Tutto ciò che l’Arcivescovo Angelo Scola ha voluto dire alla città di Brugherio durante la sua visita sabato scorso penso abbia avuto il suo centro nelle parole dell’omelia, durante la celebrazione eucaristica. Il breve tempo passato in mezzo a noi ha, di fatto, ridotto a quest’unico momento la possibilità di ascolto del nostro pastore. Di quanto detto, in senso generale, mi ha colpito una caratteristica frequente nei discorsi e nelle omelie del nostro Cardinale: probabilmente grazie alla sua formazione e al suo essere stato per parecchi anni insegnante, ho sempre percepito nelle sue parole il desiderio di trasmettere molto di quanto la nostra fede cristiana cattolica a volte dimentica. Così, nel suo essere stupito per la grande partecipazione dei brugheresi all’evento, ci ha parlato dei Magi, protagonisti di una ricerca che è di tutti gli uomini e di tutte le donne di ogni tempo. Questa ricerca appassionata e instancabile è la vita stessa di tutti gli uomini che percepiscono - prima o poi, con esiti più o meno soddisfacenti – il bisogno di dare un senso alla propria vita. I Magi, questi tre uomini straordinari (tre perché così ci è stato detto dai nostri padri e noi, di chi ci ha preceduto, possiamo e in qualche modo dobbiamo fidarci) non hanno vissuto la loro ricerca come qualcosa fine a se stessa. Purtroppo, al giorno d’oggi, una certa cultura tende a sottolineare maggiormente l’importanza del viaggiare più che dell’arrivare. Ma un viaggiare senza arrivare che senso ha? Quando il viaggio diventa metafora della vita, il non giungere mai ad una meta o il voler rimandare sempre l’arrivo ad una destinazione che renda vera la gioia che desideriamo provare, quale beneficio può portare? Il coraggio, l’intelligenza, la fede di questi tre Magi venuti da molto lontano sprona ciascuno di noi a cercare quella “grandissima gioia”, che è Gesù, che è il fondamento di ogni vera speranza, non l’illusione di vivere senza problemi, ma la forza che quei problemi ci aiuta ad affrontarli. Come una stella verso la quale puntare la rotta dell’esistenza, verso la quale puntare il cammino che facciamo anche come Chiesa, come comunità cristiane, come Comunità pastorale. Quella dell’Arcivescovo è stata una parola di paterno insegnamento che ci deve spronare ancora di più a mettere Gesù Cristo al centro della nostra vita e che ci aiuti a vivere una vita buona per noi stessi, per i nostri concittadini e per il bene dell’intera società italiana.
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giovedì 10 gennaio 2013
UNA PAROLA DI PATERNO INSEGNAMENTO
Tutto ciò che l’Arcivescovo Angelo Scola ha voluto dire alla città di Brugherio durante la sua visita sabato scorso penso abbia avuto il suo centro nelle parole dell’omelia, durante la celebrazione eucaristica. Il breve tempo passato in mezzo a noi ha, di fatto, ridotto a quest’unico momento la possibilità di ascolto del nostro pastore. Di quanto detto, in senso generale, mi ha colpito una caratteristica frequente nei discorsi e nelle omelie del nostro Cardinale: probabilmente grazie alla sua formazione e al suo essere stato per parecchi anni insegnante, ho sempre percepito nelle sue parole il desiderio di trasmettere molto di quanto la nostra fede cristiana cattolica a volte dimentica. Così, nel suo essere stupito per la grande partecipazione dei brugheresi all’evento, ci ha parlato dei Magi, protagonisti di una ricerca che è di tutti gli uomini e di tutte le donne di ogni tempo. Questa ricerca appassionata e instancabile è la vita stessa di tutti gli uomini che percepiscono - prima o poi, con esiti più o meno soddisfacenti – il bisogno di dare un senso alla propria vita. I Magi, questi tre uomini straordinari (tre perché così ci è stato detto dai nostri padri e noi, di chi ci ha preceduto, possiamo e in qualche modo dobbiamo fidarci) non hanno vissuto la loro ricerca come qualcosa fine a se stessa. Purtroppo, al giorno d’oggi, una certa cultura tende a sottolineare maggiormente l’importanza del viaggiare più che dell’arrivare. Ma un viaggiare senza arrivare che senso ha? Quando il viaggio diventa metafora della vita, il non giungere mai ad una meta o il voler rimandare sempre l’arrivo ad una destinazione che renda vera la gioia che desideriamo provare, quale beneficio può portare? Il coraggio, l’intelligenza, la fede di questi tre Magi venuti da molto lontano sprona ciascuno di noi a cercare quella “grandissima gioia”, che è Gesù, che è il fondamento di ogni vera speranza, non l’illusione di vivere senza problemi, ma la forza che quei problemi ci aiuta ad affrontarli. Come una stella verso la quale puntare la rotta dell’esistenza, verso la quale puntare il cammino che facciamo anche come Chiesa, come comunità cristiane, come Comunità pastorale. Quella dell’Arcivescovo è stata una parola di paterno insegnamento che ci deve spronare ancora di più a mettere Gesù Cristo al centro della nostra vita e che ci aiuti a vivere una vita buona per noi stessi, per i nostri concittadini e per il bene dell’intera società italiana.
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lunedì 19 novembre 2012
E COSI' È ACCADUTO
Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: "Passa Gesù il Nazareno!". Allora incominciò a gridare: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!". Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: "Che vuoi che io faccia per te?". Egli rispose: "Signore, che io riabbia la vista". E Gesù gli disse: "Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato". Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.
Lc 18, 35-43
Al centro del Vangelo di oggi c'è una domanda che Gesù fa al cieco di Gerico: che cosa vuoi che io faccia per te? Quante volte anche noi avremmo bisogno di sentirci rivolgere una domanda del genere? Gesù lo chiede al cieco, diventato cieco per qualche motivo a noi sconosciuto, e lo chiede anche a noi, che ogni giorno rischiamo di perdere la vista, cioè rischiamo di non essere in grado di comprendere ciò che ci accade e di adottare l'atteggiamento giusto per affrontare le nostre giornate. C'è una grande fiducia in quest'uomo nei confronti di Gesù: ne ha sentito parlare molto (anche noi abbiamo sentito parlare spesso di Gesù) e non ha vergogna ad urlargli il suo bisogno. La fede di quest'uomo lo salva perché non si fa bloccare dalla vergogna, dalla pigrizia, dall'opinione degli altri. Non aspetta che qualcun altro si faccia avanti prima di lui: lui ha bisogno di una vita guarita e salvata e lui si fa avanti. È questo il motivo per cui si salva: perché ha il coraggio di saltare in piedi e di affidarsi ad uno che poteva farlo vivere di nuovo.
E così è accaduto.
sabato 24 settembre 2011
VIGILIA
Forse è una leggerezza che arriva dalla libertà di scegliere cosa fare della vita che mi hanno regalato.
Forse è accorgersi che quella cosa che aspetto da dieci anni, ora, finalmente, sta arrivando.
Forse è vedere mamma e papà così emozionati.
Forse è una mano forte, quella mano a cui mi sono sempre aggrappato e affidato, che ora più che mai mi sostiene.
Forse è l'accompagnamento di tanti sorrisi e preghiere, che non manca di rendermi forte.
Forse è accorgersi che quella cosa che aspetto da dieci anni, ora, finalmente, sta arrivando.
Forse è vedere mamma e papà così emozionati.
Forse è una mano forte, quella mano a cui mi sono sempre aggrappato e affidato, che ora più che mai mi sostiene.
Forse è l'accompagnamento di tanti sorrisi e preghiere, che non manca di rendermi forte.
Forse sono gli amici, che continuano ad esserci: quelli in carne ed ossa e quelli non proprio a me prossimi.
Forse è capire, ancora una volta in ritardo, quanto sia vero il Vangelo.
Forse è scoprire la bellezza del sentirsi cercati, amati e perdonati da Qualcuno di veramente grande.
Forse è la bellezza del per-donare "a gratis", senza avere nulla in cambio.
Forse è la bellezza del per-donare "a gratis", senza avere nulla in cambio.
Forse è la bellezza di quegli uomini straordinari, che sono i santi, che con la loro vita piena mi hanno sempre commosso e hanno suscitato in me il desiderio di imitarli (raro caso in cui copiare è lecito e consigliato!).
Forse ogni cosa parla della bellezza di una vita così, spesa, donata, regalata.
Forse ogni cosa è illuminata dalla Luce. E noi cercheremo di farla brillare il più possibile.
"Cosa fai nella vita?"
"La regalo agli altri".
Sì, son proprio felice!
mercoledì 10 agosto 2011
LE STELLE IN CIELO ovvero IL BISOGNO DI CONTINUARE A DESIDERARE
Per molti il grande desiderio di questa sera è riuscire a vedere almeno una “stella” cadente. Perché le persone continuano a desiderare e, nonostante la loro più o meno affermata incredulità, continuano ad aver bisogno del Cielo e a sperare che da quel Cielo arrivi qualcosa di buono.
Oltre ventotto secoli fa, un uomo di nome Isaia, scriveva su un rotolo di pergamena:
“Così dice il Signore Dio che ti ha creato:
«Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare,
poiché io sono il Signore, tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore.
Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo,
do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita.
Non temere, perché io sono con te”
«Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare,
poiché io sono il Signore, tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore.
Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo,
do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita.
Non temere, perché io sono con te”
Quest’uomo di mestiere faceva il profeta. Non uno di quei sedicenti indovini e preannunciatori di futuro. Non guardava il cielo per sapere cosa sarebbe successo. Isaia non era un astrologo e il cielo, invece di guardarlo con gli occhi, lo ascoltava il cuore.
È il cuore la bocca capace di esprimere i desideri più veri e profondi; è il cuore l’orecchio in grado di ascoltare quella parola di bene che Dio ha per ognuno dei suoi figli. Ognuno. Tutti. Nessuno escluso. Nemmeno chi teme di essere escluso dalla sua bontà: Lui ci chiama per nome. Nemmeno chi teme la schiavitù dell’abitudine, della noia, dell’infelicità, dell’insoddisfazione, del “male di vivere”, che pare essere piaga ben più severa di quelle egizie. Nemmeno chi vive nell’ombra più oscura, nell’abisso più profondo può disperare di sentirsi dire: “Tu sei prezioso ai miei occhi! Così prezioso da avere per te tutto un universo di stelle, un’infinita possibilità di desideri”.
C’è chi desidera ascoltare parole come queste. C’è chi ha bisogno di ascoltare parole come queste, semplicemente per ricordarsi d’essere prezioso, importante.
Se non per molti, comunque per Dio!
Leggendo le parole di molti questa sera, mi sembra di vedere non tanto il bisogno di qualcosa, di un desiderio preciso e coltivato, piuttosto il bisogno stesso di desiderare, come se il cuore, quell’orecchio e bocca benedetti, non fosse più capace di farlo, impaurito o paralizzato da non si sa quali motivazioni. Non più capace di ascoltare le parole che vengono dal cielo. Non più bisognoso di parlare a quel cielo con fiducia e speranza.
Mi ricordo allora di un racconto, ascoltato per la prima volta lungo una strada, da un’attrice che recitava per un gruppo di giovani.
È la storia di Stefano e della sua vita. La riporto per intera, perché merita di essere letta, magari prima di uscire in questa notte così limpida a guardare questo cielo, ancora capace di parlare e di farsi ascoltare per il semplice nostro bene.
Quando Stefano Roi compì i dodici anni, chiese in regalo a suo padre, capitano di mare e padrone di un bel veliero, che lo portasse con sé a bordo.
«Quando sarò grande» disse «voglio andar per mare come te. E comanderò delle navi ancora più belle e grandi della tua».
«Che Dio ti benedica, figliolo» rispose il padre. E siccome proprio quel giorno il suo bastimento doveva partire, portò il ragazzo con sé.
Era una giornata splendida di sole; e il mare tranquillo. Stefano, che non era mai stato sulla nave, girava felice in coperta, ammirando le complicate manovre delle vele. E chiedeva di questo e di quello ai marinai che, sorridendo, gli davano tutte le spiegazioni. Come fu giunto a poppa, il ragazzo si fermò, incuriosito, a osservare una cosa che spuntava a intermittenza in superficie, a distanza di due-trecento metri, in corrispondenza della scia della nave. Benché il bastimento già volasse, portato da un magnifico vento al giardinetto, quella cosa manteneva sempre la distanza. E, sebbene egli non ne comprendesse la natura, aveva qualcosa di indefinibile, che lo attraeva intensamente. Il padre, non vedendo Stefano più in giro, dopo averlo chiamato a gran voce invano, scese dalla plancia e andò a cercarlo.
«Stefano, che cosa fai lì impalato?» gli chiese scorgendolo infine a poppa, in piedi, che fissava le onde.
«Papà, vieni qui a vedere».
Il padre venne e guardò anche lui, nella direzione indicata dal ragazzo, ma non riuscì a vedere niente.
«C'è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia» disse «e che ci viene dietro».
«Nonostante i miei quarant'anni» disse il padre «credo di avere ancora una vista buona. Ma non vedo assolutamente niente».
Poiché il figlio insisteva, andò a prendere il cannocchiale e scrutò la superficie del mare, in corrispondenza della scia. Stefano lo vide impallidire.
«Cos'è? Perché fai quella faccia?»
«Oh, non ti avessi ascoltato» esclamò il capitano. «Io adesso temo per te. Quella cosa che tu vedi spuntare dalle acque e che ci segue, non è una cosa. Quello è un colombre. È il pesce che i marinai sopra tutti temono, in ogni mare del mondo. È uno squalo tremendo e misterioso, più astuto dell'uomo. Per motivi che forse nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima, e quando l'ha scelta la insegue per anni e anni, per una intera vita, finché è riuscito a divorarla. E lo strano è questo: che nessuno riesce a scorgerlo se non la vittima stessa e le persone del suo stesso sangue»
«Non è una favola?»
«No. Io non l'avevo mai visto. Ma dalle descrizioni che ho sentito fare tante volte, l'ho subito riconosciuto. Quel muso da bisonte, quella bocca che continuamente si apre e chiude, quei denti terribili. Stefano, non c'è dubbio, purtroppo, il colombre ha scelto te e finché tu andrai per mare non ti darà pace. Ascoltami: ora noi torniamo subito a terra, tu sbarcherai e non ti staccherai mai più dalla riva, per nessuna ragione al mondo. Me lo devi promettere. Il mestiere del mare non è per te, figliolo. Devi rassegnarti. Del resto, anche a terra potrai fare fortuna».
Ciò detto, fece immediatamente invertire la rotta, rientrò in porto e, col pretesto di un improvviso malessere, sbarcò il figliolo. Quindi ripartì senza di lui. Profondamente turbato, il ragazzo restò sulla riva finché l'ultimo picco dell'alberatura sprofondò dietro l'orizzonte. Di là dal molo che chiudeva il porto, il mare restò completamente deserto. Ma, aguzzando gli sguardi, Stefano riuscì a scorgere un puntino nero che affiorava a intermittenza dalle acque: il "suo" colombre, che incrociava lentamente su e giù, ostinato ad aspettarlo.
Da allora il ragazzo con ogni espediente fu distolto dal desiderio del mare. Il padre lo mandò a studiare in una città dell'interno, lontana centinaia di chilometri. E per qualche tempo, distratto dal nuovo ambiente, Stefano non pensò più al mostro marino. Tuttavia, per le vacanze estive, tornò a casa e per prima cosa, appena ebbe un minuto libero, si affrettò a raggiungere l'estremità del molo, per una specie di controllo, benché in fondo lo ritenesse superfluo. Dopo tanto tempo, il colombre, ammesso anche che tutta la storia narratagli dal padre fosse vera, aveva certo rinunciato all'assedio. Ma Stefano rimase là, attonito, col cuore che gli batteva. A distanza di due-trecento metri dal molo, nell'aperto mare, il sinistro pesce andava su e giú, lentamente, ogni
tanto sollevando il muso dall'acqua e volgendolo a terra, quasi con ansia guardasse se Stefano Roi finalmente veniva. Così, l'idea di quella creatura nemica che lo aspettava giorno e notte divenne per Stefano una segreta ossessione. E anche nella lontana città gli capitava di svegliarsi in piena notte con inquietudine. Egli era al sicuro, sì, centinaia di chilometri lo separavano dal colombre. Eppure egli sapeva che, di là dalle montagne, di là dai boschi, di là dalle pianure, lo squalo era ad aspettarlo. E, si fosse egli trasferito pure nel più remoto continente, ancora il colombre si sarebbe appostato nello specchio di mare più vicino, con l'inesorabile ostinazione che hanno gli strumenti del fato.
Stefano, ch'era un ragazzo serio e volonteroso, continuò con profitto gli studi e, appena fu uomo, trovò un impiego dignitoso e rimunerativo in un emporio di quella città. Intanto il padre venne a morire per malattia, il suo magnifico veliero fu dalla vedova venduto e il figlio si trovò ad essere erede di una discreta fortuna. Il lavoro, le amicizie, gli svaghi, i primi amori: Stefano si era ormai fatto la sua vita, ciononostante il pensiero del colombre lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i giorni, anziché svanire, sembrava farsi più insistente.
Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l'attrazione dell'abisso. Aveva appena ventidue anni Stefano, quando, salutati gli amici della città e licenziatosi dall'impiego, tornò alla città natale e comunicò alla mamma la ferma intenzione di seguire il mestiere paterno. La donna, a cui Stefano non aveva mai fatto parola del misterioso squalo, accolse con gioia la sua decisione. L'avere il figlio abbandonato il mare per la città le era sempre sembrato, in cuor suo, un tradimento alle tradizioni di famiglia. E Stefano cominciò a navigare, dando prova di qualità marinare, di resistenza alle fatiche, di animo intrepido. Navigava, navigava, e sulla scia del suo bastimento, di giorno e di notte, con la bonaccia e con la tempesta, arrancava il colombre. Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui.
«Non vedete niente da quella parte?» chiedeva di quando in quando ai compagni, indicando la scia.
«No, noi non vediamo proprio niente. Perché?»
«Non so. Mi pareva...»
«Non avrai mica visto per caso un colombre» facevano quelli, ridendo e toccando ferro.
«Perché ridete? Perché toccate ferro? »
«Perché il colombre è una bestia che non perdona. E se si mettesse a seguire questa nave, vorrebbe dire che uno di noi è perduto».
Ma Stefano non mollava. La ininterrotta minaccia che lo incalzava pareva anzi moltiplicare la sua volontà, la sua passione per il mare, il suo ardimento nelle ore di lotta e di pericolo.
Con la piccola sostanza lasciatagli dal padre, come egli si sentì padrone del mestiere, acquistò con un socio un piccolo piroscafo da carico, quindi ne divenne il solo proprietario e, grazie a una serie di fortunate spedizioni, poté in seguito acquistare un mercantile sul serio, avviandosi a traguardi sempre più ambiziosi. Ma i successi, e i milioni, non servivano a togliergli dall'animo quel continuo assillo; né mai, d'altra parte, egli fu tentato di vendere la nave e di ritirarsi a terra per intraprendere diverse imprese. Navigare, navigare, era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l'impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c'era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina. Niente.
Un indomabile impulso lo traeva senza requie, da un oceano all'altro. Finché, all'improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio, vecchissimo; e nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com’era, non lasciasse finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché l’intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico. Ma più grande che le gioie di una vita agiata e tranquilla era stata per lui sempre la tentazione dell'abisso.
E una sera, mentre la sua magnifica nave era ancorata al largo del porto dove era nato, si sentì prossimo a morire. Allora chiamò il secondo ufficiale, di cui aveva grande fiducia, e gli ingiunse di non opporsi a ciò che egli stava per fare. L'altro, sull'onore, promise. Avuta questa assicurazione, Stefano, al secondo ufficiale che lo ascoltava sgomento, rivelò la storia del colombre, che aveva continuato a inseguirlo per quasi cinquant'anni, inutilmente.
«Mi ha scortato da un capo all'altro del mondo» disse «con una fedeltà che neppure il più nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui, ormai, sarà terribilmente vecchio e stanco. Non posso tradirlo».
Ciò detto, prese commiato, fece calare in mare un barchino e vi sali, dopo essersi fatto dare un arpione.
«Ora gli vado incontro» annunciò. «È giusto che non lo deluda. Ma lotterò, con le mie ultime forze».
A stanchi colpi di remi, si allontanò da bordo. Ufficiali e marinai lo videro scomparire laggiù, sul placido mare, avvolto dalle ombre della notte. C'era in cielo una falce di luna. Non dovette faticare molto. All'improvviso il muso orribile del colombre emerse di fianco alla barca.
«Eccomi a te, finalmente » disse Stefano. «Adesso, a noi due!»
E, raccogliendo le superstiti energie, alzò l'arpione per colpire.
«Uh» mugolò con voce supplichevole il colombre «che lunga strada per trovarti. Anch'io sono distrutto dalla fatica. Quanto mi hai fatto nuotare. E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente».
«Perché?» fece Stefano, punto sul vivo.
«Perché non ti ho inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi. Dal re del mare avevo avuto soltanto l'incarico di consegnarti questo».
E lo squalo trasse fuori la lingua, porgendo al vecchio capitano una piccola sfera fosforescente. Stefano la prese fra le dita e guardò. Era una perla di grandezza spropositata. E lui riconobbe la famosa Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore, e pace dell'animo. Ma era ormai troppo tardi.
«Ahimè!» disse scuotendo tristemente il capo.
«Come è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato la tua».
«Addio, pover'uomo» rispose il colombre. E sprofondò nelle acque nere per sempre.
Due mesi dopo, spinto dalla risacca, un barchino approdò a una dirupata scogliera. Fu avvistato da alcuni pescatori che, incuriositi, si avvicinarono. Sul barchino, ancora seduto, stava un bianco scheletro: e fra le ossicine delle dita stringeva un piccolo sasso rotondo.
Il colombre è un pesce di grandi dimensioni, spaventoso a vedersi, estremamente raro.
A seconda dei mari, e delle genti che ne abitano le rive, viene anche chiamato kolomber, kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente lo ignorano.
Qualcuno perfino sostiene che non esiste.
Il colombre, da Il colombre di Dino Buzzati
lunedì 1 agosto 2011
IL SOLE DENTRO, ovvero IL PIÙ GRANDE SPETTACOLO DOPO IL BIG BANG
Oggi analisi del testo. Alla mia maniera.
Titolo:
Titolo:
"Il più grande spettacolo dopo il big bang”

Il bello degli esseri umani è la loro capacità di amare e di lasciarsi amare.
Il brutto degli esseri umani è quando non fanno l’uno e non permettono l’altro.
La fortuna degli esseri umani è quella di poter “fare”, nel senso di vivere, sperimentare, donare, far sentire amore a bassissimo costo. Praticamente gratis!
Per amare, ce lo insegna il buon Dio, bisogna sempre essere in tre, perché i soggetti dell’amare
Il brutto degli esseri umani è quando non fanno l’uno e non permettono l’altro.
La fortuna degli esseri umani è quella di poter “fare”, nel senso di vivere, sperimentare, donare, far sentire amore a bassissimo costo. Praticamente gratis!
Per amare, ce lo insegna il buon Dio, bisogna sempre essere in tre, perché i soggetti dell’amare
“siamo noi, io e te!”
Sì: noi, io e te. Io che scrivo e tu che leggi e noi insieme. Tu che leggi e la tua fidanzata e voi insieme. Tuo fratello e il suo migliore amico e loro insieme. Il migliore amico di tuo fratello e la sua mamma e loro due insieme. Et cetera, et cetera… e loro insieme.
La ricchezza dell’uomo è che può passare la sua vita ad amare.
La sua povertà è tutte le volte in cui si astiene dal farlo. Non serve essere pronti per amare, non bisogna studiarlo da qualche parte. Occorre solo cominciare. Un po’ come quando uno prende in mano
La ricchezza dell’uomo è che può passare la sua vita ad amare.
La sua povertà è tutte le volte in cui si astiene dal farlo. Non serve essere pronti per amare, non bisogna studiarlo da qualche parte. Occorre solo cominciare. Un po’ come quando uno prende in mano
“la chitarra senza saper suonare”.
Il caro Lorenzo penso sia in grado di esprimere bene questo pensiero che mi porto dentro da molto tempo. La fortuna dell’uomo è che ha un solo cuore per amare. Penso sia uno dei pochi casi in cui una sola unità vuol dire ricchezza.
Per capirlo va provato. Per provarlo va vissuto. Per viverlo bisogna “starci dentro”, dalla testa ai piedi, inzuppati fradici. Anche le lacrime fanno bene, se occorrono. Voler bene fino alle lacrime. Piangere perché si è sentito il bene, il bello, il vero. Emozionarsi perché si è toccata la gioia. Proprio come a Natale, quando chi riesce ancora a sognare si emoziona davanti al bene che tenta di farsi strada in un mondo di buio e di maschere, che tenta di nascere in ogni vita, più o meno complicata, più o meno felice.
Chi non si lascia toccare dalla gioia, a Natale come in estate, non riesce a toccarla.
E allora da qui nasce l’invidia, la nostalgia, l’incredulità, lo scoraggiamento, la lamentela, la rabbia, l’irragionevolezza di pensieri, parole e azioni, che non fanno il bene di nessuno. Da qui nascono anche i vizi, quelli che si istituiscono al rispondere sempre “sì” al capriccio di un bambino, l’inizio della sua rovina. Chi non tocca la gioia non vuole che altri stiano nella gioia. E che fanno? Mormorano. Ma chi riesce a toccarla non si ferma davanti a niente.
Altro che..
Per capirlo va provato. Per provarlo va vissuto. Per viverlo bisogna “starci dentro”, dalla testa ai piedi, inzuppati fradici. Anche le lacrime fanno bene, se occorrono. Voler bene fino alle lacrime. Piangere perché si è sentito il bene, il bello, il vero. Emozionarsi perché si è toccata la gioia. Proprio come a Natale, quando chi riesce ancora a sognare si emoziona davanti al bene che tenta di farsi strada in un mondo di buio e di maschere, che tenta di nascere in ogni vita, più o meno complicata, più o meno felice.
Chi non si lascia toccare dalla gioia, a Natale come in estate, non riesce a toccarla.
E allora da qui nasce l’invidia, la nostalgia, l’incredulità, lo scoraggiamento, la lamentela, la rabbia, l’irragionevolezza di pensieri, parole e azioni, che non fanno il bene di nessuno. Da qui nascono anche i vizi, quelli che si istituiscono al rispondere sempre “sì” al capriccio di un bambino, l’inizio della sua rovina. Chi non tocca la gioia non vuole che altri stiano nella gioia. E che fanno? Mormorano. Ma chi riesce a toccarla non si ferma davanti a niente.
Altro che..
“..musica, altro che il Colosseo,
altro che America, altro che l'exstasi,
altro che nevica, altro che Rolling Stones,
altro che football...
altro che Lady Gaga, altro che oceani,
altro che argento e oro, altro che il sabato,
altro che le astronavi, altro che la tv,
altro che chiacchiere..”.
altro che America, altro che l'exstasi,
altro che nevica, altro che Rolling Stones,
altro che football...
altro che Lady Gaga, altro che oceani,
altro che argento e oro, altro che il sabato,
altro che le astronavi, altro che la tv,
altro che chiacchiere..”.
Si, chiacchiere. Solo chiacchiere. Il miracolo al quale abbiamo assistito è stato piccolo, perché i miracoli veri della vita di tutti son quelli senza visioni. Son quelli che ti permettono di dire: “il caso non esiste”, ma esiste una mano forte e buona che ti tiene in piedi, che ti rialza quando cadi; una mano un po’ ruvida dagli anni, che ti insegna, se non sei ancora capace, ad allacciarti le scarpe e a schioccare le dita. Il miracolo (senza esagerare) è quello di vedere ragazzi che pongono fine, ancor prima dei grandi, alla “guerra dei bottoni” così ancora diffusa in tutto il mondo, ad ogni latitudine.
Il più grande spettacolo dopo il big bang è vedere ragazzi, che molti giudicano superficiali, piangere dalla gioia. Nessuno parlava attorno al falò dell’altra sera. Eppure si era in centoquaranta. Ognuno teneva per mano almeno due persone. Così si era ancora una volta in tre. Numero perfetto, perché aperto all’altro. Aperto come un abbraccio, che non chiude per possedere, ma si apre per donare con gioia.
Cito I., educatrice ventenne:
"L'ultima sera chiedo a un ragazzo in lacrime ‘Perché piangi?’ ‘Sono triste perché il campeggio finisce!’ ‘Ma perché ti è piaciuto così tanto?’ ‘Per i volti nuovi, perché era UNITO’, ‘...ma anche se stai piangendo perché è finito, adesso sei più triste o felice?’, ‘FELICE!!!’"
Il più grande spettacolo dopo il big bang è vedere ragazzi, che molti giudicano superficiali, piangere dalla gioia. Nessuno parlava attorno al falò dell’altra sera. Eppure si era in centoquaranta. Ognuno teneva per mano almeno due persone. Così si era ancora una volta in tre. Numero perfetto, perché aperto all’altro. Aperto come un abbraccio, che non chiude per possedere, ma si apre per donare con gioia.
Cito I., educatrice ventenne:
"L'ultima sera chiedo a un ragazzo in lacrime ‘Perché piangi?’ ‘Sono triste perché il campeggio finisce!’ ‘Ma perché ti è piaciuto così tanto?’ ‘Per i volti nuovi, perché era UNITO’, ‘...ma anche se stai piangendo perché è finito, adesso sei più triste o felice?’, ‘FELICE!!!’"
Io e te...
che ci abbracciamo forte,
io e te, io e te...
che ci sbattiamo porte,
io e te, io e te...
che andiamo contro vento,
io e te, io e te...
che stiamo in movimento,
io e te, io e te...
che abbiamo fatto un sogno
che volavamo insieme,
che abbiamo fatto tutto
e tutto c'è da fare,
che siamo ancora in piedi
in mezzo a questa strada,
io e te, io e te, io e te!
[…]
che abbiamo fatto a pugni,
io e te, io e te...
fino a volersi bene,
io e te, io e te...
che andiamo alla deriva,
io e te, io e te...
nella corrente....io e te!
Che attraversiamo il fuoco
con un ghiacciolo in mano,
che siamo due puntini,
ma visti da lontano,
che ci aspettiamo il meglio
come ogni primavera,
io e te, io e te, io e te!
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi...io e te!
che ci abbracciamo forte,
io e te, io e te...
che ci sbattiamo porte,
io e te, io e te...
che andiamo contro vento,
io e te, io e te...
che stiamo in movimento,
io e te, io e te...
che abbiamo fatto un sogno
che volavamo insieme,
che abbiamo fatto tutto
e tutto c'è da fare,
che siamo ancora in piedi
in mezzo a questa strada,
io e te, io e te, io e te!
[…]
che abbiamo fatto a pugni,
io e te, io e te...
fino a volersi bene,
io e te, io e te...
che andiamo alla deriva,
io e te, io e te...
nella corrente....io e te!
Che attraversiamo il fuoco
con un ghiacciolo in mano,
che siamo due puntini,
ma visti da lontano,
che ci aspettiamo il meglio
come ogni primavera,
io e te, io e te, io e te!
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi...io e te!
In questi giorni penso di aver capito un po’ di più da dove arriva la paura dell’altro, del diverso. Da dove proviene quella gelida diffidenza che fa sospettare di un altro uomo, che fa avere paura di uno che, a conti fatti, è come noi, io e te.
Il più grande spettacolo dopo il big bang è l’amore.
Il più grande spettacolo dopo il big bang è l’amore.
A chi c’era, a chi non c’era.
A tutti, ai piccoli e ai grandi GuerrieriDragone.
Grazie.
Ho preso la chitarra senza saper suonare,
è bello vivere anche se si sta male,
volevo dirtelo perché ce l'ho nel cuore,
son sicurissimo...amore!
volevo dirtelo perché ce l'ho nel cuore,
son sicurissimo...amore!
Lorenzo Cherubini, Il più grande spettacolo dopo il big bang.
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mercoledì 20 aprile 2011
mercoledì 9 febbraio 2011
AVANTI TUTTA!

“xk vuoi diventare prete?
dopo tutta questa strada!
non ti potrai sposare
Fidanzare
Figa fai il serio”
non ti potrai sposare
Fidanzare
Figa fai il serio”
Un ragazzo di 15 anni, da poco conosciuto, mi ha scritto queste parole. Prima di pubblicarle gli ho chiesto il permesso. E lui me lo ha accordato.
Non in molti comprendono il passo che, da qui a qualche mese, dovrebbe arrivare a una scelta. A dire la verità pensavo che le incomprensioni da parte del mondo potessero essere maggiori. Parlavano di insulti sulla metro, di gente che si “toccava” in parti cosìdette “porta fortuna”, di bestemmie da parte di sconosciuti… . O sono sbadato io, oppure non ho mai incontrato nessuna di queste persone. Ho trovato invece molta curiosità. Sì, a volte qualcuno ti guarda con un po’ di insistenza. Forse non te lo aspetti tutti i giorni di trovare sulla carrozza del treno uno vestito da prete. Ma nessuno mi ha mai trattato male.
La domanda di quel ragazzo me la pongo tutti i giorni. Non c’è nulla di scontato o banale in quella domanda, perché la risposta è tutt’altro che banale e scontata. Occorre ripetersi ogni giorno quella domanda per provare ad avvicinarsi sempre di più a una risposta. È una domanda che assomiglia tanto a quel “ma chi te lo fa fare?” che tanti altri mi chiedono. In genere me lo chiedo anche io alla fine della sera. Come esame di coscienza uso un murales. Sì, sarò matto, me lo dicono in tanti (e quelli che non me lo dicono o non lo pensano o non mi “sorridono” più), ma quella scritta mi aiuta ogni sera a fare il punto della situazione.
“Alla fine della sera l’importante è avere amato...” mi chiede ogni volta di guardare ad ogni occasione persa per poterlo fare, mi chiede di capire se veramente so amare, se le decisioni, le parole, i gesti che compio sono quelli giusti. Se in quella giornata ho imparato veramente ad amare guardando all’Unico che può insegnarmi a farlo sul serio. Ogni giorno tante sorprese, ma forse è anche questo che rende bella la vita.
Oggi c’è anche un’altra cosa che rende bella la mia giornata.
Si chiama Benedetta.
Benvenuta!
Non in molti comprendono il passo che, da qui a qualche mese, dovrebbe arrivare a una scelta. A dire la verità pensavo che le incomprensioni da parte del mondo potessero essere maggiori. Parlavano di insulti sulla metro, di gente che si “toccava” in parti cosìdette “porta fortuna”, di bestemmie da parte di sconosciuti… . O sono sbadato io, oppure non ho mai incontrato nessuna di queste persone. Ho trovato invece molta curiosità. Sì, a volte qualcuno ti guarda con un po’ di insistenza. Forse non te lo aspetti tutti i giorni di trovare sulla carrozza del treno uno vestito da prete. Ma nessuno mi ha mai trattato male.
La domanda di quel ragazzo me la pongo tutti i giorni. Non c’è nulla di scontato o banale in quella domanda, perché la risposta è tutt’altro che banale e scontata. Occorre ripetersi ogni giorno quella domanda per provare ad avvicinarsi sempre di più a una risposta. È una domanda che assomiglia tanto a quel “ma chi te lo fa fare?” che tanti altri mi chiedono. In genere me lo chiedo anche io alla fine della sera. Come esame di coscienza uso un murales. Sì, sarò matto, me lo dicono in tanti (e quelli che non me lo dicono o non lo pensano o non mi “sorridono” più), ma quella scritta mi aiuta ogni sera a fare il punto della situazione.
“Alla fine della sera l’importante è avere amato...” mi chiede ogni volta di guardare ad ogni occasione persa per poterlo fare, mi chiede di capire se veramente so amare, se le decisioni, le parole, i gesti che compio sono quelli giusti. Se in quella giornata ho imparato veramente ad amare guardando all’Unico che può insegnarmi a farlo sul serio. Ogni giorno tante sorprese, ma forse è anche questo che rende bella la vita.
Oggi c’è anche un’altra cosa che rende bella la mia giornata.
Si chiama Benedetta.
Benvenuta!
mercoledì 10 novembre 2010
NOSTALGIE

Si parla di nostalgie. Si argomenta a nostalgie. Si piange per nostalgie.
Del passato.
Al presente e al futuro la nostalgia fa problema. Sciocca se accompagna i minuti che vivi, il tuo oggi, surreale se pensata per domani.
Si può scegliere di non averla in un caso o nell’altro.
Uno di questi giorni ho pranzato insieme al Piccolo Principe – meglio - con una sua idea: la nostalgia del mare ampio ed infinito, necessaria per la costruzione della nave.
Più importante della legna, più importante degli attrezzi per fabbricarla.
Più geniale di progetti da disegnare, più efficace degli ordini da dare ai manovali.
Suscitare nell’altro la sana nostalgia del mare lo invoglia a costruire al meglio la barca per navigare.
Metafora? Beh, mi pare ovvio!
Se un giorno dovessi diventare disoccupato (ipotesi al momento abbastanza improbabile), mi piacerebbe diventare un nostalgizzatore.
Di cose belle, di cose buone, di cose vere.
Per rimanere nell’ambito, diciamo..
QUOTATION: “la fami=
glia è la cosa più bella!" Carlotta, disegnando ciò che ama. In un cuore.
Del passato.
Al presente e al futuro la nostalgia fa problema. Sciocca se accompagna i minuti che vivi, il tuo oggi, surreale se pensata per domani.
Si può scegliere di non averla in un caso o nell’altro.
Uno di questi giorni ho pranzato insieme al Piccolo Principe – meglio - con una sua idea: la nostalgia del mare ampio ed infinito, necessaria per la costruzione della nave.
Più importante della legna, più importante degli attrezzi per fabbricarla.
Più geniale di progetti da disegnare, più efficace degli ordini da dare ai manovali.
Suscitare nell’altro la sana nostalgia del mare lo invoglia a costruire al meglio la barca per navigare.
Metafora? Beh, mi pare ovvio!
Se un giorno dovessi diventare disoccupato (ipotesi al momento abbastanza improbabile), mi piacerebbe diventare un nostalgizzatore.
Di cose belle, di cose buone, di cose vere.
Per rimanere nell’ambito, diciamo..
QUOTATION: “la fami=
glia è la cosa più bella!" Carlotta, disegnando ciò che ama. In un cuore.
martedì 10 agosto 2010
HO VISTO LE STELLE

Martedì 10 agosto. San Lorenzo. Molti stanno aspettando questa notte. Verranno espressi desideri di un intero anno. Desideri di amore, di felicità, di fortuna. Purtroppo quest’anno non penso di riuscire a vederne molte di quelle stelle. La luce del cielo è difficile da guardare quando è pieno di luci umane. Penso sia sempre così. Quando il Cielo si riempie troppo di “cose” umane non è più Cielo. E così, delude. E se il cielo delude dove si guarda se non per terra?
Cercando sempre di guardare il cielo, tenendo i piedi per terra, ricevo in giornata un sms di una amica. Di una cara amica. Compagna di banco per cinque anni di vita. Compagna anche nella strada del ritorno a casa quando la fatica delle ore scolastiche iniziava conversazioni straordinariamente indimenticabili. Mi ricorda la poesia del Pascoli dedicata a questa giornata. La prof (La Prof!) ce l’aveva fatta leggere al liceo.
Non ricordandomelo assolutamente, cerco il testo su Internet e lo trovo con parafrasi a fronte.
San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!
Triste?
Molti di noi questa notte guarderanno piangere il cielo. Sarà la notte in cui dalle stelle cadranno sogni che diventeranno depiuablativamente desideri. Quando il cielo piange l’uomo desidera. Ma cosa desidera?
Sembra essere la notte della mancanza: a noi qualcosa al cielo pure! A noi un chiedere al cielo il piangere. Perché tanta nostalgia? Domanda retorica…
Il cielo, come sempre, è disposto per ciascun uomo a perdere una stella.
Mica male, eh!?!
Dreamers di tutti i tempi, buona notte!
QUOTATION: dott.sa: “questo è uno degli esami più fastidiosi che possa fare. È pronto?” Paziente: “mi dica cosa devo fare” dott.sa: “beh, se vuole urli!”
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