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sabato 10 agosto 2013

MOVE YOUR BODY

Sempre più conferme: per cambiare qualcosa nella vita bisogna muoversi. 
Sono abbastanza insopportabili le derive fataliste-deterministe ("io sono così, non cambio").
O meglio sono abbastanza ridicole. 
Il mondo chiede rivoluzione, ma la prima cosa da fare è darci una svegliata di carattere, di stile, di educazione, di semplicità. La deriva può essere sempre vicina, ma la soluzione non è impossibile. Anzi! 
In un giorno di COMPLETA vacanza (=cioè assenza totale di cose da fare e/o pensare) anche un brano musicale elettronico può incominciare a smuovere qualcosa. 
Almeno il corpo. 
Abbozzo di truzzissimo movimento discotecaro. 
Che robacce. 


MYB: move your body! 






la foto: penne alla norcina. è roba che tiene in vita per una settimana. 
Altroché!


martedì 3 maggio 2011

PRIMI PASSI


Lanciare qualche nota in aria, sfruttando quelle diavolerie che la tecnologia di giorno in giorno inventa, permette di raccogliere consensi. Oh… non sia mai che i consensi ricadano su di me o sulle scelte soggettive ed opinabili dei miei gusti musicali, ultimamente stagionali ed emozionali!
Il consenso va a Lei, alla Musica, l’arte che tutti i cuori sa unire perché capace di far vibrare le corde di ogni cuore umano. Ogni cuore. Anche quel cuore che per l’imprevedibilità della vita, subisce la morte di alcune sue cellule. Cellule morte. Cuore affaticato da un affanno umano, troppo umano, che si dimentica di cercare le rondini in cielo. Che si dimentica di fare i conti con il Cielo. Un cuore, che solo quelle note (insieme con la vera amicizia, che “è una musica che fa sorridere la vita”), legate tra loro da una nonsoquale alchimia, riescono a far riposare.
La lezione era chiara: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso”.

E allora da te, Musa di tutti gli uomini, mi faccio consigliare…




giovedì 28 aprile 2011

DECALCOMANIE DECORATIVE



Roba da non crederci. Appunto.

Ogni tanto si va a Roma. Per me andare a Roma vuol dire, tra le tante cose, respirare a pieni polmoni e con gli occhi aperti. Non so il perché. Ma da quando capisco di essere al mondo, ogni volta che tocco il sacrosuolo dell’Urbe, mi pare di essere in un luogo che mi appartiene, una sorta di seconda (o terza) casa. La stessa sensazione l’ho provata durate i due viaggi a Gerusalemme.
Gerusalemme e Roma. Città eterne. Città sante.
Ogni tanto si va a Roma, dicevo, e la compagnia cambia ogni volta.
Ogni tanto qualcuno accompagna me.
Ogni tanto io accompagno qualcuno.
Quest’ultima volta i compagni di viaggio erano gli abitanti della periferia della terra di mezzo umana, cioè i pre-adolescenti. Qualcuno li chiama P.A..
Sigle strane, usate forse per superare l’imbarazzo di un troppo stretto “bamb-ini” o di un troppo diminutivo “ragazz-ini”. Chiamarli “ragazzi” è colloquiale, ma pare il vestito più adatto a loro, che in verità si sentono tremendamente spinti verso l’età adulta (forse molto di più di certi adolescenti patentati), ma ancora, più o meno palesemente, bisognosi di una tata o di un tato che li aiuti a trovare nella borsa da viaggio le loro mutande, diligentemente piegate e riposte dalle loro mamm-ine.
Di questi piccoli cuccioli d’uomo colpiscono tante cose: i vestiti, la pettinatura, il modo di camminare, di parlare, di urlare!, di mangiare, di sentirti ma non sempre di ascoltarti, di seguirti per strada se sai entrare in sintonia con loro e con i loro interessi. Di ascoltare musica!
La musica che ascoltano questi ragazzi è forse la cosa che mi ha lasciato più stupito di questi tre giorni romani. Ci aspettavamo (perché non ero il solo a pensarlo) che le loro preferenze cadessero su tutte le variazioni cromatiche del fibroso rapfuturisco, del rimoso hiphop statunitense, della dance più inflazionata del momento. Tutta roba bella ritmosa e… e forse basta.
E invece… ? E invece no.
Il loro gusto cade sulla profondità, sulla comprensione del testo. Per questo la predilezione statistica per i testi italiani (English teachers sveglia!!!), per i cantautori di anni passati, per la poesia musicale, per le rime non messe lì a caso per riempire la durata di qualche battuta, ma perché sanno dire, come nulla riesce, ciò che si prova. Per questo la loro passione per la musica, per imparare a suonare uno strumento, che permette a chi ci prova e riesce di fissare nella realtà la musica che vede con gli occhi e che si sente addosso (concetto indescrivibile a parole per i non musicisti!).
Come non accorgersi di questo loro interesse e non tenerne conto, in futuro, per comunicare con loro, per farli appassionare alle Cose che loro stessi ricercano in quelle note così “vecchie”, ma sempre capaci di parlare, per farli innamorare della Vita?

Volevo citare, come conclusione del post, una cosa che ho sentito in radio Domenica sera, prima di partire per Roma. Siccome sono abbastanza impedito e, tra l’altro, non so nemmeno se si possa linkare quei tre minuti di programma, trascrivo tutto condividendo il video che ha fatto da conclusione a quella lettura. Non so perché abbia(-no) scelto quella canzone, ma è andata così. Leggere e ascoltare.

Che vita!


«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro,
oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro.
Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita,
di quello che mangerete o berrete,
né per il vostro corpo, di quello che indosserete;
la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono,
né raccolgono nei granai;eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non valete forse più di loro?
E chi di voi, per quanto si preoccupi,
può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate?
Osservate come crescono i gigli del campo:
non faticano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone,
con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Ora, se Dio veste così l’erba del campo,
che oggi c’è e domani si getta nel forno,
non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo:
“Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”.
Non preoccupatevi dunque del domani,
perché il domani si preoccuperà di se stesso.
A ciascun giorno basta la sua pena».





p.s. il titolo non c’entra nulla, ovviamente. È che oggi la mia nonna mi ha chiesto come si applicassero quelle “decalcomanie”, comprate da lei a metà degli anni Settanta, in non so quale negozio di casalinghi.
Anzi, a pensarci meglio, so bene in quale negozio di casalinghi le ha comprate...


domenica 6 febbraio 2011

RAP FUTURISTICO




Il titolo mi pare obbligato. Un atto di carità, l’altra sera, mi ha inculcato in ogni singola cellula del mio corpo quella “canzone”. Non esce più. Nemmeno se mi sforzo. E lo sforzo è condiviso da tante persone. Perché quando quella canzone ti entra nelle orecchie, come un invisibile serpente, si aggroviglia attorno al tuo cervello, nella scatola cranica, affonda le sue spire giù fin nella gola, per fartela canticchiare in ogni angolo del mondo e per poi morderti allo stomaco. E poi dallo stomaco può prendere due direzioni. In entrambi i casi l’istinto non gli vorrebbe far fare una bella fine. Tant’è: anche nel caso in cui si riesce ad espellerla - la canzone - perché ad alcuni fa vomitare, ad altri fa qualcos’altro, non ce ne si può liberare tanto facilmente. Il serpente, infatti fa presto le uova e ogni cm della nostra esistenza è condannata a ridicoli contorcimenti corporei e a qualche rima, che senza dubbio “è meglio di prima” [ecco, gli effetti ancora presenti in me!], ma che globalmente non hanno alcun senso sensato.
Poche le cure. Forse un esorcismo. O forse qualche ricordo.
Sì: la scrittura di qualche ricordo di questi giorni dovrebbe pacificarmi un po’ le orecchie.

Allora parto da ieri pomeriggio. Un pomeriggio direi alquanto buio. Totalmente buio. O no? Immagino, scrivendo, di trovarmi di fronte le facce di chi era con me sabato pomeriggio. Se fossimo ancora là, non riuscireste neppure a leggere queste parole. Potremmo soltanto…dialogare. Entrando in questo mondo tuttobuio, mi è venuto in mente che, se diapason può voler dire “attraverso tutte le note”, dialogo potrebbe voler dire anche “attraverso le parole, attraverso i discorsi, attraverso i suoni, attraverso il senso, attraverso il mondo”, a seconda del significato si voglia dare alla parola logos (e ogni buon grecista sa quanti significati può assumere quella parola!). Al buio il mondo è davvero un’altra cosa. Scontato, banale direte voi. No, non lo è per niente. Se per un’ora e un quarto si può “giocare” a vivere in un mondo tutto buio, immagino come deve essere la vita di chi non vede realmente nessun colore, nessuna luce.
Lo immagino in questa settimana in cui tutto sembrava parlare dell’importanza della luce. La festa della presentazione, la candelora, l’ultimo post tutto sulla luce e su chi ne ha paura. Sabato pomeriggio mi sono fatto guidare da una persona che sa vedere la luce anche dove la luce manca. La sa vedere nei suoni, la sa vedere nei profumi, la sa vedere nel tono della voce delle persone che incontra, sapendone indicare anche l’altezza. La sa vedere anche nel nome proprio di una persona. Direi che la mia guida, cieca, mi ha insegnato che la luce la si può trovare nel mondo così come è creato. Nella vita, in quanto tale. Ogni giorno.
Uscendo da quel percorso, Ari ci consigliava di tenere un po’ socchiusi gli occhi perché forse la luce avrebbe potuto darci fastidio. Avremmo potuto soffrire un po’ di fotofobia, di paura della luce.
Tornando a casa, spalancando gli occhi, ringraziavo il cielo per il dono dei miei occhi. Occhi aperti per catturare ogni immagine, ogni suono, ogni volto, sapendo che nulla mi è dato per merito mio. Grazie Ari.

Oggi, invece, la situazione era totalmente ribaltata: dal nero al bianco. Bianco come il latte? No! Bianco come la neve di una gita spassosissima con centonovanta personc-ine, che hanno voluto semplicemente stare insieme. Un paio di spaventi belli grossi, un elicottero tutto giallo che rapiva uno dei bimbi a noi affidati, un cagnolone color miele.
E poi una bimba che voleva vedere il colore della mia macchina. Io, come tutti gli altri, sono venuto in pullman, ma la convinzione di un bambino è davvero qualcosa di irresistibilmente indistruttibile.
Ho girato quasi un’ora per tutti i parcheggi della zona, tirato da lei, che ad ognuna delle millemilioni di macchine parcheggiate mi chiedeva:
“È questa la tua? Di che colore è? Possiamo provarla?”
“No, non è questa la mia e non possiamo provarla?”
“Perché?”
“Perché non è nostra”
“Perché?”
“…”
“Perché?”
“Rap futuristico: A, B”
“… perché?”
“Già, bella domanda!”


QUOTATION: "Le mie rime la gente le mima, dopo tutto sono meglio di prima.." F.Fibra, Tranne te.
(mi chiedo come fossero le rime..prima)


sabato 15 gennaio 2011

venerdì 7 gennaio 2011

UN MONDO DI GENTE!

C’è chi ha sempre voglia di ballare
e chi ha bisogno di danzare.
Un mondo di gente!


sabato 27 novembre 2010

PIANO PIANO

La musica è una cosa bella.
Questo è un giudizio. Questo – almeno per me – è un dato di fatto. Non solo un’opinione, ma anche una certezza. Non avrei speso, né lo farei tutt’ora, tanto tempo per ascoltarla, per capirla, per conoscerla.
Per suonarla.
La musica è sempre musica. Un conto è suonarla (e poterlo fare bene). Un conto è ascoltarla.
Tutti ascoltano musica, musiche. Tutti ascoltano suoni, rumori, anche melodie, armonizzazioni, polifonie (cioè più suoni messi insieme).
Molti suonano musica. Da parecchio il “mestiere” del musicista non è più soltanto un lavoro per pochi stipendiati. Tanti sanno produrre suoni con uno strumento: una chitarra, un flauto dolce, un’armonica a bocca, un pianoforte..
C’è un po’ un bisogno nel farlo. C’è soddisfazione nel farlo: suonare, oggi, dice qualcosa della persona che suona. Il produrre suoni, il “crearli”, comunica necessariamente qualche caratteristica del produttore di quei suoni, del “creatore” di quelle note.
Anche l’artista più stravagante ha una bellezza da comunicare in quelle note che escono dalle sue mani. Anche suonando poche note, anche suonando cose semplici, che a un orecchio aristocratico possono risultare banali.
Anche se sono poco allenate, anche se non possiedono una robusta tecnica, le mani dei musicisti sono luoghi di interessante rivelazione. Del Bello, quindi, anche un po’ di Dio!

E con questo penso di aver apprezzato adeguatamente (almeno per oggi) quell’arte che tanto fa star bene grandi persone.



QUOTATION: “Se fosse venuto Dio e mi avesse chiesto se volevo essere quel gabbiano, avrei risposto di sì” da Io e te, Niccolò Ammaniti

venerdì 12 novembre 2010

FA#, mi, DO#..

“Tu che sei nei miei giorni
Certezza, Emozione.
Nell'incanto di tutti i silenzi
che gridano Vita
sei il Canto che libera Gioia,
sei il Rifugio, la Passione.

Con Speranza e Devozione
io Ti vado a celebrare
come un prete sull'altare
io Ti voglio celebrare
come un prete sull'altare
questa notte ancora..
”

freely from Mentre dormi, Max Gazzè