
Il titolo mi pare obbligato. Un atto di carità, l’altra sera, mi ha inculcato in ogni singola cellula del mio corpo quella “canzone”. Non esce più. Nemmeno se mi sforzo. E lo sforzo è condiviso da tante persone. Perché quando quella canzone ti entra nelle orecchie, come un invisibile serpente, si aggroviglia attorno al tuo cervello, nella scatola cranica, affonda le sue spire giù fin nella gola, per fartela canticchiare in ogni angolo del mondo e per poi morderti allo stomaco. E poi dallo stomaco può prendere due direzioni. In entrambi i casi l’istinto non gli vorrebbe far fare una bella fine. Tant’è: anche nel caso in cui si riesce ad espellerla - la canzone - perché ad alcuni fa vomitare, ad altri fa qualcos’altro, non ce ne si può liberare tanto facilmente. Il serpente, infatti fa presto le uova e ogni cm della nostra esistenza è condannata a ridicoli contorcimenti corporei e a qualche rima, che senza dubbio “è meglio di prima” [ecco, gli effetti ancora presenti in me!], ma che globalmente non hanno alcun senso sensato.
Poche le cure. Forse un esorcismo. O forse qualche ricordo.
Sì: la scrittura di qualche ricordo di questi giorni dovrebbe pacificarmi un po’ le orecchie.
Allora parto da ieri pomeriggio. Un pomeriggio direi alquanto buio. Totalmente buio. O no? Immagino, scrivendo, di trovarmi di fronte le facce di chi era con me sabato pomeriggio. Se fossimo ancora là, non riuscireste neppure a leggere queste parole. Potremmo soltanto…dialogare. Entrando in questo mondo tuttobuio, mi è venuto in mente che, se diapason può voler dire “attraverso tutte le note”, dialogo potrebbe voler dire anche “attraverso le parole, attraverso i discorsi, attraverso i suoni, attraverso il senso, attraverso il mondo”, a seconda del significato si voglia dare alla parola logos (e ogni buon grecista sa quanti significati può assumere quella parola!). Al buio il mondo è davvero un’altra cosa. Scontato, banale direte voi. No, non lo è per niente. Se per un’ora e un quarto si può “giocare” a vivere in un mondo tutto buio, immagino come deve essere la vita di chi non vede realmente nessun colore, nessuna luce.
Lo immagino in questa settimana in cui tutto sembrava parlare dell’importanza della luce. La festa della presentazione, la candelora, l’ultimo post tutto sulla luce e su chi ne ha paura. Sabato pomeriggio mi sono fatto guidare da una persona che sa vedere la luce anche dove la luce manca. La sa vedere nei suoni, la sa vedere nei profumi, la sa vedere nel tono della voce delle persone che incontra, sapendone indicare anche l’altezza. La sa vedere anche nel nome proprio di una persona. Direi che la mia guida, cieca, mi ha insegnato che la luce la si può trovare nel mondo così come è creato. Nella vita, in quanto tale. Ogni giorno.
Uscendo da quel percorso, Ari ci consigliava di tenere un po’ socchiusi gli occhi perché forse la luce avrebbe potuto darci fastidio. Avremmo potuto soffrire un po’ di fotofobia, di paura della luce.
Tornando a casa, spalancando gli occhi, ringraziavo il cielo per il dono dei miei occhi. Occhi aperti per catturare ogni immagine, ogni suono, ogni volto, sapendo che nulla mi è dato per merito mio. Grazie Ari.
Oggi, invece, la situazione era totalmente ribaltata: dal nero al bianco. Bianco come il latte? No! Bianco come la neve di una gita spassosissima con centonovanta personc-ine, che hanno voluto semplicemente stare insieme. Un paio di spaventi belli grossi, un elicottero tutto giallo che rapiva uno dei bimbi a noi affidati, un cagnolone color miele.
E poi una bimba che voleva vedere il colore della mia macchina. Io, come tutti gli altri, sono venuto in pullman, ma la convinzione di un bambino è davvero qualcosa di irresistibilmente indistruttibile.
Ho girato quasi un’ora per tutti i parcheggi della zona, tirato da lei, che ad ognuna delle millemilioni di macchine parcheggiate mi chiedeva:
“È questa la tua? Di che colore è? Possiamo provarla?”
“No, non è questa la mia e non possiamo provarla?”
“Perché?”
“Perché non è nostra”
“Perché?”
“…”
“Perché?”
“Rap futuristico: A, B”
“… perché?”
“Già, bella domanda!”
QUOTATION: "Le mie rime la gente le mima, dopo tutto sono meglio di prima.." F.Fibra, Tranne te.
(mi chiedo come fossero le rime..prima)