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domenica 11 agosto 2013

DRAMMI in SOL(e) minore

Drammi. Sciagure. Omicidi. Suicidi. 
Un aumentare sempre e costante di cose brutte che hanno per protagonisti ragazzi. Ci si stupisce, si rimane indignati il tempo di una notizia di tg. Poi la vita continua. I più sensibili ci ripensano qualche volta, ne fanno argomento di discussione con parenti o amici, ma la realtà non sembra dare segni di cambiamento. Anzi, pare proprio che lo stile sia quello del peggioramento. Lo dico senza pessimismo, ma con molto realismo. Lo dico con la mano sul polso di una parte della popolazione giovanile che mi è affidata, nell’angolino di mondo che mi è stato concesso di abitare. 
I problemi sono tanti. Troppi, grossi, complessi. I ragazzi, che escono dall’infanzia e vengono catapultati in una preadolescenza che sa già di vita vissuta e masticata, non hanno la forza per reggere alla battaglia della vita. Entrano così nell’adolescenza già stanchi, già delusi, già feriti, a volte a morte, da situazioni di crisi di cui non sono pienamente responsabili. Arriva allora la disillusione, che paralizza la voglia di fare, di cambiare, di riscattarsi, di sognare e desiderare un’altra vita. Un’adolescenza paralizzata che non riesce e non vuole sperare in una vita nuova, in una risurrezione, già in questa esistenza. Il problema educativo è sotto gli occhi di tutti e sulla bocca di tanti. Ma le cose continuano a non cambiare. Sarà questo il vero e più tremendo effetto della “crisi” di inizio millennio? Sarà questa sorta di paralisi generale che non permette di migliorare ciò che deve essere migliorato e di riscattare ciò che è imprigionato e senza vera libertà? Ai drammi giovanili prevedibili si aggiungono le sciagure, in casa nostra o in quel mare che pare la via di fuga verso una nuova vita, ma che spesso, troppo spesso, si trasforma nel sarcofago che seppellisce ogni speranza.
Abbiamo bisogno di Luce e di una Vita nuova. 
Basta nasconderci! 

Drammi in sol(e) minore del secondo fine settimana di Agosto, anno del Signore 2013. 
Ed è questo il punto: son passati duemila anni! 
- Roma, suicida 14enne gay, deriso ed emarginato, ragazzo si lancia nel vuoto da terrazzo. 
- Roma, accoltellato nella notte tra sabato e domenica un ragazzo 17enne. 
- Napoli, 18 e 17enne, rapinatori, investiti e uccisi dall’uomo rapinato. Il primo, padre di una bimba di due mesi. Il secondo sarebbe diventato padre domani. 
- Catania, morti annegati sei ragazzi minorenni egiziani, nel tentativo di sbarcare sull’isola. 
- Grosseto, 21enne fermato per aver accoltellato un uomo per motivi di droga. 
- Riccione, una settimana fa ragazzo di 17 muore per mix di alcool e Mdma.




lunedì 23 luglio 2012

GIORNI DI VOLO



Come sempre: far partire la musica e poi iniziare a leggere.



Tante cose. Tante tante tante cose. Tra questa "tantità" la maggior parte son gioie: mie, altrui, nostre. Ci sono anche fatiche, dolori da accogliere, confidenze da raccogliere, sensi di colpa da allontanare, errori, sbagli, peccati da perdonare. È una grazia continua. Una grande fortuna, come direbbe il mondo, con un certo senso di casualità. Ma noi, al caso, non crediamo. Crediamo all'amore. E l'amore non è mai un caso!

Tra queste tante cose e parole che passano e ci formano (perché ci danno la loro bella forma quando queste cose e parole sono cose e parole buone) ci sono alcune che tornano come poesie, come racconti, come storie ascoltate da bambini e che ora non sembrano più tanto banali.
È il racconto che parla di gatti e di gabbiani. Gatti dal cuore grande e gabbiani dalle forti ali: il modello da imitare per volare alto nella vita e non accontentarsi di sguazzare nella mediocrità di fango e fogne.
È la storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.
Quando lessi per la prima volta questo libro, alla fine piansi, per la bellezza, per il coinvolgimento, per la verità di quelle parole scritte da un poeta che come tutti i poeti ha voluto raccontare la realtà creando un mondo tutto suo. Poi quel libro lo abbiamo fatto diventare l'esperienza da proporre a bambini e ragazzi in vacanza per qualche giorno tra i monti.
Ora, a distanza di qualche giorno da queste settimane di vacanza, quel racconto-poesia è diventato vero, nei ringraziamenti, nei ricordi, nelle lacrime di gioia delle cose belle vissute insieme. Ora il magone e la nostalgia di mamma e papà si sono trasformati nella voglia di volare, sempre e solo alto, ricordando che per volare bisogna sì avere le ali, avere un "gatto" che ci insegni a librarci nell'aria e tanti amici che ci diano fiducia, ma occorre soprattutto una grande dose di coraggio che ci permetta di osare. 
In questi giorni di campeggio solo chi ha osato "guardare il cielo con i piedi per terra" è riuscito a volare. Anche se è partito con le ali un po' ammaccate, con qualche peso di troppo o senza voglia di spiccare il volo. Bambini ed animatori.
Vola solo chi osa farlo!

Noi abbiamo osato...

...e ora siamo davvero belli! 

sabato 14 gennaio 2012

CI STO DENTRO!

E qui entra in scena un’altra parola che ha persino generato una sorta di movimento corale planetario, quello degli ‘indignati’: lo sdegno. Badate bene: se l’ira è un vizio capitale devastante, lo sdegno autentico è una virtù, perché è un appassionato e coerente schierarsi dalla parte della giustizia. Indignati contro la corruzione, la violenza, l’oppressione sono i profeti biblici. Del Signore nella Bibbia si dice letteralmente che ha un ’af , cioè un ‘naso’ sbuffante perché mal sopporta il male, e non dimentichiamo la figura di Cristo che impugna la frusta sferzando i mercanti… Detto altrimenti, lo sdegno vero e non retorico altro non è che un ritorno alla morale. 

G. Ravasi, "Dizionario di futuro" Editoriale di Avvenire del 3 gennaio 2012

Di fronte ad un’ingiustizia generalmente è bene sdegnarsi. Tutti sdegnati di fronte alle immoralità dei politici o dello spreco del denaro pubblico. Sdegnati quando a livello locale notiamo ingiustizie, quando la violenza esplode nelle strade o nelle case o nelle scuole. Sdegnati anche quando qualcuno cerca di giustificare quella violenza. Sdegnati per come si trattano gli uomini e le donne. Sdegnati per la dodicesima (DODICESIMA = dodici anni consecutivi!) del Grande Fratello, che in Olanda, nazione in cui è nato questo terrificante format televisivo, è durato sei anni, poi han pensato bene di smetterla. Da noi e in altri paesi in cui la gente è meglio che rimanga rimbambita e goda nell’identificarsi in uno dei modelli proposti, continua e continuerà. Per fortuna a volte le bestie della fantasia riescono a sconfiggere quelle assurde bestialità dei reality show. 

Tornando allo sdegno: ci si sdegna per un sacco di cose. Tutte “belle” visibili, in tv, dai media. Tutte comunque lontane da noi. Lo sdegno è meglio tenerlo per ciò che non ci tocca, per ciò che non ci costringe a cambiare. 

C’è bisogno di più moralità. Tutti d'accordo, ma quando caschiamo noi: “massì, che sarà mai! non siamo mica moralisti! divertiti! fatti una risata!”. 

C’è bisogno di più moralità. Anche a detta di tanti che sulla rete incominciano a stupirsi di troppe foto oscene (non - solo - per il contenuto, ma anche - e soprattutto - per l’oggettiva bruttezza di certi soggetti!) che girano su facebook. Pochi segnalano i nudi volgari che vengono pubblicati. E anche se ad essere ritratti sono minorenni (maschi/femmine non fa differenza), pare che tutto vada bene. Anzi: se proponi una riflessione collettiva a riguardo sei preso per uno sfigato, che non ce la fa (come si usa dire in certi slang “giovanili”. Che cosa non si riesca a fare, poi, non l’ho ancora capito, però si dice così). 

Anche a livello educativo! Purtroppo anche a livello educativo! 
La scuola sappiamo come è messa. Non si salvano neppure quegli ambienti che di educativo dovrebbero avere anche il DNA, come
tutti quelli legati allo sport! Non si salvano nemmeno certi ambienti cristiani, che dovrebbero fare e vivere la differenza del Vangelo! La differenza di una “buona notizia” che ti cambia la vita. 

Spesso a me pare di assistere alla duplice crescita del grano e della zizzania. 
Lo sdegno mi spingerebbe all’ira e l’ira ad estirpare quell’erba cattiva, così farisea, così falsa, così nociva per la crescita del grano buono. 
Eppure occorre aspettare e, come direbbero i nostri padri, occorre “starci dentro”! 
Inquieta giovinezza!

Ok. Ci sto dentro!



venerdì 25 novembre 2011

IMPROVVISO

Progettare e programmare sono due azioni molto importanti. Aiutano a fare meglio le “cose”, a lavorare meglio, a pensare il futuro, a non trovarsi impreparati davanti agli imprevisti di ogni giorno. 
Progettare e programmare richiedono molto tempo, molta pazienza, un po’ di entusiasmo; allenamento alla fatica, anche al ritorno abitudinario di qualcosa che passa, puntuale, come un tram (puntuale?). 
Progettare e programmare obbligano chi lo fa ad appassionarsi al motivo per cui ci si siede attorno a un tavolo e si pensa, meglio insieme ad altre persone, iniziando brainstorming orali o scritti, chiacchierando delle persone, delle idee, delle vite. 
Progettare e programmare sono nemici della noia, della fretta, del “facile”. Progettare e programmare sono per chi vuole vivere una vita semplice, dove la semplicità passa attraverso l’azione. Un’azione progettata e programmata. Ho sempre raccomandato a quelle belle persone che il Cielo mi ha messo sulla strada (per aiutarci insieme ad educare le piccole vite che ci sono affidate) l’importanza di non essere ingenui improvvisatori o leggere e brillanti, magari al momento abili, copert-ine. Meglio "perdere" qualche volta tempo in più che perdere per sempre vite e occasioni.
Ma fino adesso non ho di che lamentarmi.




Chi accompagna la vita degli altri non può limitarsi ad improvvisare: anche i migliori jazzisti non suonano note a caso!


mercoledì 2 novembre 2011

GOOD ALONE, AMAZING TOGETHER!

Quando passa l’estate e le vacanze lasciano il posto ad un nuovo anno lavorativo, ci prende spesso un sentimento, che sa un poco di tristezza e un poco di nostalgia. Quando passa l’estate e il caldo di quei giorni, si riaprono le ante degli armadi, per recuperare qualche maglione, qualche felpa, una giacca un po’ pesante. E tutti i giorni sembrano un po’ più pesanti. Si dice che la vita riprende il solito “tran-tran”, che tutto torna come prima, che anche la natura si intristisce e pare morire. Le piante perdono le foglie, il cielo diventa grigio, le giornate si accorciano...
I colori sembrano venire meno. 
Ok. Fin qui la parte melanconico-romantica del racconto. Ma la realtà è ben diversa. Almeno per quanto abbiamo potuto vedere, incontrare e vivere. I colori. I colori sono stati i protagonisti di un viaggio durato tre giorni. Destinazione: Firenze. Mete aggiuntive: Barbiana e Loppiano. Un giro toscano per una novantina di ragazzi e ragazze adolescenti, dei primi tre anni di scuola superiore, e per i loro educatori. Un’uscita, un viaggio, un pellegrinaggio. Forse qualcosa in più. Classico, ma non troppo. Una visita caratterizzata dai colori. Li abbiamo notati appena giunti presso Barbiana, mentre salivamo la strada in collina, che porta alla chiesetta di S.Andrea, alla casa-scuola di don Lorenzo Milani e al piccolo cimitero in cui il corpo di questo prete geniale riposa. Colori vivi, colori accesi, di piante, di cielo, di natura. Son colori visibili ad occhio nudo, ma non solo. Oltre all’apparenza delle foglie, abbiamo scorto le sfumature dei racconti di Michele, ex alunno della scuola di Barbiana. Sfumature che sanno di passione, di una vita spesa ad insegnare e ad imparare l’arte del vivere, la bellezza delle parole e la capacità di stare al mondo vivendo appieno la propria libertà. Michele non ha citato direttamente una delle frasi più famose di don Milani (quella di un calcio nel sedere domani per ogni parola sconosciuta oggi), ma durante il racconto della storia di Lucianino, allievo proveniente da una cascina a un’ora e mezza di strada dalla scuola, ci siamo tutti stupiti al sentire quanta fatica un tempo si faceva per non perdere neppure un giorno di scuola, quanta importanza le veniva data dagli alunni (o, come si dice a Barbiana, “creature”), dai genitori e dall’unico insegnante, che era don Lorenzo stesso. “Signor Priore, noi non siamo del suo popolo, noi stiamo dall’altra parte del monte, ma vorrei chiederLe di poter mandare nostro figlio alla sua scuola, perché non voglio che Lucianino rimanga tra noi meschini, capaci soltanto di fare l’”o” col fondo dei bicchieri”. Queste le parole di una madre, della madre di Lucianino, che chiedono a don Milani di prendere nella sua piccola scuola anche suo figlio, perché non rimanesse nell’ignoranza meschina e buia, perché crescesse imparando la bellezza dei colori della vita.
A protezione di quella scuola, come patrono di ogni studente, un santo monachello (Santo Scolaro) col libro di fronte al volto per far si che ogni studente possa immedesimarsi in lui, rappresentato in un mosaico di vetro. Bello, simpatico, colorato! Ci ha accolti poi una città fiorita: Firenze, immersa ancora in un clima tardo estivo, illuminata da un caldo sole che ci ha mostrato le bellezze di questa opera d’arte di città. L’abbiamo attraversata e visitata, a piccoli gruppi, con il sorriso sulle labbra, con la semplicità di un grande gruppo di amici. Qualcuno, incontrandoci, ci ha fatto i complimenti: perché eravamo in tanti (ma questo ha la sua relativa importanza), perché siamo stati educati, ma soprattutto perché siamo apparsi come “persone belle!”. Non so da cosa sia dipeso. Qualcosa, forse, la si è capita durante l’ultima giornata di viaggio, passata a Loppiano. In questa città abbiamo assistito alle testimonianze di numerosi giovani e famiglie appartenenti al movimento dei Focolarini, che hanno scelto di vivere la loro vocazione di cristiani nella forma di una comunione di vita, puntando tutto sull’ideale evangelico dell’essere una cosa sola. La caratteristica di Loppiano è l’internazionalità: fondata una cinquantina di anni fa, è nata dal grande sogno di Chiara Lubich: far nascere un luogo dove persone diverse potessero vivere insieme da fratelli, per mostrare che un mondo diverso può esistere. Ed esiste davvero! La messa di Tutti i Santi, celebrata insieme alla comunità locale, è stato un momento di intensa preghiera: animata dai giovani “Gen”, concelebrata con alcuni sacerdoti del posto, tutti noi ci siamo accorti della grande partecipazione a quel momento, forse anche aiutata dalla bellezza della chiesa in cui abbiamo celebrato l’Eucaristia. Le vetrate colorate, rappresentanti i misteri principali della nostra fede, illuminate dal sole di mezzogiorno, proiettavano su tutti noi i colori più belli. Vere anche per noi, allora, le parole della Lubich, che per spiegare l’esperienza dei Focolari diceva: “Il segreto è quello di aver rischiato la vita per il più grande ideale: Dio!”. Forse questi nostri giorni sono stati un po’ così: “rischiati”. “Rischiati” perché eravamo davvero tanti e quando si è in tanti a volte qualcosa di importante può sfuggire; “rischiati” perché non tutti ci si conosceva e il non conoscersi è spesso il motivo che frena dal vivere nuove esperienze; “rischiati” perché... abbiamo vissuto delle divertenti esperienze di incontri “notturni”. Ma questi, se permettete, rimarranno nostri ricordi. A tutti noi rimangono questi e tanti altri ricordi: i sorrisi, i canti, la semplicità e la simpatia di ragazzi adolescenti, che contrariamente a quanto si dice, hanno voglia di vivere una vita vera e piena; l’impegno dei giovani che regalano la loro vita come educatori; il desiderio di camminare ancora insieme, “rischiando la vita per l’ideale più grande: Dio!”.
E se anche tornando a casa abbiamo trovato la nebbia, il freddo, qualche foglia in meno sugli alberi, non fa nulla: i colori della vita e della fede vissute insieme ci hanno caricati, come in un sogno, fino alla prossima bella stagione.



Bella vita la nostra?
Sì!

giovedì 20 ottobre 2011

"IL RAGAZZO HA TALENTO!"

“Il ragazzo ha talento!” 



Ha capito una cosa importante. Ha avuto una intuizione condivisibile e condivisa da molti, messa in pratica, forse, da un po’ di meno. Le parole dette in questa canzone di Niccolò Fabi parlano tanto: nelle immagini belle, simpatiche, leggere. Giovani. Sì, giovani! Senza ideologie o nostalgie. 
Agli adolescenti che ci sono stati affidati. 
A tutti...loro.

“Non si può cercare un negozio di antiquariato in via del corso” 
Inutile è cercare una cosa preziosa, la direzione che ti spetta per essere te stesso, in un posto affollatamente caotico. La via del corso, il corso d’opera, il “diem” da cogliere a poco a poco, man mano che si va avanti, quell’importante viaggio che supera la meta.... Che confusione! 

“Ogni acquisto ha il suo luogo giusto e non tutte le strade sono un percorso” 
Eccolo, eccolo il cammino! Ecco la meta, ecco la rotta da seguire: un percorso, non una strada, non un’evasione, non un branco, che si eccita di indignazione, non un fuoco da spegnere per aver sbagliato, non mani da mordersi per il rimorso, non rimpianti disillusi o rassegnati “vabbè”! 

“Raro è trovare una cosa speciale nelle vetrine di una strada centrale.
Per ogni cosa c'è un posto ma quello della meraviglia è solo un po' più nascosto” 
 Meraviglia, stupore, passione. Voglia di conoscere. Lo diceva già Aristotele: “Prima meravigliati e poi conoscerai!” Cosa speri di trovare e capire se smetti di meravigliarti e di sperare? Troverai te stesso, forse, un po’ più vecchio. 

“Il tesoro è alla fine dell'arcobaleno che trovarlo vicino nel proprio letto piace molto di meno” 
Cosa mi chiedi? 
Di capire. 
Che cosa? 
Come fare?
A far che? 
A trovare il tesoro. 
Che cos’hai nello zaino? 
Una tempesta, può bastare? 
Per iniziare, ovvio. 
E poi? 
E poi c’è l’arcobaleno. Ma prima fatica a cercarlo. Fatica a trovarlo. Fatica a crearlo. 

“Come cercare l'ombra in un deserto o stupirsi che è difficile incontrarsi in mare aperto. 
Prima di partire si dovrebbe essere sicuri di che cosa si vorrà cercare dei bisogni veri. 
Allora io propongo per non fare confusione a chi ha meno di cinquant'anni 
 di spegnere adesso la televisione” 
Non partire se cerchi quell’ombra a sud. Non salpare se vuoi la compagnia di qualcuno nel mare dell’ovest. Non siamo gli unici a dirti che hai bisogno di una meta, di un sole che ti scaldi, di una polare che ti guidi, di un amore che ti ispiri, di una patria da sognare. Aspetta, fermati, in silenzio. Fai tacere e ascolta! Impara, una buona volta ad ascoltare il silenzio. Sentirai, alla fine di ogni suono, due battiti e una pausa: il tempo dei tuoi ricordi e lo spazio del tuo desiderio. 
Un sogno da realizzare. 

“Non si può entrare in un negozio e poi lamentarsi che tutto abbia un prezzo se la vita è un'asta sempre aperta anche i pensieri saranno in offerta” 
Puoi andare lo stesso. Subito. Attento alle scottature e ai colpi di freddo. Le prime ti tolgono la pelle di dosso, anche se a procurarsele ci si diverte un sacco. Le altre, più facili e comuni, ti rallentano e possono intristirti. Non lamentarti: né il caldo né il freddo son male, è come ti ci metti nella vita che può fare la differenza. 

“Ma le più lunghe passeggiate le più bianche nevicate e le parole che ti scrivo non so dove l'ho comprate di sicuro le ho cercate senza nessuna fretta” 
Mi sembra una bella assicurazione, no?



“Perché l'argento sai si beve ma l'oro si aspetta”



martedì 13 settembre 2011

LA FINE E IL FINE

Arrivo con un giorno di ritardo a commentare ciò che per una buona parte della popolazione è cominciato ieri: l’inizio della scuola. Ho letto qua e là sulle bacheche del facebook molti countdown fatti partire già dal primo giorno di scuola. Uno in particolare mi ha fatto sorridere e riflettere. 
Scrive A., 17 anni: “primo giorno andato…dai, ne mancano solo 199”. 
Deve essere una bella ansia quella che anima molti studenti oppure una certa delusione a priori rispetto a quello che vivranno. Nove mesi di “comunità forzata” nella quale saranno continuamente messi alla prova, per vedersi rifilare un numero, possibilmente maggiore o uguale a sei, che determinerà la serenità della prossima estate o un grande senso di fallimento esistenziale. Perché è vero che la scuola non è tutto nella vita, ma è anche vero che a questi ragazzi la scuola “porta via” un sacco di tempo. Per questo a molti la scuola non piace, perché si presenta come una ladra, che rapisce la vita, ruba quell’idea di libertà che l’estate aveva facilmente regalato e appiccica un numero che dice quanto si vale: poco più o poco meno di un sei. Ecco perché ai ragazzi sembra più facile e bello pensare alla fine della scuola e non al fine di questa. Pensare al fine di qualcosa porta a chiedersi il perché. Perché vado a scuola? Perché le cose che mi vengono trasmesse dovrebbero servirmi? Perché le cose che imparo sono importanti per la mia vita? Ci sono dei perché più importanti di questi, non lo metto in dubbio. Ma per allenarsi a farsi le domande giuste (che è il segreto per incominciare a capire perché siamo al mondo) occorre conoscere chi prima di noi si è chiesto quel “perché”, in tutti gli ambiti, scientifici e umanistici, artistici e tecnici, e a quali risposte sono arrivati tutti coloro che ci hanno preceduto nella storia. Continuare a chiedersi il fine dell’andare a scuola, magari chiedendo aiuto a chi è più grande e ai professori stessi per cercare di darsi una risposta, può permettere, a mio modesto avviso, di passare quei duecento giorni un po’ più serenamente, con la voglia di capirci qualcosa in più di questo mondo, di ciò che lo fa “funzionare” e di accorgersi con meraviglia di quanto sia bella la vita. 

Ecco cosa mi hanno trasmesso i miei insegnanti: l’importanza di fare le domande giuste, l’entusiasmo nel ricercare il fine e il “perché” delle cose e lo stupore di vivere questa (e non un’altra) bella vita. 
Buon anno, a voi gabbianelle e a quei gatti che vi insegneranno a volare!

lunedì 1 agosto 2011

IL SOLE DENTRO, ovvero IL PIÙ GRANDE SPETTACOLO DOPO IL BIG BANG

Oggi analisi del testo. Alla mia maniera.
Titolo:

"Il più grande spettacolo dopo il big bang”




Il bello degli esseri umani è la loro capacità di amare e di lasciarsi amare.
Il brutto degli esseri umani è quando non fanno l’uno e non permettono l’altro.
La fortuna degli esseri umani è quella di poter “fare”, nel senso di vivere, sperimentare, donare, far sentire amore a bassissimo costo. Praticamente gratis!
Per amare, ce lo insegna il buon Dio, bisogna sempre essere in tre, perché i soggetti dell’amare

“siamo noi, io e te!”

Sì: noi, io e te. Io che scrivo e tu che leggi e noi insieme. Tu che leggi e la tua fidanzata e voi insieme. Tuo fratello e il suo migliore amico e loro insieme. Il migliore amico di tuo fratello e la sua mamma e loro due insieme. Et cetera, et cetera… e loro insieme.
La ricchezza dell’uomo è che può passare la sua vita ad amare.
La sua povertà è tutte le volte in cui si astiene dal farlo. Non serve essere pronti per amare, non bisogna studiarlo da qualche parte. Occorre solo cominciare. Un po’ come quando uno prende in mano

“la chitarra senza saper suonare”.

Il caro Lorenzo penso sia in grado di esprimere bene questo pensiero che mi porto dentro da molto tempo. La fortuna dell’uomo è che ha un solo cuore per amare. Penso sia uno dei pochi casi in cui una sola unità vuol dire ricchezza.
Per capirlo va provato. Per provarlo va vissuto. Per viverlo bisogna “starci dentro”, dalla testa ai piedi, inzuppati fradici. Anche le lacrime fanno bene, se occorrono. Voler bene fino alle lacrime. Piangere perché si è sentito il bene, il bello, il vero. Emozionarsi perché si è toccata la gioia. Proprio come a Natale, quando chi riesce ancora a sognare si emoziona davanti al bene che tenta di farsi strada in un mondo di buio e di maschere, che tenta di nascere in ogni vita, più o meno complicata, più o meno felice.
Chi non si lascia toccare dalla gioia, a Natale come in estate, non riesce a toccarla.
E allora da qui nasce l’invidia, la nostalgia, l’incredulità, lo scoraggiamento, la lamentela, la rabbia, l’irragionevolezza di pensieri, parole e azioni, che non fanno il bene di nessuno. Da qui nascono anche i vizi, quelli che si istituiscono al rispondere sempre “sì” al capriccio di un bambino, l’inizio della sua rovina. Chi non tocca la gioia non vuole che altri stiano nella gioia. E che fanno? Mormorano. Ma chi riesce a toccarla non si ferma davanti a niente.
Altro che..

“..musica, altro che il Colosseo,
altro che America, altro che l'exstasi,
altro che nevica, altro che Rolling Stones,
altro che football...
altro che Lady Gaga, altro che oceani,
altro che argento e oro, altro che il sabato,
altro che le astronavi, altro che la tv,
altro che chiacchiere..”.

Si, chiacchiere. Solo chiacchiere. Il miracolo al quale abbiamo assistito è stato piccolo, perché i miracoli veri della vita di tutti son quelli senza visioni. Son quelli che ti permettono di dire: “il caso non esiste”, ma esiste una mano forte e buona che ti tiene in piedi, che ti rialza quando cadi; una mano un po’ ruvida dagli anni, che ti insegna, se non sei ancora capace, ad allacciarti le scarpe e a schioccare le dita. Il miracolo (senza esagerare) è quello di vedere ragazzi che pongono fine, ancor prima dei grandi, alla “guerra dei bottoni” così ancora diffusa in tutto il mondo, ad ogni latitudine.
Il più grande spettacolo dopo il big bang è vedere ragazzi, che molti giudicano superficiali, piangere dalla gioia. Nessuno parlava attorno al falò dell’altra sera. Eppure si era in centoquaranta. Ognuno teneva per mano almeno due persone. Così si era ancora una volta in tre. Numero perfetto, perché aperto all’altro. Aperto come un abbraccio, che non chiude per possedere, ma si apre per donare con gioia.
Cito I., educatrice ventenne:
"L'ultima sera chiedo a un ragazzo in lacrime ‘Perché piangi?’ ‘Sono triste perché il campeggio finisce!’ ‘Ma perché ti è piaciuto così tanto?’ ‘Per i volti nuovi, perché era UNITO’, ‘...ma anche se stai piangendo perché è finito, adesso sei più triste o felice?’, ‘FELICE!!!’"

Io e te...
che ci abbracciamo forte,
io e te, io e te...
che ci sbattiamo porte,
io e te, io e te...
che andiamo contro vento,
io e te, io e te...
che stiamo in movimento,
io e te, io e te...
che abbiamo fatto un sogno
che volavamo insieme,
che abbiamo fatto tutto
e tutto c'è da fare,
che siamo ancora in piedi
in mezzo a questa strada,
io e te, io e te, io e te!
[…]
che abbiamo fatto a pugni,
io e te, io e te...
fino a volersi bene,
io e te, io e te...
che andiamo alla deriva,
io e te, io e te...
nella corrente....io e te!
Che attraversiamo il fuoco
con un ghiacciolo in mano,
che siamo due puntini,
ma visti da lontano,
che ci aspettiamo il meglio
come ogni primavera,
io e te, io e te, io e te!

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi...io e te!


In questi giorni penso di aver capito un po’ di più da dove arriva la paura dell’altro, del diverso. Da dove proviene quella gelida diffidenza che fa sospettare di un altro uomo, che fa avere paura di uno che, a conti fatti, è come noi, io e te.
Il più grande spettacolo dopo il big bang è l’amore.

A chi c’era, a chi non c’era.
A tutti, ai piccoli e ai grandi GuerrieriDragone.
Grazie.





Ho preso la chitarra senza saper suonare,
è bello vivere anche se si sta male,
volevo dirtelo perché ce l'ho nel cuore,
son sicurissimo...amore!


Lorenzo Cherubini, Il più grande spettacolo dopo il big bang.



venerdì 8 luglio 2011

COLPE E SCUSE

Alcuni pensieri sparsi, che raccolgo alla fine di queste giornate intense di “lavoro”. Le virgolette ci sono, perché i più pensano che il nostro non sia un lavoro. Molti altri invece pensano proprio che lo sia. Io, per il momento, non so come definirlo: nessuno mi paga, ma niente mi appaga così tanto. Sempre e comunque: nonostante tutto!
Ho sperimentato, ancora una volta, come le fatiche più grandi che si vivono a lavorar con i più piccoli derivino dal fatto che alle loro spalle c’è ben poco. Sembrerò irriverente, maleducato, spavaldo, politicamente scorretto. Ma non sono mie idee, è la realtà che parla. Anzi, sono proprio questi bamb-ini che parlano e che dicono: “Se sono così è perché i miei genitori sono così!”. È capitato anche oggi, con un bimbo di sei anni, molto, molto, molto vivace. Alla mia domanda: “perché fai così?” lui mi ha risposto con gli occhi un po’ lucidi per aver capito il suo errore: “è il mio papà che fa così e io faccio come lui!”.
E così, non per mia tracotanza, ma per le parole stesse dei bamb-ini, posso affermare che la colpa (se di colpa si può o si deve parlare) è tutta dei genitori! Sempre!
Mi spiace. Per i bamb-ini, ovviamente!
Glisso velocemente da questa spina pungente e pongo l’accento su una cosa bella, che i bamb-ini, a differenza dei grandi (e quindi di alcuni genitori), sanno fare benissimo e dai quali dovremmo tutti imparare. Mi riferisco alla loro capacità di “fare la pace”. Ho assistito negli ultimi due giorni a diversi battibecchi tra piccoli, puntualmente interrotti e ripresi con gli interessati. Poi, dopo essermi assicurato che entrambe le parti avessero capito lo sbaglio, ho lasciato che da soli, naturalmente, risolvessero le trattative per l’armistizio e la firma dei trattati di pace.
Mi sono commosso. Più volte!
I bamb-ini non fanno la pace per farsi vedere.
I bamb-ini non fanno la pace perché le circostanze lo esigono.
I bamb-ini fanno la pace seriamente, perché ne hanno estremo bisogno; non scherzano quando si chiedono: “scusa”, addolorati per il male che hanno fatto all’altro. La loro man-ina tesa in avanti è piena di domande. Si chiedono se l’altro sia disponibile a perdonarli. Si chiedono cosa fare per rimediare ai danni. Si chiedono se potranno mai ritornare a giocare insieme, sperando di trovarsi davanti un sorriso e una mano amica che gli proponga bellissimi giochi. Perché la vita dei bamb-ini non è un gioco, ma procede tutta dentro un unico grande gioco: quello della vita. Ecco perché i grandi, quelli un po’ troppo occupati, non capiscono molto i bimbi e per accontentarli nei loro puntuali e quotidiani capricci regalano loro “giochi”, mentre raramente si mettono a giocare con loro, capendo veramente le regole del gioco. Le regole della vita semplice. Non di quella facile.

La colpa sembra essere dei genitori, ma a chiedere scusa son sempre i bambini!

giovedì 28 aprile 2011

DECALCOMANIE DECORATIVE



Roba da non crederci. Appunto.

Ogni tanto si va a Roma. Per me andare a Roma vuol dire, tra le tante cose, respirare a pieni polmoni e con gli occhi aperti. Non so il perché. Ma da quando capisco di essere al mondo, ogni volta che tocco il sacrosuolo dell’Urbe, mi pare di essere in un luogo che mi appartiene, una sorta di seconda (o terza) casa. La stessa sensazione l’ho provata durate i due viaggi a Gerusalemme.
Gerusalemme e Roma. Città eterne. Città sante.
Ogni tanto si va a Roma, dicevo, e la compagnia cambia ogni volta.
Ogni tanto qualcuno accompagna me.
Ogni tanto io accompagno qualcuno.
Quest’ultima volta i compagni di viaggio erano gli abitanti della periferia della terra di mezzo umana, cioè i pre-adolescenti. Qualcuno li chiama P.A..
Sigle strane, usate forse per superare l’imbarazzo di un troppo stretto “bamb-ini” o di un troppo diminutivo “ragazz-ini”. Chiamarli “ragazzi” è colloquiale, ma pare il vestito più adatto a loro, che in verità si sentono tremendamente spinti verso l’età adulta (forse molto di più di certi adolescenti patentati), ma ancora, più o meno palesemente, bisognosi di una tata o di un tato che li aiuti a trovare nella borsa da viaggio le loro mutande, diligentemente piegate e riposte dalle loro mamm-ine.
Di questi piccoli cuccioli d’uomo colpiscono tante cose: i vestiti, la pettinatura, il modo di camminare, di parlare, di urlare!, di mangiare, di sentirti ma non sempre di ascoltarti, di seguirti per strada se sai entrare in sintonia con loro e con i loro interessi. Di ascoltare musica!
La musica che ascoltano questi ragazzi è forse la cosa che mi ha lasciato più stupito di questi tre giorni romani. Ci aspettavamo (perché non ero il solo a pensarlo) che le loro preferenze cadessero su tutte le variazioni cromatiche del fibroso rapfuturisco, del rimoso hiphop statunitense, della dance più inflazionata del momento. Tutta roba bella ritmosa e… e forse basta.
E invece… ? E invece no.
Il loro gusto cade sulla profondità, sulla comprensione del testo. Per questo la predilezione statistica per i testi italiani (English teachers sveglia!!!), per i cantautori di anni passati, per la poesia musicale, per le rime non messe lì a caso per riempire la durata di qualche battuta, ma perché sanno dire, come nulla riesce, ciò che si prova. Per questo la loro passione per la musica, per imparare a suonare uno strumento, che permette a chi ci prova e riesce di fissare nella realtà la musica che vede con gli occhi e che si sente addosso (concetto indescrivibile a parole per i non musicisti!).
Come non accorgersi di questo loro interesse e non tenerne conto, in futuro, per comunicare con loro, per farli appassionare alle Cose che loro stessi ricercano in quelle note così “vecchie”, ma sempre capaci di parlare, per farli innamorare della Vita?

Volevo citare, come conclusione del post, una cosa che ho sentito in radio Domenica sera, prima di partire per Roma. Siccome sono abbastanza impedito e, tra l’altro, non so nemmeno se si possa linkare quei tre minuti di programma, trascrivo tutto condividendo il video che ha fatto da conclusione a quella lettura. Non so perché abbia(-no) scelto quella canzone, ma è andata così. Leggere e ascoltare.

Che vita!


«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro,
oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro.
Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita,
di quello che mangerete o berrete,
né per il vostro corpo, di quello che indosserete;
la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono,
né raccolgono nei granai;eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non valete forse più di loro?
E chi di voi, per quanto si preoccupi,
può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate?
Osservate come crescono i gigli del campo:
non faticano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone,
con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Ora, se Dio veste così l’erba del campo,
che oggi c’è e domani si getta nel forno,
non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo:
“Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”.
Non preoccupatevi dunque del domani,
perché il domani si preoccuperà di se stesso.
A ciascun giorno basta la sua pena».





p.s. il titolo non c’entra nulla, ovviamente. È che oggi la mia nonna mi ha chiesto come si applicassero quelle “decalcomanie”, comprate da lei a metà degli anni Settanta, in non so quale negozio di casalinghi.
Anzi, a pensarci meglio, so bene in quale negozio di casalinghi le ha comprate...


venerdì 8 aprile 2011

È PIÙ FACILE AL BAR

Non è una cronaca. Non è nemmeno un commento. O un articolo di giornale.
Sono più che altro pensieri sparsi che ho da alcuni giorni sulla vicenda e che vorrei fissare.
Questa, la vicenda, oramai la conoscono quasi tutti, perché è stata parecchio pubblicizzata, con tanta enfasi e, forse, con un tono leggermente inconsapevole.
Per farla breve: un numero imprecisato di ragazzi (il minimalista dice “dieci”, il massimalista dice “più di quaranta”, il sobrio dice “trentotto”) un po’ (troppo) vivaci, che “conquistano” un postic-ino tutto per loro, un oratorio, con i loro modi, con i loro tempi, per i loro comod-ini. Nulla di grave. Qualcuno direbbe “una ragazzata”. La ragazzata, però, è andata avanti un po’ troppo e si sa, a furia di tirar la corda, dopo un po’ si spezza. E si è spezzata, per fortuna.
Dico per fortuna con il celeberrimo senno di poi. Dico per fortuna perché “grazie” a loro un po’ di grandi si sono seduti (chi su una sedia, chi per terra, chi su un calorifero spento…) e si sono ascoltati.
Si sono ascoltati!
Non hanno acceso la tv, non si sono connessi ad Internet. Si sono infilati tutti in una sala nontantograndesenzariacondizionata e si sono parlati. Qualcuno era sull’arrabbiatello andante. Qualcuno era deluso. Molti erano curiosi, ma di una curiosità sana, quella che fa crescere pure i bamb-ini. Ora che ci penso più che curiosità, ieri sera, negli occhi e nell’attenzione, si vedeva meraviglia; e se la meraviglia, come dice il buon vecchio Aristotele, è la premessa alla conoscenza, allora posso ben dire che i grandi di ieri sera sono tornati a casa ben più istruiti di quando sono arrivati all’auditorium, più cresciuti, più “grandi”.
Due preti, due preti-preti, hanno parlato della loro vita. Uno da Scampia, l’altro dal Beccaria. Non hanno dato risposte o proposto soluzioni. Hanno solo parlato di vita. Anzi: hanno parlato della vita dei loro ragazzi. E questo ha colpito e messo d’accordo tutti, chiudicancellisti e apricancellisti, perché il problema non sta in quel benedetto cancello, che nella mente e nel cuore di tutti (anche di chi ha deciso, soffrendo, di chiuderlo) è sempre rimasto aperto.
Il cancello più difficile da aprire rimane sempre quello del cuore. Non è una tipica frase da cioccolat-ino umbro, ma una verità. Un cuore con il cancello chiuso non si accorge di niente. Non si accorge dei segreti, non si accorge degli imbrogli, non si accorge delle furbate. Non si accorge dei bisogni non detti e delle ferite nascoste. Non si accorge del bene e nemmeno del male, se non quando questo male fa rumore, al tg o sul corsera. Abituati come siamo a dar ragione solo al fracasso, ciò che abita il silenzio è per noi inesistente. E così non importa se tra i “piccoli” e i “grandi” cala il silenzio, se i “piccoli” non sono più capaci di raccontare qualcosa di sé ai loro “grandi”, se la comunicazione è sbrigativamente ridotta al “Ciao. Tutto bene. Ciao”. Non possiamo più accontentarci di queste semplificazioni. Occorre avere un coraggio nuovo: il coraggio di dire “no, così non va”. Ma occorre farlo seriamente.
Il no più grande è da dire ai “grandi” che non vogliono far crescere questi ragazzi. Il no più grande va detto a chi li vuole riempire di cose, di marche, di parolacce (perché le parolacce i piccoli le imparano dai grandi!), di illusioni che fanno aver paura dei grandi sogni, di corpi usati per far denaro, di successo troppo facile e senza fatica, di noia verso le cose belle, buone e vere. Il no più grande va detto a certa televisione. Il no più grande va detto ai troppi pessimisti-politicamente-corretti che pensano ai sognatori come a dei poveretti.
I poveretti son loro. Ma anche a questi dobbiamo voler bene.

È vero: forse “non riusciamo ad educare tutti”.
Ma sicuramente, con qualche dritta, tutti li possiamo amare.



QUOTATION: "Nel massacro odierno di identità aiuto i ragazzi ad essere se stessi", Alessandro, insegnante (vero).