto sembra sempre più importante di Dio e si sa, quando le cose importanti incominciano a perdere il loro valore, tutto appare più difficile, a volte impossibile. Impossibile come il fatto che un cieco nato possa recuperare la vista per mano di un Rabbì che guarisce di sabato, contravvenendo alla legge mosaica.
Anche di fronte alla più grande evidenza, l’incredulità ha sempre la meglio e i dubbi, le domande, le incertezze, a lungo andare, sono i passi che conducono ad avere un cuore freddo, poco abituato ad amare, e degli occhi privi di luce, incapaci di sperare. Ecco la vera cecità: quella di un cuore freddo che piano piano smette di battere. A chi non vuole più amare, Gesù prevede un futuro di ciecità. Ma a chi sa affidarsi alla sua cura, chi sa che la sua Parola guarisce davvero la vita, il Signore è in grado di aprire gli occhi, di riempirli della sua luce, di donare davvero quella gioia che vale tutto. Il cammino verso Gerusalemme e la Pasqua continua. A noi la scelta di continuare ad ascoltare o meno la Parola che salva e quella domanda, a mo’ di esame di coscienza: forse «siamo ciechi anche noi?».


NoiBrugherio, sabato 02 aprile 2011

domenica 21 novembre 2010

OLTRE LO SPETTACOLO LA VITA

Ci sono più modi di assistere a uno spettacolo.
C’è lo spettacolo desiderato. Possiamo desiderare da tanto tempo di partecipare a una rappresentazione teatrale, a un concerto, all’uscita in sala dell’ultimo episodio di quella saga. Il nostro assistere è pieno di trepidazione, ci si prepara per tempo: non vediamo l’ora che finisca la giornata per andare a casa, cenare velocemente, metterci d’accordo con l’amico o l’amica che ci accompagnerà e partire veloci verso il luogo del nostro appuntamento. Pur essendo spettatori, ci sentiamo tremendamente protagonisti di quella serata.
C’è lo spettacolo proposto da altri. Non si conosce più di tanto quello che si andrà a vedere, chi si andrà ad ascoltare. Il nostro atteggiamento può essere curioso o meno. C’è comunque un po’ di interesse, una curiosità. Senza grande entusiasmo, ma almeno c’è qualcosa di diverso da fare.
C’è poi lo spettacolo obbligato. È la partecipazione di chi è obbligato ad accompagnare qualcuno. È noioso farlo. Si diventa nervosi se non si trova il posteggio per l’auto (“ma chi me lo ha fatto fare..?”), la coda alla biglietteria aumenta l’arrabbiatura, il tizio dietro la nostra poltrona continua a sbattere la gamba contro il nostro schienale.. Era meglio fare altro, sicuramente!
Una condanna a morte nell’antichità (ma purtroppo anche ai nostri giorni) era uno spettacolo, uno show, qualcosa da mostrare, da andare a vedere. Quel giorno fuori dalle mura della grande città di Gerusalemme bisognava fare in fretta. C’erano tre esecuzioni, ma anche la festa di Pasqua da celebrare e quei tre farabutti andavano sistemati velocemente.
Gli spettatori a questa terribile scena appartengono un po’ alle tre tipologie.
Ci sono i protagonisti, gli accusatori, i capi, le guardie, coloro che hanno voluto far fuori Gesù. Sono tremendamente convinti di avere ragione: questo Gesù di Nazareth, oltre ad essere un gran bestemmiatore (si era definito “Figlio di Dio”) era anche un imbroglione, un incantatore: ha salvato tanti perché non dovrebbe salvare se stesso?
Se è il Figlio di Dio.. Mi risuonano nella mente le stesse provocazioni che il tentatore, il Diavolo, rivolge a Gesù nel deserto: se sei Figlio di Dio… . A questi, diavolo compreso, non basta la parola di Gesù. Non bastano i segni che ha compiuto. Hanno in mente un’idea di Dio, un’idea di Messia, un idea di fede. Non sono certo disposti a cambiarla, nemmeno di fronte a un innocente che è messo a morte.
Ci sono i curiosi. C’è il popolo che “stava a vedere”, incuriosito, sì, ma anche un po’ intimorito. Di questi nessuno parla. Molti lo avevano accolto qualche giorno prima, sventolando palme e ulivi, cantando: “Osanna al figlio di David!”. Quell’accoglienza era un’accoglienza da re. Ma ora, quel re, stava facendo una brutta fine. Che delusione! Ma quale re? Forse avevano ragione i capi, forse avevano ragione i potenti, le guardie romane, i sapienti del tempo: “Uno così non può essere re!”.
Ci sono poi gli obbligati: i due ladroni. Quello a destra e quello a sinistra di Gesù. Uno dei due è arrabbiato. Arrabbiato con se stesso e con la sua vita, che sta drammaticamente volgendo al termine. Arrabbiato con chi lo ha condannato, con chi lo ha crocefisso. Arrabbiato anche con Gesù, nonostante da colpevole condivida con Lui la stessa sorte, lo stesso dolore. Il dolore suscita anche rabbia, che può essere riversata contro Dio. Ma Dio sceglie di provare lo stesso dolore di ogni uomo. E questo, l’altro ladrone, quello “buono”, lo capisce. “Gesù, ricordati di me”. Solo quattro parole. Non una pretesa, ma una richiesta sincera che parte dal cuore di un uomo che ha capito il suo errore, si è pentito e crede davvero che il Nazareno sia quel figlio di David che in tanti, a parole, avevano acclamato. Gesù ha ancora una parola di vita per quel ladrone beato. “Oggi stesso sarai con me”. Gesù ha sempre una parola di vita anche per tutti noi.
Non per magia, non per forza o violenza Lui è re. Ma perché, donandoci la vita, ci insegna l’amore vero.


NoiBrugherio, sabato 20 novembre 2010