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mercoledì 8 agosto 2012

SOGNI IN CORRIERA



Quando un autobus arriva molto in ritardo si può perdere facilmente la pazienza. Per tornare a casa con i mezzi pubblici, in una città medio grande come Palermo, dal centro a poco più fuori, ci si può impiegare anche due ore e mezzo. Il tempo necessario a un aereo per la tratta Milano-Palermo andata e ritorno.  

Quando arriva in ritardo un sogno, il sogno di un giusto, di uomo libero, di un eroe, allora non solo ci si può arrabbiare, ma l'indignazione mista a quel sentimento che sa di "non capisco come sia possibile" prende tutti i pensieri e suggerisce -forse- troppo facili soluzioni, soprattutto a chi, come me, viene da molto, forse troppo, lontano. 

Ma un sogno è un sogno. E quando un sogno non si realizza si è sempre un po' tristi.


"Forse la vittoria arriverà prima del duemila"
Era il suo sogno.

Coraggio, Sicilia! 
Coraggio, Italia! 

domenica 18 dicembre 2011

VICINO E POSSIBILE

Ormai ci siamo accorti tutti che il Natale si sta avvicinando sempre di più: mancano solo sette giorni e da un paio abbiamo iniziato anche la Novena che ci accompagnerà fino alla notte santa, tra una settimana esatta! 
E' vero che il Natale si sta avvicinando sempre di più a noi. Forse però sarebbe più corretto dire che siamo noi che ci stiamo avvicinando a questo giorno così speciale dell’anno e in questa ultima Domenica di Avvento vogliamo avvicinarci un po’ di più insieme a una persona davvero speciale. 
Se Gesù, che è il Figlio di Dio, è una persona speciale, non ci possiamo dimenticare di quella persona senza la quale Gesù non sarebbe neppure nato. Ed è la sua mamma, Maria! 
Maria, forse, è la persona che più di tutti è stata vicino a Gesù, così vicino che lo ha avuto anche dentro di lei per nove mesi, quel tempo necessario per aspettare che un bambino nasca e venga alla luce. Ma se è vero che tra qualche giorno ricorderemo gli eventi successi nei giorni della nascita di Gesù, è anche vero che il brano di vangelo che abbiamo ascoltato oggi (Lc 1,26-38) ci riporta un po’ indietro nel tempo: precisamente nove mesi prima la nascita di Gesù. 
Possiamo farlo anche noi questo esercizio di fantasia, per comprendere meglio il contesto e immaginarci la scena di questo incontro tra l’angelo Gabriele e questa giovane ragazza di Nazaret. Se i calcoli degli studiosi della Bibbia sono corretti, Gesù sarebbe nato davvero in questo periodo dell’anno, che noi chiamiamo Dicembre, e quindi il giorno in cui Gabriele è apparso a Maria, per portarle la notizia più bella della sua vita, dovrebbe essere durante il mese che noi chiamiamo Marzo. 
Nel mese di Marzo, ogni anno, incomincia la primavera, che noi chiamiamo "la bella stagione" perché la natura ri-comincia a fiorire e la vita ritorna visibile in un mondo che è rimasto durante i mesi freddi e bui dell’inverno, addormentato, un po’ in letargo e un po’ morto. 
L’angelo del Signore porta a Maria in primavera, in giorni pieni di gioia, di colori, di allegria, di speranza, una notizia straordinaria: “concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo... e il suo regno non avrà mai fine!”. E’ davvero una notizia speciale, che nessuno, tanto meno Maria, si aspettava di ascoltare!  
Tutto il racconto, sembra avere un po’ dell’incredibile: una giovane ragazza, forse di quindici, sedici anni; un messaggero che si presenta come un angelo di Dio, un angelo mandato dal cielo che raccomanda di stare allegri: “rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”, dice Gabriele a Maria un po’ turbata, un po’ impaurita da quel saluto per lei senza senso; e poi c’è la rivelazione di tutte le rivelazioni, la notizia più strana e scandalosa di tutti i secoli: Dio ha deciso di nascere sulla terra, di nascere con il corpo di uomo e di scegliersi la sua mamma! Quello che per noi è abbastanza normale, perché sappiamo bene che Gesù è un uomo vero, per Maria, quel giorno non deve essere stato molto semplice da ascoltare, perché a quel tempo, la gente si immaginava Dio come un essere irraggiungibile, che abitava in chissà quale posto nell’universo. A volte invece, alcuni uomini hanno avuto la pretesa di rinchiudere Dio in un posto preciso, pensato e costruito da loro. Come è successo a Davide, il giovane re del popolo di Israele che preso da un grande amore per il Signore, fa una promessa un po’ difficile da mantenere, quella di non dormire più fino al termine della costruzione del tempio a Gerusalemme. Un proposito troppo alto, come a volte ci capita di fare anche a noi, promettendo al Signore tante cose, sicuramente tutte buone e sante, ma che facciamo davvero tanta fatica a rispettare. Allora, forse è meglio capire bene cosa manca ancora nella nostra vita e, a poco a poco, cercare con l’aiuto del Signore di raggiungere quella meta, senza volare troppo in alto, tenendo i piedi per terra! 
Maria, i piedi per terra li aveva ben saldi, ma aveva imparato fin da piccola che non bastava avere i piedi per terra, che occorreva anche saper guardare in cielo, bisognava nella vita avere tanta fiducia in Dio e a volte avere anche il coraggio di credere in cose straordinarie. Perché Dio non è uno come tutti gli altri: Dio è straordinario! E chi è straordinario è capace di fare grandi, grandissime cose. 
Per questo verso la fine di quella chiacchierata, in quel giorno di primavera, Maria chiede all’angelo non tanto come sarebbe potuto succedere una cosa così, come se non ci credesse veramente, ma il modo in cui concretamente Dio aveva pensato di farle visita. Maria, insomma, è davvero curiosa e non vede l’ora di guardare con i suoi occhi quanto Gabriele le stava annunciando. 
Anche noi siamo curiosi come lei? 
Anche noi non vediamo l’ora di guardare quel bambino, che sarà chiamato “Figlio dell’Altissimo”?
Anche noi siamo capaci ancora oggi, dopo duemila e undici anni, di continuare a guardare il cielo con i piedi per terra? 
Se a queste domande vogliamo dare una risposta, non ci resta che vivere questa settimana, come abbiamo già imparato a fare negli scorsi giorni: stando attenti che la nostra vita sia il più semplice possibile, per arrivare domenica notte ad accogliere Gesù Bambino, con il cuore contento e il sorriso sulle labbra. 

Maranatha! Vieni, Signore Gesù!

mercoledì 14 dicembre 2011

“ O MIO CARO E...BUON GESU' ”


Caro Gesù Bambino, 
ti scrivo questa letter-ina per tanti motivi. 
Primo perché sono passati tanti anni da quando ti ho scritto, proprio sotto Natale, una lettera piena di desideri. Quest’anno, a voler ben vedere, non ho grandi regali da chiederti. Per questo vorrei soltanto scriverti. Scrivere! Perché questa azione, da un po' di tempo mi fa star bene. Ma questo tu già lo sai. Anzi: tu sai proprio tutto. Sai già quello che voglio scriverti, quello che sto pensando e che le mie dita stanno concretizzando su questa tastiera. E allora perché scriverti una lettera e pubblicarla su Diapason? 
La risposta non sono sicuro di averla, ma penso che possa fare piacere a qualcuno il leggere quelle cose che ho voglia di dirti questa notte. Scrivo di notte, perché di giorno, normalmente, non ho molto tempo e se anche ne ho un pochetto, le parole mancano, non si mettono in fila ordinata, come invece mi pare stiano facendo ora. 
Ti voglio scrivere perché qualcuno mi ha chiesto di aggiornare questa pagina. Io non riesco a capire come possa succedere, ma negli ultimi giorni più persone mi hanno confidato di leggere fedelmente questo blog e di aspettare sempre qualche aggiornamento. Mi dico sempre che o sono pazzi o hanno tanto tempo libero: in entrambi i casi sento di volere un po' più di bene a queste persone, che apprezzano quello che per me è spesso il frutto della semplicità, il risultato di una grande e faticosa ricerca oppure, il più delle volte, il mio punto di vista sulle cose che mi capitano. 
Ti ricordi il mio amico Filomeno? È partito da un po' di mesi e già mi manca molto. Manca a tutti, a dire il vero. Bene, proprio lui notava spesso la capacità (secondo lui) di ruminare quello che "brucavo" dalla vita. Insomma mi dava del bovino! Ma lo faceva per farmi un complimento, ovviamente. 
Non so se sono vere le cose che diceva su di me, saranno gli altri a dirlo. So solo che la quantità di vita che ho brucato in questi ultimi giorni (e nelle ultime sere) mi darà da ruminare per un sacco di tempo. 
C'è stata, per esempio, la bravata vandalica di qualche ignoto personaggio, che si è divertito a rovinare un po' di automobili, tra le quali la mia. Vorrei (e forse questo è un po' un desiderio che affido alla tua disponibilità) un giorno conoscere i responsabili. Non per denunciarli o per chiedere loro i danni (per quello hanno inventato delle comode assicurazioni), ma, insomma, per guardarli un po' negli occhi, cercando di capire che cosa hanno dentro, se la noia o la rabbia li ha portati a fare cose così strane, a compiere atti di vero e proprio vandalismo. Se troverò occhi spenti o persi o rossi con le pupille dilatate, allora capirò tante cose di queste persone. 
Altrimenti, non saprei...
Probabilmente me ne tornerei a casa con un senso di fallimento. Io, per loro. O forse per i loro genitori, per i loro insegnanti, per chi in qualche modo è stato loro educatore. 
In questi giorni, davanti a tante “crisi” sembra che le parole manchino. Pensa a ieri pomeriggio, a Firenze. Le parole mancano. La Crisi, che non riguarda solo il nostro modo furbo di fare economia, mi sembra ci stia rendendo sempre più muti, sempre più senza parole. Ci toglie la parola. 
Ho notato, per esempio, come sia sempre più difficile rapportarsi alle parole. A giorni sembra che non abbiano proprio nessun peso e quindi passiamo ore e ore a parlare. Di niente. 
Altri giorni le parole ci escono dalla bocca, lucide e chiare, distinte e razionali e vanno a colpire là proprio dove la nostra testa vuole che vadano. Sono le parole dei giudizi, quelle frasi composte da soggetto e verbo essere e in genere qualche attributo. I giudizi fanno “essere” qualcosa o qualcuno così come la nostra testa ci suggerisce. Ma è Natale: come vorrei che a suggerire le parole da dire e i giudizi sia piuttosto il cuore. 
Un cuore che sia capace di mandare giù bocconi amari; un cuore che sia disposto ad sopportare il bruciare di antiche ferite, il vedersi di profonde cicatrici; un cuore che sa ascoltare! 
Altro problema: l’ascolto. Non ci si ascolta più. In nessuno modo, in nessuna occasione. Ho a che fare con tanti ragazzi, per lo più adolescenti (“studenti” o “liceali”, per chi ha paura ad usare il corretto modo di chiamare i ragazzi, che bambini non sono più e nemmeno già adulti). 
Per questo sublime tempo della vita ascoltare sembra diventato più un nemico che un alleato. Ascoltare comporta il silenzio e il silenzio comporta fatica. Quindi, come tu ben sai, è una battaglia spesso persa fin dall’inizio. Facciamo fatica a tenere la bocca chiusa. Facciamo fatica a tenere le orecchie chiuse. Facciamo fatica a fermare i pensieri. Facciamo fatica a frenare la cascata di ricordi che come un getto impetuoso di acqua a volte ci travolge. Facciamo fatica a metterci davanti ad una persona e ad accettare quello che lei vuole donarci: un po’ del suo tempo, un po’ delle sue parole, un po’ della sua vita. 
Non so se ci annoia la vita degli altri. Forse è questo il problema! 
O forse è altro. Non lo so, davvero. 
Però... così non è molto bello andare avanti. Tu puoi fare qualcosa per noi? Ci puoi insegnare qualcosa di nuovo o siamo noi che dobbiamo ripassare l’antica e perfetta lezione di sempre, quella che ci hai insegnato tu, con la tua vita?
Perché a pensarci bene tu hai fatto proprio così: hai voluto che noi ascoltassimo te e le tue parole, che sono ancora te incarnate nel corpo di un uomo. 
In maniera differente ogni uomo e ogni donna spera che nasca, da qualche parte, il Salvatore del mondo, o comunque della loro vita. 
Una volta ti chiamavano Messia. Ora ti chiamano in modi diversi. Però il senso è lo stesso: bisogna aggiornarsi! 
Mi colpiva la il modo in cui un giorno hai parlato di te stesso, quando quella donna, un po’ strana, è andata a mezzogiorno a prendere l’acqua al pozzo, in Samaria, e ti ha trovato assetato; ad un certo punto ti ha detto che anche loro aspettavano il Messia. 
Tu, con grande facilità, hai dato una delle definizioni più belle di te che abbia mai sentito: “sono io, che ti parlo”. Ma se il Salvatore del mondo sei tu che ci parli e noi non siamo capace di ascoltarti... come facciamo a salvarci? 
Se riesci a rispondermi, quando vuoi con calma, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, perché io di risposte ne ho sempre di meno. Anche se questa cosa non mi angoscia più di tanto e mi rende tanto leggero. 
Un po’ come le amicizie, anzi, come la “vera amicizia”. Ti ricordi? Quella che non è mai banale, come la musica che profuma la vita, come il giardino in cui ci si può riposare dalle fatiche di ogni giorno, come uno sguardo in cui sprofondare senza vergogna, senza preoccuparsi dell’imbarazzante banalizzazione del mondo. Ecco quella! Non c’è bisogno che ti scriva anche di quella. Tu sai tutto! 
Siamo noi, che con il nostro ego smisurato, sguazziamo in una cisterna piena di cose che nessuno sa più comprendere e disdegniamo la profonda libertà del mare. 
Tra dieci giorni tutta la terra farà, forse, un po’ di silenzio e, spero, si ricorderà un pochetto di te. 
Sono pieno di speranza. Perché vedo che la speranza manca sempre di più nelle case delle persone. 
Sono pieno di speranza e, nonostante tutto, mi pare di sapere che la Luce, dopo tanto buio, ri-splenderà. Forse hai dato anche a me e ai miei compagni di classe il compito di risplendere per far passare un po’ di buio. Non so se sono capace di farlo da solo, cioè... senza di te. 
Per cui... il più grande regalo che ti chiederei è quello di nascere. Punto e basta. Semplicemente!

O mio caro e buon Gesù...
Ci sono cose che nessuno sa.
Ma Tu sai tutto! 

Ti aspetto! 
tuo, 
dAn


sabato 24 settembre 2011

VIGILIA


Forse è una leggerezza che arriva dalla libertà di scegliere cosa fare della vita che mi hanno regalato.
Forse è accorgersi che quella cosa che aspetto da dieci anni, ora, finalmente, sta arrivando.
Forse è vedere mamma e papà così emozionati.
Forse è una mano forte, quella mano a cui mi sono sempre aggrappato e affidato, che ora più che mai mi sostiene.
Forse è l'accompagnamento di tanti sorrisi e preghiere, che non manca di rendermi forte.
Forse sono gli amici, che continuano ad esserci: quelli in carne ed ossa e quelli non proprio a me prossimi. 
Forse è capire, ancora una volta in ritardo, quanto sia vero il Vangelo. 
Forse è scoprire la bellezza del sentirsi cercati, amati e perdonati da Qualcuno di veramente grande.
Forse è la bellezza del per-donare "a gratis", senza avere nulla in cambio. 
Forse è la bellezza di quegli uomini straordinari, che sono i santi, che con la loro vita piena mi hanno sempre commosso e hanno suscitato in me il desiderio di imitarli (raro caso in cui copiare è lecito e consigliato!).
Forse ogni cosa parla della bellezza di una vita così, spesa, donata, regalata.
Forse ogni cosa è illuminata dalla Luce. E noi cercheremo di farla brillare il più possibile.

"Cosa fai nella vita?"
"La regalo agli altri".

Sì, son proprio felice! 


venerdì 21 gennaio 2011

ROSSO DI SERA...

Non so se la gente in questi giorni è capace di sperare qualcosa di buono. Se è capace di sperare in un po’ di futuro, non tanto, qualche giorno, magari qualche settimana. Azzardo qualche mese.
Se apro un qualsiasi quotidiano, guardo un qualsiasi tg, cammino per strada o faccio un viaggio sul treno la solfa è sempre la stessa. Sembra davvero parecchio difficile.
Non mi sento in colpa. Ma molto fortunato!
Alla fin fine le cose in cui la vita ci chiede di avere speranza sono poche.
Poche e semplici.
Tutto ridotto ai minimi termini.
Altrimenti, scusate la parola, ma è un vero casino!


Il sole tramonta. Il cielo diventa rosso. E domani.. speriamo nel bel tempo.

domenica 19 dicembre 2010

ASPETTARE VUOL DIRE SILENZIO



Aspettare vuol dire silenzio..



QUOTATION: “Il dramma degli uomini è non trovare mezz'ora di silenzio ogni giorno”, Blaise Pascal

domenica 12 dicembre 2010

TOCCARE LA GIOIA



Tutto quello che ci circonda (persone, cose, ambienti..) noi lo possiamo comprendere a partire da alcune capacità che possediamo fin dalla nascita.
Possiamo vedere un tramonto, ascoltare una canzone, annusare un profumo (o una puzza!), gustare un torta al cioccolato, toccare una persona.
Di immagini, di suoni, di odori, di gusti ne abbiamo a decine, a centinaia riempiono le nostre giornate, a migliaia formano la nostra vita.
Ci sono poi i “tocchi”. Quelli sono un po’ più rari.
Il “tatto” è una sensazione “a km 0”, serve vicinanza perché si possa toccare o essere toccati. Bisogna stare vicini, o almeno abbastanza vicini.
Altrimenti non si tocca proprio nulla.
Ci serve un con-tatto.
Un contatto si ha quando di fronte a noi c’è qualcosa da toccare, qualcosa che già abbiamo visto, che già abbiamo ascoltato, probabilmente annusato.
Si contatta qualcuno quando si vuole fare esperienza di quel qualcuno:
con il cellulare, in chat, su Facebook…
Abbiamo bisogno di contattare, di contatto,
per conoscere qualcuno, per essergli vicino,
per volergli bene.

La gioia, per riempire una vita, ha bisogno di essere toccata. A volte baciata. Spesso mangiata o – meglio ancora – mangiata spesso!
Perché non c’è nulla da fare: o la vita la vuoi ricevere tutta intera da chi continuamente te la dona o non la ricevi per niente. Rimanendo un po’ così, “turbato”; come una città superata dai “grandi eventi” di un piccolo borgo, come un re geloso del suo stesso regno.
Pieni di invidia, di rabbia, di nero, di nulla.
Niente tocco, niente gioia, niente vita.

Questa attesa, che rapida conduce alla memoria di una luce con la quale vogliamo essere illuminati; che ci aiuta ad ascoltare con il cuore ogni sussulto di vita; che svegliandoci dal sonno della mediocrità e dell’in-differenza ci fa accorgere degli altri, ci insegna che il nostro desiderio dimora in questo: nel bisogno, vitale, di toccare la gioia!

giovedì 9 dicembre 2010

LUCE


Ma la tua Parola mi rischiarerà
Luce non vedo ancora. C’è bisogno di una luce che illumini. Inutile illudersi di non averne bisogno.
Una luce che.. faccia luce! Me lo raccontano le persone, mentre camminiamo per strada. Omar, dal Senegal, 24 anni, 2 figli, venditore di libretti che nessuno compra. È musulmano.
Mi chiede: “A Natale dobbiamo sorridere tutti, vero?
Io sorrido. E lui aggiunge: “Bravo! Tanti auguri!”. E se ne va contento perché – io penso – è stato capace di farmi sorridere, anche senza vendermi nulla. Una luce, anche lui.
La vita è spesse volte piena di opacità, di ombre, di oscurità, di buio, di tenebra. Di nero. Tutto nero, niente luce.
La vita, però, non è solo questo. In pochi e semplice gesti, in un saluto regalato che augura “buona serata” a una e da una s-conosciuta signora sul treno, in un caffè offerto e bevuto insieme a un amico, in un abbraccio che dona e chiede pace: in tutto questo (e in molto altro) c’è luce. La luce delle piccole cose. La luce delle cose piccole e semplici. La luce delle cose semplici ed essenziali, invisibili agli occhi, ma non per questo inesistenti. La luce delle cose vere, della verità. La luce di quelle realtà che non s-cadono mai
nell’abitudine e non fanno mai cadere nell’aridità, ma regalano sempre acqua fresca, che toglie la sete;
donano sempre il gusto e la pienezza di una compagnia vera, che soddisfa anche brevi istanti di vita.
È una piccola luce quella che sto aspettando: per la mia vita, prossima a grandi scelte, e per quella di tanti fratelli e amici che di questa mia vita fanno parte.

Aspettare vuol dire – anche – volersi illuminati dalla Luce.
Maranatha!



QUOTATION: “Il giorno in cui esco dalla classe senza avere imparato qualcosa dai miei ragazzi è un giorno in cui non ho insegnato..non ho provocato la loro vita, che quindi è rimasta in-differente..” Alessandro

domenica 5 dicembre 2010

ASPETTARE VUOL DIRE ASCOLTARE

Qualche spunto me lo ha dato il vivere questa fresca domenica, una lunga telefonata con un amico, l'ascoltare una grande persona e, come spesso accade, lasciandomi insegnare dai "piccoli".
Ripensando alla lunga settimana, passata ad ascoltare.

1. Ascolto risposte all’orecchio
dAle “Se ho una cosa importantissima da dire cosa devo fare?
M. (9 anni) “Vai in televisione!
S. (9 anni) “No! Perché i bambini poveri non hanno la televisione!

Santa sapienza, quella dei bambini!
Però è vero: se ho una cosa importante da dire – ultimamente – occorre farsi un po’ scaltri. Se dovessimo fare tutti un po’ come Giovanni (il battezzatore), che andava nel deserto ad urlare le cose importanti, sicuramente pochi ci ascolterebbero. Se ho una cosa importante, come mi suggeriva all’orecchio questa mattina M., bisogna che vada in televisione, che mi faccia vedere, che salga su un “palcoscenico” e dia il mio spettacolo. Oppure mi serve un microfono!

2. Ascolto parole che scuotono
In realtà, leggendo bene il brano di Vangelo, che trasporta il mondo romano già (!) a metà dell’Avvento [ma non era appena iniziato?], si nota come non siano certo parole dolci o smielate quelle del cugino di secondo grado di Nostro Signore.
Razza di vipere” è un insulto bell’e buono, della serie “uno scossone non fa mai male”, soprattutto in questi tempi in cui occhi e orecchie son già pieni di immagini e caotici suoni e quello che ci serve è, forse, tastare con mano la verità delle cose. La classica e tradizionale terapia d’urto può ancora – deve ancora – fare miracoli!

3. Ascolto per la prima volta
da queste pietre Dio può suscitare figli
È vero! È vero! È vero!
In ogni istante c’è una possibilità da sfruttare per “suscitare figli”. Oserei dire farli ri-nascere, nel senso di ri-cordare (portare nuovamente al loro cuore, vagamente simile ad ac-cordare) loro la possibilità di una vita piena. Una vita da figli. Capita per strada. Capita sulla metro. Capita anche su un tavol-ino, di fronte a una cioccolata e di fianco a qualcuno incontrato per la prima volta nella vita. Può capitare davvero “in ogni occasione”.

4. Ascolto parole che diventano cose
Serve un microfono per chi non ha più voce, per chi non riesce a parlare, per chi non riesce a capire cosa sia giusto fare. Chi non sorride, chi piange, chi muore. Microfono è solo un piccolo suono del cuore. Quel di più che ti fa ascoltare, sentire (cioè toccare) ciò che per te è il meglio. Un servizio. È servire!

Mi basta sapere, alla fine di questa settimana, di essere stato un po’ un microfono: capace di far risuonare la sua Parola (che è passata, in tanti e diversi modi, ma è passata!) e di sussurrare a chi ne aveva bisogno: “Tu sei il meglio!”.

Aspettare vuol dire ascoltare!

domenica 28 novembre 2010

ASPETTARE VUOL DIRE ACCORGERSI

Ancora una volta le sue parole mi fanno riflettere su alcune coincidenze – casualità.

È ormai tempo di svegliarvi dal sonno.. nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano, bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e…

..e non si accorsero di nulla!

Nella romanica terra dove oramai da mesi mi trovo a festeggiare il giorno più bello della settimana, oggi è cominciato un nuovo tempo. Un canto in meno, una candela in più, meno verde e più viola (che, tutto sommato, rimane un bel colore!). È il tempo chiamato Avvento.
Attesa.
Quindi attendiamo ovvero (!) aspettiamo.
Aspettare è un’esperienza tanto particolare quanto necessaria per crescere e diventare veri.
Chi mi conosce – in carne ed ossa – sa che, nonostante tenga l’orologio un’ora avanti, non sono mai puntuale o in anticipo. Mamma, papà e una sfilza di altre persone importanti per la mia vita me lo ripetono spesso: “Sei sempre in ritardo!”. Ma non è questa l’attesa di cui sto parlando.
Se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa”. Ovvio!
Mica tanto! (la mia solidarietà a chi, ultimamente, ha ricevuto visite spiacevoli in casa propria).
Se qualcuno o qualcosa ha intenzione di entrare in casa nostra o nella nostra vita e pensa di fare da padrone e noi conoscessimo la sua poco buona intenzione, forse, ci sveglieremmo, staremmo attenti, vigileremmo. Perderemmo meno tempo (cioè lo ridurremmo all’essenziale, alle cose importanti), canteremmo un canto in meno, accenderemmo una luce in più. Tutto di noi direbbe: “sto aspettando qualcuno!”.
Aspettare è un’esperienza che trasforma il vivere di tutti i giorni. Aspettare un amico, la persona che si ama, un figlio, una risposta, la possibilità di vedere un po’ di luce in una vita un po’ adombrata cambia il modo di vivere i nostri minuti. Qualcosa dentro si muove, come una molla che si carica, pronta a scattare.
Quando si attende un Importante (una realtà importante), personalmente, mi scappa anche la fame!
Ricominciare ad aspettare qualcosa di importante penso sia la chiave di volta per tante situazioni un po’ stagnanti, per tante vite un po’ insoddisfatte. Ciò che aspettiamo noi cristiani non è una risposta certa, logicamente dimostrabile. Non è una soluzione ad un enigma.
Aspettiamo una persona, un bambino. Aspettiamo la nascita di un uomo che ha da dirci qualche parola, magari anche una sola, magari La parola per la nostra vita.
C’è ancora tempo per non arrivare al Natale soltanto con il pensiero dei regali, del cenone a base di pesce o del pranzo con la solita (povera) oca arrosto!

L’aspettare non è più uno stare lì, in attesa che quel ritardatario cronico arrivi!
Aspettare può diventare il nostro star pronti, con gli occhi aperti, puliti!
Aspettare vuol dire stare svegli, per non fare entrare nella nostra vita “ladri” che ce la rubino!

Aspettare vuol dire accorgersi!



QUOTATION: “Svegliaaa-a!”, Pietro C. domenica 28 novembre ore 11.27