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lunedì 13 agosto 2012

SICILIA: "UNA DONNA VESTITA ALLA ROVESCIA"


Mesi fa decisi che era arrivato il momento di visitare la Sicilia. Una terra lontana, un'isola lontana, della quale tanti parlavano, ma che rimaneva per me sempre come qualcosa di misterioso, qualcosa di in-credibile. Come non fosse neppure Italia. Ho avuto la possibilità -e l'ho colta al volo- di organizzare un viaggio in quella lontana isola, così particolare, così diversa, e l'ho organizzato, così come volevo io. Ingredienti del viaggio: la semplicità, il desiderio di incontrare testimoni, il desiderio di incontrare qualcuno che ci parlasse di come si vive laggiù. Volevo portare alcuni di quei ragazzi che il Cielo mi ha affidato e ce l'ho fatta. Siamo partiti, per dieci giorni. Non saprei come definire quei dieci giorni da poco conclusi. La parola vacanza non mi piace molto, sa di vuoto. E' appunto una "vacanza", qualcosa da riempire con qualcos'altro. Invece questi dieci giorni siciliani sono stati tutto fuorché vuoti. Sono stati giorni in cui la gente che abbiamo incontrato, i luoghi che abbiamo visitato, le storie che abbiamo ascoltato, ci hanno fatto cambiare idea su tutto e ci hanno fatto innamorare di lei, di questa terra in cui tutto è illuminato dalla luce del sole (o almeno così, il cuore puro dei suoi abitanti, vorrebbe che fosse).

A Palermo gli autobus passano ad orari sregolati, dall'ora in cui l'autista decide di partire. Ma se hai bisogno, quello stesso autista è disposto a fermare il suo veicolo in mezzo a un viale, pur di aiutarti. La gente per strada se ti vede in difficoltà o accaldato ti apre le porte di casa, ti fa accomodare, offrendoti acqua fresca e il refrigerio garantito da un semplice ventilatore. Se hai bisogno di spostarti da qualche parte (senza usare i mezzi pubblici) si fanno in quattro per aiutarti e magari ti offrono anche qualcosa di veramente buono da mangiare. Se tra di loro ci sono alcuni giovani che non hanno voglia di andare a scuola è vero anche che molti son disposti a studiare tutta estate, frequentando corsi privati che preparano liceali appena maturati alle terribili (quanto ridicole) prove di ammissione delle facoltà universitarie di tutta Italia: ragazzi che in pieno agosto vanno a scuola, quando fuori ci sono 44°C e la maggior parte delle persone stanno "a mmare" (con due m). E' vero, per strada c'è tanta, tanta spazzatura, ammucchiata dentro-sopra-sotto i cassonetti. Ma se è riversata in strada è perché qualche furbotto ha deciso di incendiare le discariche palermitane, oltre a centinaia di ettari sulle montagne e nei campi attorno alla città. Forse qualcuno preferisce vivere nell'immondizia e distruggere tutta la bellezza che questa terra conserva nella sua naturale interiorità con fiamme e incendi. La sciocca e miope parte dell'umanità.

Di questa terra mi son portato a casa le storie e gli incontri con le persone. 
Le storie. Son quasi tutte storie di eroi. Eroi famosi e meno conosciuti. Gente che ama o ha amato la Sicilia e che si è resa conto che l'atroce piaga della mafia, come un virus, ha certamente la capacità di infettare e far soffrire tutto il corpo, tutta l'Italia. E quindi anche noi. 
Delle persone incontrate potrei solo fare un elenco: Nino l'autista, che ci ha salvato la vita almeno una volta al giorno; Gaetano il ricercatore, incontrato per caso al tavolo di una gelateria, ci ha narrato in rima storie senza luoghi e senza tempo; don Nicola, un prete come tanti, che ci ha aperto gli occhi alla bellezza di Monreale; la dott.sa Torregrossa, di professione scrittrice, che ha voluto regalarci un pomeriggio a casa sua e (ne sono certo) la sua cara amicizia per il futuro; i salesiani di "Gesù Adolescente": don Raimondo, don Luigi, don Francesco, preti-animatori-insegnanti-amici; i ragazzi della Gioventù Salesiana e dell'Oratorio salesiano: ci hanno accolto come gente di casa, insegnandoci che, alle cose pratiche di cui abbiamo bisogno, forse è sempre meglio preferire le persone che incontriamo e con le quali è sempre bello "ggiocare" (anche per questa doppia iniziale!).
E tanti tanti tanti altri.





Pubblico alcune foto. Rappresentano le persone che abbiamo incontrato, 
in un modo o nell'altro, in questa bella terra chiamata Sicilia, 
che a quanto pare, sembra essere veramente 
"una donna vestita alla rovescia"!


mercoledì 8 agosto 2012

SOGNI IN CORRIERA



Quando un autobus arriva molto in ritardo si può perdere facilmente la pazienza. Per tornare a casa con i mezzi pubblici, in una città medio grande come Palermo, dal centro a poco più fuori, ci si può impiegare anche due ore e mezzo. Il tempo necessario a un aereo per la tratta Milano-Palermo andata e ritorno.  

Quando arriva in ritardo un sogno, il sogno di un giusto, di uomo libero, di un eroe, allora non solo ci si può arrabbiare, ma l'indignazione mista a quel sentimento che sa di "non capisco come sia possibile" prende tutti i pensieri e suggerisce -forse- troppo facili soluzioni, soprattutto a chi, come me, viene da molto, forse troppo, lontano. 

Ma un sogno è un sogno. E quando un sogno non si realizza si è sempre un po' tristi.


"Forse la vittoria arriverà prima del duemila"
Era il suo sogno.

Coraggio, Sicilia! 
Coraggio, Italia! 

venerdì 4 maggio 2012

DOVE DUE AMICI SI ABBRACCIANO SBOCCIANO LE MARGHERITE



Fino a che uno non si compromette,
c'è esitazione, possibilità di tornare indietro,
e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa e creazione, 
c'è solo una verità elementare,
l'ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. 
Nel momento in cui uno si compromette definitivamente
anche la provvidenza si muove. 
Ogni sorta di cose accade per aiutare, 
cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. 
Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, 
facendo sorgere a nostro favore 
ogni tipo di incidenti imprevedibili, 
incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato
potessero venire in questo modo. 
Tutto quello che puoi fare,
o sognare di poter fare
incomincialo. 
Il coraggio ha in sé il genio, potere e magia. 
Incomincialo adesso... 
 Johann Wolfgang von Goethe, Faust 

Partendo da questo testo, trovato come citazione in un libro che sto leggendo, penso ad alcuni fatti che mi sono capitati ultimamente in giro per il mondo, tra le mie tante "case", per capirne il loro perché. Incomincio a riflettere e a pensare, sostenuto da una convinzione che mi porto dietro da un po' di tempo: in questo tempo di crisi, in questa notte tenebrosa dentro e fuori dell'uomo, una delle responsabilità più grandi che abbiamo è quella degli abbracci. Impotenti davanti alle mastodontiche problematiche sociali, delusi o disillusi da alcune (troppe) relazioni superficiali, schiacciati dal peso di fatiche interiori, possiamo  considerare l'abbraccio come il gesto per donare e ricevere ciò di cui abbiamo veramente bisogno: la presenza di qualcuno, al nostro fianco, con il quale condividere la fatica della vita. Perché i nostri problemi non li risolve nessuno, se non noi stessi, ma l'avere qualcuno che semplicemente ci ricorda che vale la pena lottare, fa apparire la realtà illuminata da una luce nuova. 
L'abbraccio compromette con l'altro; dona vita a braccia aperte e l'accoglie nel grembo di chi la dona. Non sempre dice un bisogno reale, vero, di vita. Spesso è abitudine, altre volte è moda. Ma quando è sincero, un abbraccio è capace di ricaricare di ogni energia esaurita, è capace di dissipare tutte le nebbie della tristezza e del cinismo. Allontana la paura di vivere, il timore di aprire le pesanti ali dell'esistenza. Fa passare ogni mostro che tenta di divorare la parte più bella del nostro cuore. 
Un abbraccio perdona. Un abbraccio ama. Un abbraccio dona vita.



E là dove due amici si abbracciano
sbocciano le margherite. 







mercoledì 2 novembre 2011

GOOD ALONE, AMAZING TOGETHER!

Quando passa l’estate e le vacanze lasciano il posto ad un nuovo anno lavorativo, ci prende spesso un sentimento, che sa un poco di tristezza e un poco di nostalgia. Quando passa l’estate e il caldo di quei giorni, si riaprono le ante degli armadi, per recuperare qualche maglione, qualche felpa, una giacca un po’ pesante. E tutti i giorni sembrano un po’ più pesanti. Si dice che la vita riprende il solito “tran-tran”, che tutto torna come prima, che anche la natura si intristisce e pare morire. Le piante perdono le foglie, il cielo diventa grigio, le giornate si accorciano...
I colori sembrano venire meno. 
Ok. Fin qui la parte melanconico-romantica del racconto. Ma la realtà è ben diversa. Almeno per quanto abbiamo potuto vedere, incontrare e vivere. I colori. I colori sono stati i protagonisti di un viaggio durato tre giorni. Destinazione: Firenze. Mete aggiuntive: Barbiana e Loppiano. Un giro toscano per una novantina di ragazzi e ragazze adolescenti, dei primi tre anni di scuola superiore, e per i loro educatori. Un’uscita, un viaggio, un pellegrinaggio. Forse qualcosa in più. Classico, ma non troppo. Una visita caratterizzata dai colori. Li abbiamo notati appena giunti presso Barbiana, mentre salivamo la strada in collina, che porta alla chiesetta di S.Andrea, alla casa-scuola di don Lorenzo Milani e al piccolo cimitero in cui il corpo di questo prete geniale riposa. Colori vivi, colori accesi, di piante, di cielo, di natura. Son colori visibili ad occhio nudo, ma non solo. Oltre all’apparenza delle foglie, abbiamo scorto le sfumature dei racconti di Michele, ex alunno della scuola di Barbiana. Sfumature che sanno di passione, di una vita spesa ad insegnare e ad imparare l’arte del vivere, la bellezza delle parole e la capacità di stare al mondo vivendo appieno la propria libertà. Michele non ha citato direttamente una delle frasi più famose di don Milani (quella di un calcio nel sedere domani per ogni parola sconosciuta oggi), ma durante il racconto della storia di Lucianino, allievo proveniente da una cascina a un’ora e mezza di strada dalla scuola, ci siamo tutti stupiti al sentire quanta fatica un tempo si faceva per non perdere neppure un giorno di scuola, quanta importanza le veniva data dagli alunni (o, come si dice a Barbiana, “creature”), dai genitori e dall’unico insegnante, che era don Lorenzo stesso. “Signor Priore, noi non siamo del suo popolo, noi stiamo dall’altra parte del monte, ma vorrei chiederLe di poter mandare nostro figlio alla sua scuola, perché non voglio che Lucianino rimanga tra noi meschini, capaci soltanto di fare l’”o” col fondo dei bicchieri”. Queste le parole di una madre, della madre di Lucianino, che chiedono a don Milani di prendere nella sua piccola scuola anche suo figlio, perché non rimanesse nell’ignoranza meschina e buia, perché crescesse imparando la bellezza dei colori della vita.
A protezione di quella scuola, come patrono di ogni studente, un santo monachello (Santo Scolaro) col libro di fronte al volto per far si che ogni studente possa immedesimarsi in lui, rappresentato in un mosaico di vetro. Bello, simpatico, colorato! Ci ha accolti poi una città fiorita: Firenze, immersa ancora in un clima tardo estivo, illuminata da un caldo sole che ci ha mostrato le bellezze di questa opera d’arte di città. L’abbiamo attraversata e visitata, a piccoli gruppi, con il sorriso sulle labbra, con la semplicità di un grande gruppo di amici. Qualcuno, incontrandoci, ci ha fatto i complimenti: perché eravamo in tanti (ma questo ha la sua relativa importanza), perché siamo stati educati, ma soprattutto perché siamo apparsi come “persone belle!”. Non so da cosa sia dipeso. Qualcosa, forse, la si è capita durante l’ultima giornata di viaggio, passata a Loppiano. In questa città abbiamo assistito alle testimonianze di numerosi giovani e famiglie appartenenti al movimento dei Focolarini, che hanno scelto di vivere la loro vocazione di cristiani nella forma di una comunione di vita, puntando tutto sull’ideale evangelico dell’essere una cosa sola. La caratteristica di Loppiano è l’internazionalità: fondata una cinquantina di anni fa, è nata dal grande sogno di Chiara Lubich: far nascere un luogo dove persone diverse potessero vivere insieme da fratelli, per mostrare che un mondo diverso può esistere. Ed esiste davvero! La messa di Tutti i Santi, celebrata insieme alla comunità locale, è stato un momento di intensa preghiera: animata dai giovani “Gen”, concelebrata con alcuni sacerdoti del posto, tutti noi ci siamo accorti della grande partecipazione a quel momento, forse anche aiutata dalla bellezza della chiesa in cui abbiamo celebrato l’Eucaristia. Le vetrate colorate, rappresentanti i misteri principali della nostra fede, illuminate dal sole di mezzogiorno, proiettavano su tutti noi i colori più belli. Vere anche per noi, allora, le parole della Lubich, che per spiegare l’esperienza dei Focolari diceva: “Il segreto è quello di aver rischiato la vita per il più grande ideale: Dio!”. Forse questi nostri giorni sono stati un po’ così: “rischiati”. “Rischiati” perché eravamo davvero tanti e quando si è in tanti a volte qualcosa di importante può sfuggire; “rischiati” perché non tutti ci si conosceva e il non conoscersi è spesso il motivo che frena dal vivere nuove esperienze; “rischiati” perché... abbiamo vissuto delle divertenti esperienze di incontri “notturni”. Ma questi, se permettete, rimarranno nostri ricordi. A tutti noi rimangono questi e tanti altri ricordi: i sorrisi, i canti, la semplicità e la simpatia di ragazzi adolescenti, che contrariamente a quanto si dice, hanno voglia di vivere una vita vera e piena; l’impegno dei giovani che regalano la loro vita come educatori; il desiderio di camminare ancora insieme, “rischiando la vita per l’ideale più grande: Dio!”.
E se anche tornando a casa abbiamo trovato la nebbia, il freddo, qualche foglia in meno sugli alberi, non fa nulla: i colori della vita e della fede vissute insieme ci hanno caricati, come in un sogno, fino alla prossima bella stagione.



Bella vita la nostra?
Sì!

lunedì 1 agosto 2011

IL SOLE DENTRO, ovvero IL PIÙ GRANDE SPETTACOLO DOPO IL BIG BANG

Oggi analisi del testo. Alla mia maniera.
Titolo:

"Il più grande spettacolo dopo il big bang”




Il bello degli esseri umani è la loro capacità di amare e di lasciarsi amare.
Il brutto degli esseri umani è quando non fanno l’uno e non permettono l’altro.
La fortuna degli esseri umani è quella di poter “fare”, nel senso di vivere, sperimentare, donare, far sentire amore a bassissimo costo. Praticamente gratis!
Per amare, ce lo insegna il buon Dio, bisogna sempre essere in tre, perché i soggetti dell’amare

“siamo noi, io e te!”

Sì: noi, io e te. Io che scrivo e tu che leggi e noi insieme. Tu che leggi e la tua fidanzata e voi insieme. Tuo fratello e il suo migliore amico e loro insieme. Il migliore amico di tuo fratello e la sua mamma e loro due insieme. Et cetera, et cetera… e loro insieme.
La ricchezza dell’uomo è che può passare la sua vita ad amare.
La sua povertà è tutte le volte in cui si astiene dal farlo. Non serve essere pronti per amare, non bisogna studiarlo da qualche parte. Occorre solo cominciare. Un po’ come quando uno prende in mano

“la chitarra senza saper suonare”.

Il caro Lorenzo penso sia in grado di esprimere bene questo pensiero che mi porto dentro da molto tempo. La fortuna dell’uomo è che ha un solo cuore per amare. Penso sia uno dei pochi casi in cui una sola unità vuol dire ricchezza.
Per capirlo va provato. Per provarlo va vissuto. Per viverlo bisogna “starci dentro”, dalla testa ai piedi, inzuppati fradici. Anche le lacrime fanno bene, se occorrono. Voler bene fino alle lacrime. Piangere perché si è sentito il bene, il bello, il vero. Emozionarsi perché si è toccata la gioia. Proprio come a Natale, quando chi riesce ancora a sognare si emoziona davanti al bene che tenta di farsi strada in un mondo di buio e di maschere, che tenta di nascere in ogni vita, più o meno complicata, più o meno felice.
Chi non si lascia toccare dalla gioia, a Natale come in estate, non riesce a toccarla.
E allora da qui nasce l’invidia, la nostalgia, l’incredulità, lo scoraggiamento, la lamentela, la rabbia, l’irragionevolezza di pensieri, parole e azioni, che non fanno il bene di nessuno. Da qui nascono anche i vizi, quelli che si istituiscono al rispondere sempre “sì” al capriccio di un bambino, l’inizio della sua rovina. Chi non tocca la gioia non vuole che altri stiano nella gioia. E che fanno? Mormorano. Ma chi riesce a toccarla non si ferma davanti a niente.
Altro che..

“..musica, altro che il Colosseo,
altro che America, altro che l'exstasi,
altro che nevica, altro che Rolling Stones,
altro che football...
altro che Lady Gaga, altro che oceani,
altro che argento e oro, altro che il sabato,
altro che le astronavi, altro che la tv,
altro che chiacchiere..”.

Si, chiacchiere. Solo chiacchiere. Il miracolo al quale abbiamo assistito è stato piccolo, perché i miracoli veri della vita di tutti son quelli senza visioni. Son quelli che ti permettono di dire: “il caso non esiste”, ma esiste una mano forte e buona che ti tiene in piedi, che ti rialza quando cadi; una mano un po’ ruvida dagli anni, che ti insegna, se non sei ancora capace, ad allacciarti le scarpe e a schioccare le dita. Il miracolo (senza esagerare) è quello di vedere ragazzi che pongono fine, ancor prima dei grandi, alla “guerra dei bottoni” così ancora diffusa in tutto il mondo, ad ogni latitudine.
Il più grande spettacolo dopo il big bang è vedere ragazzi, che molti giudicano superficiali, piangere dalla gioia. Nessuno parlava attorno al falò dell’altra sera. Eppure si era in centoquaranta. Ognuno teneva per mano almeno due persone. Così si era ancora una volta in tre. Numero perfetto, perché aperto all’altro. Aperto come un abbraccio, che non chiude per possedere, ma si apre per donare con gioia.
Cito I., educatrice ventenne:
"L'ultima sera chiedo a un ragazzo in lacrime ‘Perché piangi?’ ‘Sono triste perché il campeggio finisce!’ ‘Ma perché ti è piaciuto così tanto?’ ‘Per i volti nuovi, perché era UNITO’, ‘...ma anche se stai piangendo perché è finito, adesso sei più triste o felice?’, ‘FELICE!!!’"

Io e te...
che ci abbracciamo forte,
io e te, io e te...
che ci sbattiamo porte,
io e te, io e te...
che andiamo contro vento,
io e te, io e te...
che stiamo in movimento,
io e te, io e te...
che abbiamo fatto un sogno
che volavamo insieme,
che abbiamo fatto tutto
e tutto c'è da fare,
che siamo ancora in piedi
in mezzo a questa strada,
io e te, io e te, io e te!
[…]
che abbiamo fatto a pugni,
io e te, io e te...
fino a volersi bene,
io e te, io e te...
che andiamo alla deriva,
io e te, io e te...
nella corrente....io e te!
Che attraversiamo il fuoco
con un ghiacciolo in mano,
che siamo due puntini,
ma visti da lontano,
che ci aspettiamo il meglio
come ogni primavera,
io e te, io e te, io e te!

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi...io e te!


In questi giorni penso di aver capito un po’ di più da dove arriva la paura dell’altro, del diverso. Da dove proviene quella gelida diffidenza che fa sospettare di un altro uomo, che fa avere paura di uno che, a conti fatti, è come noi, io e te.
Il più grande spettacolo dopo il big bang è l’amore.

A chi c’era, a chi non c’era.
A tutti, ai piccoli e ai grandi GuerrieriDragone.
Grazie.





Ho preso la chitarra senza saper suonare,
è bello vivere anche se si sta male,
volevo dirtelo perché ce l'ho nel cuore,
son sicurissimo...amore!


Lorenzo Cherubini, Il più grande spettacolo dopo il big bang.



giovedì 28 aprile 2011

DECALCOMANIE DECORATIVE



Roba da non crederci. Appunto.

Ogni tanto si va a Roma. Per me andare a Roma vuol dire, tra le tante cose, respirare a pieni polmoni e con gli occhi aperti. Non so il perché. Ma da quando capisco di essere al mondo, ogni volta che tocco il sacrosuolo dell’Urbe, mi pare di essere in un luogo che mi appartiene, una sorta di seconda (o terza) casa. La stessa sensazione l’ho provata durate i due viaggi a Gerusalemme.
Gerusalemme e Roma. Città eterne. Città sante.
Ogni tanto si va a Roma, dicevo, e la compagnia cambia ogni volta.
Ogni tanto qualcuno accompagna me.
Ogni tanto io accompagno qualcuno.
Quest’ultima volta i compagni di viaggio erano gli abitanti della periferia della terra di mezzo umana, cioè i pre-adolescenti. Qualcuno li chiama P.A..
Sigle strane, usate forse per superare l’imbarazzo di un troppo stretto “bamb-ini” o di un troppo diminutivo “ragazz-ini”. Chiamarli “ragazzi” è colloquiale, ma pare il vestito più adatto a loro, che in verità si sentono tremendamente spinti verso l’età adulta (forse molto di più di certi adolescenti patentati), ma ancora, più o meno palesemente, bisognosi di una tata o di un tato che li aiuti a trovare nella borsa da viaggio le loro mutande, diligentemente piegate e riposte dalle loro mamm-ine.
Di questi piccoli cuccioli d’uomo colpiscono tante cose: i vestiti, la pettinatura, il modo di camminare, di parlare, di urlare!, di mangiare, di sentirti ma non sempre di ascoltarti, di seguirti per strada se sai entrare in sintonia con loro e con i loro interessi. Di ascoltare musica!
La musica che ascoltano questi ragazzi è forse la cosa che mi ha lasciato più stupito di questi tre giorni romani. Ci aspettavamo (perché non ero il solo a pensarlo) che le loro preferenze cadessero su tutte le variazioni cromatiche del fibroso rapfuturisco, del rimoso hiphop statunitense, della dance più inflazionata del momento. Tutta roba bella ritmosa e… e forse basta.
E invece… ? E invece no.
Il loro gusto cade sulla profondità, sulla comprensione del testo. Per questo la predilezione statistica per i testi italiani (English teachers sveglia!!!), per i cantautori di anni passati, per la poesia musicale, per le rime non messe lì a caso per riempire la durata di qualche battuta, ma perché sanno dire, come nulla riesce, ciò che si prova. Per questo la loro passione per la musica, per imparare a suonare uno strumento, che permette a chi ci prova e riesce di fissare nella realtà la musica che vede con gli occhi e che si sente addosso (concetto indescrivibile a parole per i non musicisti!).
Come non accorgersi di questo loro interesse e non tenerne conto, in futuro, per comunicare con loro, per farli appassionare alle Cose che loro stessi ricercano in quelle note così “vecchie”, ma sempre capaci di parlare, per farli innamorare della Vita?

Volevo citare, come conclusione del post, una cosa che ho sentito in radio Domenica sera, prima di partire per Roma. Siccome sono abbastanza impedito e, tra l’altro, non so nemmeno se si possa linkare quei tre minuti di programma, trascrivo tutto condividendo il video che ha fatto da conclusione a quella lettura. Non so perché abbia(-no) scelto quella canzone, ma è andata così. Leggere e ascoltare.

Che vita!


«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro,
oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro.
Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita,
di quello che mangerete o berrete,
né per il vostro corpo, di quello che indosserete;
la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono,
né raccolgono nei granai;eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non valete forse più di loro?
E chi di voi, per quanto si preoccupi,
può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate?
Osservate come crescono i gigli del campo:
non faticano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone,
con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Ora, se Dio veste così l’erba del campo,
che oggi c’è e domani si getta nel forno,
non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo:
“Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”.
Non preoccupatevi dunque del domani,
perché il domani si preoccuperà di se stesso.
A ciascun giorno basta la sua pena».





p.s. il titolo non c’entra nulla, ovviamente. È che oggi la mia nonna mi ha chiesto come si applicassero quelle “decalcomanie”, comprate da lei a metà degli anni Settanta, in non so quale negozio di casalinghi.
Anzi, a pensarci meglio, so bene in quale negozio di casalinghi le ha comprate...


mercoledì 9 febbraio 2011

AVANTI TUTTA!


“xk vuoi diventare prete?
dopo tutta questa strada!
non ti potrai sposare
Fidanzare
Figa fai il serio”

Un ragazzo di 15 anni, da poco conosciuto, mi ha scritto queste parole. Prima di pubblicarle gli ho chiesto il permesso. E lui me lo ha accordato.
Non in molti comprendono il passo che, da qui a qualche mese, dovrebbe arrivare a una scelta. A dire la verità pensavo che le incomprensioni da parte del mondo potessero essere maggiori. Parlavano di insulti sulla metro, di gente che si “toccava” in parti cosìdette “porta fortuna”, di bestemmie da parte di sconosciuti… . O sono sbadato io, oppure non ho mai incontrato nessuna di queste persone. Ho trovato invece molta curiosità. Sì, a volte qualcuno ti guarda con un po’ di insistenza. Forse non te lo aspetti tutti i giorni di trovare sulla carrozza del treno uno vestito da prete. Ma nessuno mi ha mai trattato male.
La domanda di quel ragazzo me la pongo tutti i giorni. Non c’è nulla di scontato o banale in quella domanda, perché la risposta è tutt’altro che banale e scontata. Occorre ripetersi ogni giorno quella domanda per provare ad avvicinarsi sempre di più a una risposta. È una domanda che assomiglia tanto a quel “ma chi te lo fa fare?” che tanti altri mi chiedono. In genere me lo chiedo anche io alla fine della sera. Come esame di coscienza uso un murales. Sì, sarò matto, me lo dicono in tanti (e quelli che non me lo dicono o non lo pensano o non mi “sorridono” più), ma quella scritta mi aiuta ogni sera a fare il punto della situazione.
“Alla fine della sera l’importante è avere amato...” mi chiede ogni volta di guardare ad ogni occasione persa per poterlo fare, mi chiede di capire se veramente so amare, se le decisioni, le parole, i gesti che compio sono quelli giusti. Se in quella giornata ho imparato veramente ad amare guardando all’Unico che può insegnarmi a farlo sul serio. Ogni giorno tante sorprese, ma forse è anche questo che rende bella la vita.
Oggi c’è anche un’altra cosa che rende bella la mia giornata.
Si chiama Benedetta.
Benvenuta!


venerdì 7 gennaio 2011

UN MONDO DI GENTE!

C’è chi ha sempre voglia di ballare
e chi ha bisogno di danzare.
Un mondo di gente!


domenica 7 novembre 2010

COCCINELLA




Ci sono alcune cose che in una bella giornata come questa (trascurando la pioggia) proprio non ci stanno.
Come strumenti un po’ scordati che nell’organico fanno stonare tutta l’orchestra.
Note stonate, appunto!
Diapason, tra sé, sente il dovere di ri-dare il La440.

1. Dall’autoradio della mia super micracar questa sera è spuntata una radio-pubblicità. Come sottofondo il pathos delle pubblicità progresso. Le parole di introduzione parlavano di bisogni reali, di problemi di paesi del Sud del mondo. Tutto un climax che muoveva a compassione l’ascoltatore e poi…
il messaggio pubblicitario di un’offerta per villaggi turistici!
2. Guido, guido, guido… sono sempre in macchina e davanti a me c’è una monovolume.
Le luci all’interno dell’abitacolo sono accese. I bambini (due, tre, quattro..) sono in piedi. Saltano, si tuffano. Addirittura uno si mette dritto nel bagagliaio e mi saluta…
Ho pregato il cielo perché chi guidava non si trovasse nel bisogno di frenare!
3. Sempre in auto, sempre l’autoradio mi dice i risultati della serie A.
Mi stupisco: quante nuove squadre dalla serie B sono passate in A! Però, povere, perdono quasi tutte..
..QUASI, appunto!!

Spengo l’autoradio.
Meglio il suono, umile e simpatico, del mio nipponico motore.

p.s.: cosa c’entra la coccinella?
“Ogni cosa è un colore”.
La coccinella, a parte rare e letargose eccezioni, è due-colori.
Due brutti colori.




QUOTATION:
DOMANDA “Come si chiamano i sette nani?”
RISPOSTA “Mignolo, ...”
Cristina, innocente e convinta.

martedì 2 novembre 2010

ON THE ROAD



C’era, un po’ di tempo fa, un articolo di giornale che parlava di una tragedia. Qualcuno aveva perso la vita durante un viaggio in montagna. Un viaggio estremo.
A lato di questo articolo un approfondimento: la riflessione di un alpinista, un uomo che ha fatto dell’estremo camminare in montagna uno degli oggetti di pensiero sulla vita.
Mauro Corona così scriveva:

“Il viaggio estremo è spesso una fuga da se stessi… Per provare paura, una necessità che nasce da una sofferenza… Il vero eroe è quello che trova il proprio luogo estremo dentro se stesso” .

Ho ripescato subito questo articolo dopo che l’altra sera, in radio, ho sentito parlare un giovane uomo intenzionato a partire per un viaggio in solitaria, senza comunicare la meta a nessuno, senza preoccuparsi di dove andare, con il solo biglietto di andata e di ritorno.
Il bisogno di partire per viaggiare, visitare, conoscere, incontrare, penso sia innato in ogni uomo. Basta un rumore o una dolce musica a ri-chiamare la curiosità e a far muovere. È un elemento che accomuna tutti. E il viaggiare è bello se fatto insieme.
Viaggiare da soli non è bello, non è comodo, non è funzionale.

Perché allora a volte nasce il bisogno di un viaggio estremo, che permette alla sola solitudine di essere la compagna di cammino?
Hanno la stessa meta i viaggi fatti per turismo, per istruzione, per lavoro, per fede… e quelli fatti con se stessi alla ricerca di non si sa che cosa?

Uomo: vagabondo, turista, pellegrino… e poi?


QUOTATION: “E ti vengo a cercare perché sto bene con te, perché ho bisogno della tua presenza.” Franco Battiato – E ti vengo a cercare