sabato 29 dicembre 2012

ERODE COLPISCE ANCORA


È natale, viene nel mondo il figlio di Dio. 
 Ma il mondo i suoi figli li preferisce morti. 
 Dov’è Dio? 
Su quelle ginocchia! 
Erode colpisce ancora…

venerdì 23 novembre 2012

LO SO CHE È PRESTO, MA...


- Quei due 
sono davvero matti... 
ma cosa stanno facendo? 
Chissà da dove arrivano vestiti così, 
stanchi, sporchi, a quest'ora della notte. 
Su quell'asino vecchio che tra tre passi schiatta. 
E poi lei, quella ragazza! 
Avrà si e no quindici anni ed è già incinta! 
Ma chi è quello sciagurato che la porta in giro conciata così. 
Sembra più grande di lei, di qualche anno. Non ha niente nella testa!
Un po' mi fanno pena... spero che non vengano a bussare qui da noi, 
perché non ho minimamente voglia di aprirgli. 
Farò finta di niente, come se non fossimo in casa. 
Ah, ecco, si sono fermati dalla mia vicina. 
Lei è sempre ospitale, ha sempre un sacco di gente in casa... 
"mi dispiace, qui siamo già in tanti, non abbiamo posto...".
No, non ci voleva! adesso tocca a noi... che faccio? gli apro o non gli apro? 
Lui è sicuramente uno del nord, con quella faccia e quell'accento! 
Si arrangino, non si va in giro con una donna che deve partorire.
 Ho già le miei rogne a cui pensare... - 



Per qualcuno è già iniziato. Per altri deve ancora iniziare. Fatto sta che tra poco è Natale. Mi pare già di sentire l'eco lamentoso di chi non sento più il Natale come una volta
Come una volta? Perché che differenza c'è? Cosa è cambiato: il giorno? Il nome della Festa? Il nome del Festeggiato? 
Sarò lamentoso e spero di sbagliarmi, ma la realtà parla da sola, senza che noi la descriviamo a parole: abbiamo riempito il Natale con una montagna di significati che non gli appartengono. Lo abbiamo fatto diventare, per essere politicamente corretti -mamma mia quanto odio quella correttezza politica!-, la festa dell'inverno, la festa della neve. Natale è diventato sinonimo di vacanze, di neve, di pranzi e cene interminabili, di luminarie per strada, di code ai centri commerciali, di regali costosissimi; per qualcuno significa un viaggio in un posto lontano, il posto più lontano possibile da qui. A qualcuno il Natale rievoca cattivi ricordi, fantasmi del passato, che è meglio non tirare fuori dagli armadi della nostra anima.  
E così il Natale ci passa accanto. Come un giorno qualsiasi. Senza preparazione, senza accorgimenti, senza niente. 


- Caspita com'è tardi! questa sera non ho notato il tempo che correva 
e non mi sono accorto che sono già le due del mattino! 
Avevo da fare un sacco di cose: 
finire di sistemare la casa, 
dopo la festa di compleanno di mia figlia di ieri pomeriggio, 
sistemare i conti, le entrate le uscite, 
che da troppo tempo rimangono lì senza che nessuno che li guardi... 
e poi c'era il cane da portare a passeggio, 
l'immondizia da buttare, 
quel mobile da riparare, 
quel libro che volevo finire di leggere da tempo... - 


martedì 20 novembre 2012

NOVITA'



Da oggi i commenti al Vangelo, 
generalmente identificati con l'etichetta "da quale pulpito",
verranno postati su un nuovo blog. 
Ecco l'indirizzo 



Diapason continuerà a vivere, ovviamente, 
affinché la vita possa passare sempre attraverso tutte le cose!


Colgo l'occasione per ringraziare quanti visitano quotidianamente, 
saltuariamente o anche solo per caso, questo blog. 
In media siete una cinquantina al giorno. 
Tantissimi per me che non sono nessuno!

ciao

lunedì 19 novembre 2012

E COSI' È ACCADUTO

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: "Passa Gesù il Nazareno!". Allora incominciò a gridare: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!". Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: "Che vuoi che io faccia per te?". Egli rispose: "Signore, che io riabbia la vista". E Gesù gli disse: "Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato". Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio. 
Lc 18, 35-43

Al centro del Vangelo di oggi c'è una domanda che Gesù fa al cieco di Gerico: che cosa vuoi che io faccia per te? Quante volte anche noi avremmo bisogno di sentirci rivolgere una domanda del genere? Gesù lo chiede al cieco, diventato cieco per qualche motivo a noi sconosciuto, e lo chiede anche a noi, che ogni giorno rischiamo di perdere la vista, cioè rischiamo di non essere in grado di comprendere ciò che ci accade e di adottare l'atteggiamento giusto per affrontare le nostre giornate. C'è una grande fiducia in quest'uomo nei confronti di Gesù: ne ha sentito parlare molto (anche noi abbiamo sentito parlare spesso di Gesù) e non ha vergogna ad urlargli il suo bisogno. La fede di quest'uomo lo salva perché non si fa bloccare dalla vergogna, dalla pigrizia, dall'opinione degli altri. Non aspetta che qualcun altro si faccia avanti prima di lui: lui ha bisogno di una vita guarita e salvata e lui si fa avanti. È questo il motivo per cui si salva: perché ha il coraggio di saltare in piedi e di affidarsi ad uno che poteva farlo vivere di nuovo. 
E così è accaduto. 

venerdì 16 novembre 2012

PROPRIO DOVE SIAMO


«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. 
Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata». 
Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».


Lc 17, 26-37


Non c'è da aspettarsi grandi cose, grandi miracoli, grandi eventi: il regno di Dio entra nella quotidianità della vita e la trasforma migliorandola. Il regno di Dio è Gesù con il suo insegnamento, mai conosciuto abbastanza, spesso presupposto, perché ci ricordiamo di qualche paraboletta imparata al catechismo da bambini e pensiamo ci possa bastare. La vita può continuare anche così: da un lato il grande desiderio di migliorarla, di trovare un po' di pace, una gioia vera, che renda felici al di là di ciò che accade; dall'altro la fatica, forse la pigrizia, di non lasciar cambiare le giornate così come le viviamo, di non avere quegli occhi capaci di guardare alle cose e alle persone così come guardava Gesù. Si rimanda sempre la scelta di diventare veri discepoli del Maestro, perché c'è sempre qualcosa da fare: mangiare, bere, comprare, vendere, piantare, costruire, prendere moglie o marito. Ma è proprio in quel qualcosa da fare (la vita) che Gesù aspetta i suoi discepoli. Lui ci aspetta proprio dove viviamo, proprio nelle cose che facciamo tutti i giorni. Chiede di vivere le nostre occupazioni con lo stile che ci ha insegnato. Chiede di essere lievito, invisibile ed efficace, nella pasta delle cose del mondo. Chiede conversione, ogni giorno; chiede di essere luce, ogni giorno; chiede di essere amore, ogni giorno; chiede di cercare e trovare una direzione e un senso. Il coraggio, la voglia, la decisione di farci istruire dalla semplicità disarmante del vangelo deve partire da noi, dal nostro vivere quotidiano, dalle cose che facciamo, perché è solo nella vita quotidiana che si guadagna la vita eterna. Il regno di Dio è già qui, in mezzo a noi; il paradiso iniziamo a costruirlo noi, con le nostre mani. E in quel regno ci entrerà soltanto chi vorrà. Chi non vorrà continuerà a fare quello che faceva e verrà lasciato. 

Dove (verrà lasciato)? 
Dove sarà il cadavere, dove non ci sarà più vita, dove la vita non avrà più senso. 
E là, ci saranno anche gli avvoltoi. 

giovedì 15 novembre 2012

IN MEZZO A VOI!


Interrogato dai farisei: "Quando verrà il regno di Dio?", rispose: "Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!". Disse ancora ai discepoli: "Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: Eccolo là, o: eccolo qua; non andateci, non seguiteli. Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione. 

Lc 17, 20-25


Il regno di Dio non è un luogo del mondo. È un modo di stare nel mondo. La vita, spesso, ci convince di come occorrerebbe essere un po' scaltri per non farsi azzoppare dalle vicende che accadono: bisogna farsi furbi, scaltri, saper riconoscere l'imbroglio e, se possibile, imparare a imbrogliare noi per primi. 
Ma questo modo di stare nel mondo non è secondo il Vangelo e chi vive in questo modo non comprenderà mai la logica del regno di Dio, che è la logica stessa di Dio. Il regno di Dio è in mezzo a noi, perché è Gesù stesso, è il modo in cui ci ha insegnato a vivere e ad amare. È lui, con le sue parole, con i suoi insegnamenti, con i suoi inviti a seguirlo anche laddove costa più fatica, anche dove il peso della croce sembra schiantarci a terra, anche dove nessuno lo riconosce. È un regno che comprende l'intera esistenza e per entrare a farne parte, già da oggi, da questo momento in cui leggiamo queste parole, occorre umiltà, semplicità, desiderio di farci provocare e trasformare la vita da Uno che ne sa molto più di noi. 

mercoledì 14 novembre 2012

UN "GRAZIE" PUO' SERVIRE A SDEBITARSI

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!". Appena li vide, Gesù disse: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: "Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?". E gli disse: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!". 

Lc 17, 11-19

Quando si è abituati a vivere le cose della nostra vita come fossero scontate, come se tutto debba essere dovuto, la prima parola a scomparire dal nostro vocabolario è la parola "grazie". La gratitudine, però, può esprimersi solo se ci si rende conto di aver ricevuto una grazia. Quell'unico Samaritano, tornato indietro per rendere gloria a Dio, cerca Gesù dopo essersi accorto di essere stato sanato: "Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro...". 
È vero che tutti sono stati guariti? Sì. 
È vero che tutti si sono accorti della loro guarigione? Sì. 
Allora qual è la differenza tra questo decimo lebbroso e gli altri nove? 
È la fede. 
La fede di quest'uomo, la fiducia totale che pone in Gesù, gli permette non solo di essere guarito, ma anche di essere salvato. La fede di quest'uomo gli permette, ancor prima di essere guarito, di guardare alla sua vita con uno sguardo umile, senza pretese, senza la pretesa di dover ricevere qualcosa a tutti i costi. 
Quante volte, invece, viviamo così la nostra vita!? Pretendiamo di essere riconosciuti, pretendiamo gratificazioni, pretendiamo che gli altri ci ringrazino per quanto facciamo per loro. Pretendiamo una ricompensa. Tante pretese senza, spesso, nemmeno un "grazie". 
Il bisogno di guarigione dal nostro egoismo, dal nostro egocentrismo, dal bisogno di essere qualcuno di importante per gli altri, può essere sanato solo con uno sguardo umile su se stessi, solo comprendendo e assumendo in noi l'atteggiamento del servo inutile, che serve per amore e non per interesse. 
Ecco che allora dire "grazie" non sarà più così difficile, perché ci sentiremo in debito nei confronti di ogni creatura: debito di vita e di amore.



martedì 13 novembre 2012

ESSERE INUTILI

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare". 

Lc 17, 7-10

Non c'è merito nel servizio: chi serve non lo fa per una ricompensa, per essere riconosciuto come "bravo". Un servo, semplicemente, serve. Senza nessun'altra pretesa. 
Il disagio che proviamo nell'ascoltare quell'aggettivo -"inutile"- è frutto di un vizio che abbiamo: quello del voler essere riconosciuti a tutti i costi come importanti e indispensabili, senza ricordarci che quanto ci chiede di fare Gesù è una gara di stima reciproca, un primeggiare nel metterci a servizio degli altri. Fino a quando non ci entra nella testa che gli altri sono più importanti di noi, chiunque essi siano, non capiremo mai la bellezza di essere considerati inutili, cioè inutilizzabili o, meglio, inutilizzati, perché già "usati" per il servizio che potevamo prestare. 
La tentazione di rendere anche la nostra buona volontà, anche il nostro volontariato, un oggetto di vanto è qualcosa di assolutamente insopportabile agli occhi di Dio, il quale, invece, ama di amore incondizionato, senza condizioni. 

Ecco la perfetta letizia di un servo: l'assoluta libertà dal suo egocentrismo!




lunedì 5 novembre 2012

BUON APPETITO!

Disse poi a colui che l'aveva invitato: "Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti". 
Lc 14, 12-14




La questione del Vangelo di oggi sembra essere circoscritta ad una situazione particolare, quella degli inviti a pranzo/cena. Sembra surreale quello che sta dicendo Gesù: non offrire pasti, non dare cene, non organizzare momenti di festa per i tuoi amici o per persone che contano; invita tutti quelli che non inviterebbe nessuno, quelli che ad un primo momento scarteresti senza ombra di dubbio. 
La stranezza di questa indicazione di Gesù dice già che quello che ci vuole insegnare oggi va al di là della circostanza del pasto. Lo stile di vita del discepolo di Gesù per prima cosa assume in ogni istante la forma di una festa, di un invito a condividere gioia, amicizia, ospitalità, accoglienza. Un discepolo di Gesù è gioiso, cerca di essere amico di tutti, è ospitale, è accogliente con le sue azioni, con il suo modo di porsi, di fare, di parlare agli altri. La vita, così, diventa tutta una festa. Una festa alla quale occorre invitare soprattutto coloro che hanno bisogno di ciò che possiamo offrirgli: i ricchi, gli amici, i nostri fratelli, già godono sempre della nostra amicizia e della nostra bella compagnia. Gli ultimi, i poveri, gli ammalati, gli anziani, coloro che non hanno da ricambiare, quelli che faticano a credere, quelli che si sentono lontani o abbandonati da Dio, quelli che stanno sul muretto a fare baldoria o chiusi da qualche parte a cercare felicità in erbe esotiche, sono i più bisognosi dei nostri inviti, quelli più bisognosi di ricevere da noi un po' della nostra vita, una "fetta" di quella vita che ogni giorno vogliamo farci trasformare in meglio da Gesù. 
Ecco, allora, che diventiamo senza tanta fatica annunciatori delle buone parole di Gesù, del suo Vangelo: con la festa della nostra vita e, perché no, con il sederci allegramente a tavola. 

Buona vita! 
E buon appetito! 

giovedì 1 novembre 2012

INCOMINCIARE A FARE COME LORO

Sembra ormai una tradizione quella che caratterizza questi primi giorni di Novembre, tra vari festeggiamenti, festività e commemorazioni.Siamo forse abituati, e un po’ aspettiamo questi giorni autunnali, in cui generalmente ci si ferma, le scuole chiudono, il lavoro per molti è sospeso e in qualche modo siamo chiamati a fare festa. C’è chi fa festa provando a imitare un carnevale un po’ americano, chi partendo per qualche giorno di vacanza e chi, come molti cristiani, dedicando un po’ del loro tempo e delle loro preghiere per due categorie di persone, molto particolari: i santi e i morti. Dei nostri cari morti non ci occupiamo oggi, perché la festa di questo primo giorno di Novembre riguarda i santi. Anzi, Tutti i santi.

E quella di oggi è una festa, una solennità, che la Chiesa ci propone per fare principalmente tre cose: RINGRAZIARE, IMPARARE, IMITARE.

Oggi noi, con la messa che celebriamo per questa festa, facciamo una cosa che normalmente viviamo tutte le domeniche: ringraziamo Dio per un dono grande. Di domenica ringraziamo per il dono di Gesù, della vita di Gesù nel giorno della sua risurrezione, nel giorno del Signore. Nella Solennità di tutti i santi noi diciamo grazie a Dio perché ci ha donato, nel corso della storia, tantissime persone, uomini e donne, giovani e anziani, religiosi e genitori, in ogni parte del mondo, che ad un certo punto hanno deciso di fare sul serio con Gesù e con il suo Vangelo. A tutte queste persone, a tutti questi santi, ad un certo punto non bastava più “dire” di essere cristiani, non bastava più andare a messa tutte le domeniche, magari a volte un po’ controvoglia. A tutte queste persone il Vangelo di Gesù è piaciuto talmente tanto che hanno deciso di viverlo, cioè di metterlo in pratica, quasi alla lettera. Diciamo grazie a Dio, allora, perché ci ha mostrato con queste persone, che vivere il Vangelo è davvero possibile; che le parole di Gesù non sono soltanto una storiella che serve per consolarci dalle cose brutte della vita, ma qualcosa capace di renderla bella, buona e vera. Noi, oggi, ringraziamo Dio Padre e Tutti i santi proprio per questo motivo: perché ci dimostrano che credere in Gesù e nel suo Vangelo è possibile; ed è meglio farlo, che far finta di niente!

Ma con questa Eucaristia noi non vogliamo soltanto ringraziare e dire: "bene, grazie santi per aver vissuto una bella vita, adesso noi pensiamo alla nostra". No! Se ci limitiamo a ringraziare, a partecipare a questa Eucaristia, non cambierebbe forse niente. Dai santi occorre imparare il loro segreto, quel segreto che gli ha permesso di vivere una bella vita, una vita felice e di arrivare al giorno della loro morte senza paura e senza angoscia. E il loro segreto più grande, da sempre, è stato quello di prendere sul serio la Parola di Dio, il Vangelo, e di lasciarsi trasformare a poco a poco la vita dalle parole stesse di Gesù.
Noi oggi abbiamo ascoltato una delle pagine più belle e famose del Vangelo, quella delle Beatitudini. Gesù si trova di fronte a tantissima gente, molto diversa. La maggior parte di queste persone si trova a vivere situazioni di fatica, di difficoltà, di dolore, di tristezza. O forse semplicemente, come la maggior parte di noi, quella gente aveva qualche problema, che da sola non riusciva a risolvere, che senza una speranza non riusciva ad affrontare.
Gesù parte proprio da qui, dal vedere come sono messi gli uomini, per regalare a loro la speranza della felicità. Non l’illusione, non una bugia, ma la speranza di essere davvero felici, nonostante le prove e le fatiche di ogni giorno.
Beati i poveri in spirito, cioè i semplici;
beati quelli che piangono per qualche motivo;
beati i miti;
beati coloro che vogliono giustizia;
beati i puri di cuore, coloro che non guardano agli altri e alla vita con uno sguardo cattivo, non buono, non puro;
beati coloro che amano vivere nella pace, nella pace delle relazioni personali, senza farsi dividere da litigi e discussioni;
beati anche coloro che vengono perseguitati o causa della giustizia, cioè delle cose giuste da fare, oppure a causa del Vangelo, chi viene preso in giro perché si dice cristiano o chi, come in tante parti del mondo ancora oggi, solo perché cristiano, viene ucciso con la violenza.
I santi, quelle persone normali, quelle persone come noi che hanno deciso di vivere il vangelo al 100%, senza sconti, hanno vissuto già su questa terra con la speranza di questa pagina di Vangelo. Non sono stati illusi dalle parole di Gesù, ma le parole di Gesù hanno illuminato anche le zone più buie della loro vita e così, con questa luce in più hanno saputo andare avanti, nonostante tutto, anche di fronte a chi, in moltissimi casi, ha preferito togliere loro la vita uccidendoli proprio perché cristiani.

E infine, questa festa ci chiede di imitarli. È bello sentir parlare dei santi, magari ciascuno di noi ha il suo santo preferito, più o meno recente. È bello e commovente leggere la vita di qualche santo, conoscere ciò che ha fatto. Ogni tanto anche in tv possiamo vedere qualche film che ci parla della vita di qualcuno di loro.
È bello e giusto ricordarli e fare festa per loro, ma è ancora più bello e più giusto incominciare ad imitarli, incominciare a fare come loro, incominciare a capire che vivere il Vangelo non è qualcosa di troppo difficile, non è qualcosa di troppo lontano. Il Vangelo è possibile metterlo in pratica sempre, ad ogni età, qualsiasi cosa siamo capaci di fare o non fare. Perché è ciò che Gesù vuole e chiede a ciascuno di noi: di essere beati, cioè felici.
E chi di noi non vuole essere così? Chi non vuole essere davvero felice? E chi, davanti a Dio che mostra qual è la strada della felicità, non è disposto a percorrerla subito?

Ringraziare, imparare, imitare.
Sono queste le tre cose che vogliamo fare a partire da questa giornata.
Ri-partiamo da questa festa con la consapevolezza che da oggi, tra tutti questi santi che oggi festeggiamo, c’è un posto anche per noi.



mercoledì 31 ottobre 2012

DALL'ULTIMO AL PRIMO POSTO

Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". Rispose:"Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi". 
Lc 13, 22-30

Sembra che per Gesù quella della salvezza sia questione di porte da attraversare. Una porta in particolare, stretta e non sicuramente aperta per tutti. Sperando che all'uomo di oggi interessi ancora l'argomento della salvezza, non solo quella del futuro eterno, ma anche quella delle singole giornate. Sì, perché ogni giorno abbiamo bisogno di essere salvati. Salvati dalla noia, dalla tristezza, dalla paura, dalle delusioni, dai fallimenti, dal dolore, dalle piccole o grandi "morti" che ci colpiscono. Tutti abbiamo dentro il desiderio di essere salvati. Abbiamo solo bisogno di capirlo e di capire che quella cosa lì che manca, quel senso che non si riesce a trovare, quel vuoto che sta divorando la nostra anima come una carie sull'osso, si chiama desiderio di essere salvati! 
Perché Gesù spesso lo dice? Perché, dopo aver fatto un miracolo, congeda i miracolati dicendo : "va', la tua fede ti ha salvato!"?
Gesù conosce perfettamente ciò di cui abbiamo bisogno e ci indica con la via della fede quella strada da percorrere per fare di questa vita una vita pienamente felice, unico modo per essere salvi, poi, nel paradiso. E non è scontato riuscire a salvarsi: non basta essere cristiani, aver ricevuto i sacramenti, dire genericamente di crederci. Il Vangelo di Gesù, la buona notizia di Gesù, è qualcosa che non aggiunge idee o parole alle idee e alle parole degli uomini, ma cambia e DEVE cambiare la vita e il nostro modo di guardare ad essa. Così quella porta, stretta stretta e non sempre aperta, può diventare la porta della fede, un passaggio non scontato, non facile, ma di un'importanza fondamentale per ottenere ciò che ci fa vivere veramente come figli, liberi e felici: la fiducia e l'amicizia in uno, Gesù, che è capace di donare una vita completamente nuova: dall'ultimo al primo posto! 



martedì 30 ottobre 2012

SI INIZIA SEMPRE DALLE PICCOLE COSE


Diceva dunque: "A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo rassomiglierò? È simile a un granellino di senapa, che un uomo ha preso e gettato nell'orto; poi è cresciuto e diventato un arbusto, e gli uccelli del cielo si sono posati tra i suoi rami". E ancora: "A che cosa rassomiglierò il regno di Dio? È simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina, finché sia tutta fermentata". 

Lc 13, 18-21 


Se qualcuno si chiede che cosa sia il Regno di Dio ecco qui la risposta: NON è (solo) un luogo fisico. E' più che altro un mondo, un modo di stare al mondo, uno stile, uno stile di vita; una logica da imparare, uno sguardo da allenare per scorgere nelle piccole cose della vita tutta la bellezza e la potenza della Verità. Due esempi ci offre Gesù in questo passo del Vangelo: un granello di senapa, anzi un "granellino", che da piccolo che è diventa un arbusto capace di offrire riparo agli uccelli del cielo; il lievito, nascosto tra la farina affinché sia tutta fermentata, dal suo interno. Due esempi che insegnano due atteggiamenti fondamentali dell'essere cristiani, quindi discepoli di Gesù: l'atteggiamento dell'attenzione alle piccole cose, ai dettagli, che se curati con attenzione e fede possono davvero essere il passo che dà la svolta alla vita e, nello stesso tempo, della fiducia in se stessi, perché basta essere al cento per cento se stessi per iniziare a cambiare le cose; l'atteggiamento dello stare dentro alla realtà che viviamo, cercando di cambiarla dall'interno, dal basso, facendo fermentare a poco a poco tutto quanto, come una forza che non si abbatte dall'alto, ma che solleva tutto quanto dal basso. 
Ecco che allora il Regno di Dio si definisce come un luogo in cui c'è spazio per tutti quelli che vogliono davvero cambiare la realtà che ci circonda con uno sguardo vero e puro, rivolto all'essenziale e alla verità. Un luogo rivoluzionario perché pieno di gente capace di cambiare il brutto che c'è nel mondo con la forza e la bellezza delle cose piccole, semplici, buone. 
Un paradiso che inizia già qui sulla terra. 

venerdì 26 ottobre 2012

COSE GIUSTE


Diceva ancora alle folle: "Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada procura di accordarti con lui, perché non ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all'esecutore e questi ti getti in prigione. Ti assicuro, non ne uscirai finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo". 

Lc 12, 54-59


A poco a poco, grazie alla tecnologia, sembra che l'uomo sia in grado di fare qualsiasi cosa: prevedere fenomeni futuri, interpretare e gestire quelli presenti, scoprire segreti e misteri del passato. Non so se è merito della tecnologia o da sempre siamo stati attirati a scoprire i misteri e le forze che spingono il mondo. Anche duemila anni fa si era in grado di prevedere i fenomeni del cielo e della terra e oggi come ieri non sempre si è capaci di intendere le cose giuste da fare, da scegliere, da vivere. Non sempre si è capaci di discernere, cioè di scorgere e scegliere, la giustizia. 
L'esempio che fa Gesù si riferisce alla giustizia umana: si parla di giudici, di magistrati, di prigioni. La giustizia del mondo sarà superata dalla giustizia del Cielo e quello che ci chiede Gesù di comprendere subito, di fare di tutto per comprendere, è proprio la giustizia del Cielo. Il modo di fare, di pensare, di parlare, tutto deve essere giusto. Non solo corretto (perché a ognuno è permesso di sbagliare settantavolte sette), ma giusto! Giusto è chi osserva i comandamenti, giusto è chi spera, chi crede, chi si fida delle parole di Gesù, chi si fida di Lui. Giusto è il vivere secondo il Vangelo, convinti della Verità che è Gesù, spinti dalla comprensione dei fratelli, dalla misericordia per le miserie dell'uomo, commossi dal dolore di chi soffre. Giusto è chi ama nel modo giusto. Perché la vera giustizia è l'amore così come ce l'ha insegnato Gesù: un amore pronto a morire per gli altri. 



giovedì 25 ottobre 2012

VITA DIVERSA

Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera. 

Lc 12, 49-53

La divisione portata da Gesù nel mondo non è la stessa che il Divisore, il Diabolus (diavolo: colui che divide) pratica tra i figli di Dio per separare le creature dalla bontà del loro Creatore. Ciò che fa Gesù nelle coscienze dell'umanità è creare differenza. Una vita che si lascia trasformare dalla parola di Gesù, dalle sue buone parole, dal suo Vangelo, è una vita diversa, una vita che si differenzia. Che deve essere differente! Diversa! E una vita diversa, che vive della Verità del Vangelo deve distinguersi da ciò che non parla di verità, ciò che non è verità, bontà, bellezza. 
Il mistero dell'Incarnazione, che ci insegna a sporcarci le mani della terra di questo mondo, non ci chiede tuttavia di diventare a nostra volta posseduti da questo mondo. 
"Nel mondo, ma non del mondo" si scrive sulla Lettera ai cristiani di Diogneto. 
Solo così, riconoscendo e accettando la differenza cristiana, nel mondo potrà ardere un fuoco nuovo, capace di infiammare e illuminare tante altre esistenze e proseguire nella costruzione di quel luogo straordinario che è il Regno di Dio. 

mercoledì 24 ottobre 2012

COSE AFFIDATE


Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate". Allora Pietro disse: "Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?". 

Il Signore rispose: "Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 

In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più. 

Lc 12, 39-48

In questo brano di Vangelo sembra che Gesù stia dicendo a chi lo ascolta (e quindi anche a noi) che la vita è qualcosa di molto prezioso e importante, affidato alla nostra cura. Qualcosa che, prima o poi, andrà restituito a quel "padrone" che tornerà quando nessuno se lo aspetta. 
Se ieri il nuovo comandamento era quello dell'attesa ("siate pronti!"), oggi quello che importa è comprendere che ciò che abbiamo e ciò che siamo non dipende totalmente da noi: nessuno di noi si è dato la vita da solo, nessuno di noi ha messo dentro di sé i propri talenti, le proprie passioni, le cose che piacciono, ma ognuno di noi, giorno dopo giorno, è come se scoprisse nella sua vita cose sempre nuove. A volte belle, a volte meno belle. Sempre, comunque, cose affidate. La cura per queste cose affidate diventa cura per noi stessi, diventa amore per la nostra vita e per la vita degli altri. Una cura che è premura, come quando qualcuno a cui vogliamo bene ci affida qualcosa di prezioso: facciamo di tutto per custodirlo nel migliore dei modi. Con questa logica del custodire le cose preziose affidate occorre vivere perché a chiunque (chiunque!) fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più. C'è chi semplicemente riceve e chi, oltre a ricevere qualcosa per la sua vita, riceve qualcosa in affidamento. Di tutto questo un giorno occorrerà rispondere. Prima a noi stessi e poi un giorno a quel Padre che si metterà a servirci per fare festa con Lui. 



martedì 23 ottobre 2012

PRONTI PER FAR FESTA

Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 
Lc 12, 35-38

Siate pronti! 
Stare pronti. Sembra quasi un nuovo comandamento. Non il fare o il non fare qualcosa, ma l'essere in un determinato modo, il vivere in una certa maniera la propria vita. Da persone pronte. Tutto è preparato e a posto, non ci sono arretrati da recuperare. Quando si è pronti per fare qualcosa l'unica ansia che ci prende è quella di fare bene quella cosa. Solo allora le nostre energie migliori possono essere usate per portarla a termine. Altrimenti mille preoccupazioni ci rallentano e distraggono e la meta sfuma all'orizzonte: si accumula ritardo su ritardo, problemi su problemi, errori su errori. 
Essere pronti vuol dire fare di tutto per avere gli occhi pronti a riconoscere il padrone che torna dalle nozze, pronti a riconoscere Gesù che passa nella nostra vita, per evitare il terribile rischio di dire "non lo vedo e finché non vedo non credo!". Essere pronti ci permetterà di sederci tutti insieme a tavola e di godere di quella gioia permessa dalla venuta del padrone di casa, il quale per noi si cingerà le sue vesti e passerà a servirci. 
Questo è il nostro Dio: un Dio che ci chiede di essere pronti per poter gioire della festa che Lui prepara per noi. 

lunedì 22 ottobre 2012

LA RICCHEZZA IMPOVERISCE

Uno della folla gli disse: "Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità". Ma egli rispose: "O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?". E disse loro: "Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni". Disse poi una parabola: "La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio". 
Lc 12, 13-21

Di che cosa è opportuno essere ricchi? Quali sono quelle "cose" che ci rendono davvero la vita piena? 
Il Vangelo di oggi sembra ricordare un'ovvietà. Ma a pensarci bene la questione della ricchezza e della cupidigia tanto ovvia non è se l'ammonizione di Gesù verso chi gli chiede un parere legale, verso chi si presenta con un eccessivo attaccamento ai soldi e alle proprie ricchezze, si rivela così attuale anche ai nostri giorni. Insomma è un male che affligge l'uomo di ogni epoca. 
Il problema del danaro è sempre stato un problema principalmente umano. In sé la ricchezza non ha valore: è l'uomo a dare valore a monete, campi, immobili. Tutte cose che passano. Tutte cose che se troppo trattenute rischiano di diventare un'arma a doppio taglio e di nascondere agli occhi e al cuore ciò che davvero conta. Ricchezza vuole potere, potere vuole ricchezza. Entrambi vogliono male all'uomo. 

"Anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni."
Perché non la impariamo a memoria questa frase?

venerdì 19 ottobre 2012

PAROLE DI DIO

Nel frattempo, radunatesi migliaia di persone che si calpestavano a vicenda, Gesù cominciò a dire anzitutto ai discepoli: "Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia. Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti. A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri. 
Lc 12, 1-7

Migliaia di persone che si calpestavano a vicenda?! Perché tutta questa gente? Cosa volevano sapere tutti questi uomini, queste donne, questi anziani, bambini, giovani, ammalati, poveri, notabili, peccatori, pubblicani, prostitute, amministratori, medici, pescatori, insegnanti, commercianti, ... ? Qual è il segreto di tanto interesse nei confronti di Gesù? Perché la gente si accalca per ascoltare Gesù, come fosse una rock star che convoca i suoi fans in uno stadio per il concerto dell'anno?
Parole. Solo parole. Ma non parole qualsiasi, non le solite, banali e vuote parole del mondo, della gente famosa, di chi comanda (noi diremmo di chi sta in tv). La gente ha voglia di sentire parole vere. Parole che c'entrano con la loro vita, che con un minimo di fatica fanno scoprire la verità e la gioia nella vita di tutti i giorni. Parole che finalmente facciano tacere i furbi e gli ipocriti. Parole che mettano in luce tutti i più torbidi segreti di chi ci comanda. Parole che tolgano la paura, ogni paura, anche quella più grande per l'umanità, che è la paura della morte. Parole che insegnano a stare nella vita in modo diverso: non temete chi con arroganza e prepotenza minaccia il vostro corpo. Temete (e in qualche modo fuggite) da ciò che danna la vostra vita interiore, quelle tristezze, quelle noie, quelle finte felicità che riempiono il tempo libero, i rumori che riempiono i silenzi. Temete (e in qualche modo amate) Colui che da tutta questa apparente gioia vi può salvare, donandovi la vera gioia.
Parole che ci insegnano a guardarci allo specchio e che, anche nella giornata più storta, più brutta, più triste e problematica, ci fanno sentire amati, cercati, salvati. Parole, che in un angolino del nostro cuore ci sussurrano, con dolcezza e comprensione: non avere paura, tu vali!
Parole di Dio. 
Rendiamo grazie a Dio!  

giovedì 18 ottobre 2012

COME UN DIPINTO

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. 
Lc 10, 1-9

Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ecco il motivo per il quale abbiamo i testi dei vangeli: per dire a tutti che il Regno di Dio è qui, incomincia ora e spetta a noi costruirlo con la nostra vita. Ecco perché alcuni uomini si sono messi a scrivere questi racconti, così famosi, ma allo stesso tempo così poco conosciuti, citati a memoria, spesso senza fermarsi a cogliere il senso profondo di quelle parole così antiche, ma sempre nuove. Luca, medico, discepolo di Paolo di Tarso, ascolta l'Apostolo delle Genti, lo segue, vede cosa è capace di fare l'annuncio di una buona notizia che rende buona e bella la vita e raccoglie con estrema cura tutti i racconti, le testimonianze, le esperienze di fede su Gesù e ce le dona. Come un dipinto. Luca Evangelista viene spesso raffigurato come un pittore, perché con le sue parole è stato in grado di mostrarci le immagini più belle della Verità, che è Gesù, che è la sua Parola. Parabole, guarigioni, discorsi, tanto di ciò che conosciamo dei Vangeli lo immaginiamo nella nostra mente grazie al suo scritto. Per questo oggi lo ricordiamo: perché ci renda appassionati di quel messaggio straordinario portato da Gesù e di cui noi tutti dobbiamo farci testimoni. 

mercoledì 17 ottobre 2012

CURARE LE COSE CHE CONTANO

Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l'amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre. Guai a voi, farisei, che avete cari i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo". Uno dei dottori della legge intervenne: "Maestro, dicendo questo, offendi anche noi". Egli rispose: "Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! 
Lc 11, 42-46

Guai a chi fa un sacco di cose belle, ma poi trasgredisce la giustizia e l'amore di Dio. Guai a chi appare perfetto, attento ad ogni dettaglio e poi non è giusto, cioè non mette in pratica le cose giuste, che sono parte della giustizia. Per comprendere ciò che giusto, per distinguerlo da ciò che è sbagliato, occorre comprendere e vivere l'amore di Dio, bisogna conoscere e riproporre con le nostre azione quel modo di essere di Dio. Essere noi stessi, allora, significa essere così come è Dio: pieni di amore e di passione per le cose giuste. Non solo per le cose belle, simpatiche, comode, gradevoli. 
Così facendo, così pensando, così amando, avremo il coraggio e non la vergogna, di prendere in mano ogni peso, di metterci sulle spalle ogni croce, per prima la nostra e poi, con disinteressata passione, anche quella di chi ci sta attorno. Con verità, con sincerità, non con semplice volontariato, ma con profondo amore per la vita dell'altro. E questo -prendersi cura della vita dell'altro, senza essere farisei- vale più di ogni guaio o offesa che ci possa capitare. 

martedì 16 ottobre 2012

PULITI E BELLI (DENTRO!)

Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola. Il fariseo si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: "Voi farisei purificate l'esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità. Stolti! Colui che ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche l'interno? Piuttosto date in elemosina quel che c'è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo. 
Lc 11, 37-41

Quando penso ai farisei mi viene da pensare al malessere che provavano nel momento in cui, grazie alle parole di Gesù, venivano obbligati a fare i conti con il loro cuore, con la verità posta dentro alla loro vita e non con quanto appariva di loro. C'è spesso una grande differenza tra quanto vogliono far vedere  (tra quanto vogliono far-si vedere) e chi in realtà sono. Anche noi, duemila anni dopo, soffriamo della stessa malattia. Spesso si rende perfetto il "fuori" per nascondere il "dentro". Si lucida un oggetto, lo si ricopre con materiali pregiati, si nascondono i difetti con abili trucchi. Ma il "dentro" ha sempre qualche problema. Per vergogna, per pigrizia, per paura, per abitudine, per ideologia, sempre meglio non far vedere, nascondere, eliminare tutto ciò che non ci rende perfetti. Tuttavia il Vangelo dice altro: guai -sembra dire Gesù- a chi rende perfetto l'esterno e non cura il cuore, a chi pensa di salvare se stesso e gli altri con la bellezza superficiale e non con la Bellezza che si trova e si deve trovare nella vita interiore. 
Come ottenere questa Bellezza? Dando in elemosina quel poco o tanto che abbiamo dentro, condividendo con altri i talenti di cui tutti siamo portatori. E' il gesto del donare e del donarsi, non del farsi belli, che salverà la nostra vita.


lunedì 15 ottobre 2012

VOGLIAMO LE PROVE!

Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: "Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è qui. Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c'è qui. 

Lc 11, 29-32

"Ed ecco, ben più di Giona c'è qui"...ma a noi sembra non importare nulla, vogliamo le prove!
Volere le prove per credere in Dio, prove che attestino la sua verità, è come continuare a chiedere alla persona che si ama se il sentimento è corrisposto. Quanta poca fiducia, quanto poco ascolto, quanta terribile diffidenza e sospetto. Non c'è conoscenza della Verità quando non si ha l'umiltà di fare un passo indietro e di riguardare la realtà con uno sguardo un po' più semplice, meno razionalizzato, sicuramente più sensibile. L'inganno della tecnologia (che viene dopo quello della ragione) sta nel pensare il tutto spiegabile attraverso la logica e l'umano ragionamento. Il mistero, la comprensione del mondo e degli affetti attraverso i sensi e la coscienza sembrano essere discorsi per illusi e ignoranti. Ma la parola di quel Maestro di Nazaret chiede il coraggio di fare quel passo indietro, chiede di spostarsi dal posto che spetta a Dio e di riconoscere, con occhi diversi, i veri segni della sua presenza. Non prove umane, ma incondizionati segni di amore. E se è vero, come è vero, che l'amore può essere scorto dappertutto, allora le prove sono sotto gli occhi di tutti. Basta non tenerli chiusi! 

venerdì 12 ottobre 2012

NON SONO SCIOCCHEZZE

Ma alcuni dissero: "È in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni". Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: "Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull'altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio. Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l'armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino. Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde. Quando lo spirito immondo esce dall'uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo e, non trovandone, dice: Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell'uomo diventa peggiore della prima". 
Lc 11, 15-26


Essere superficiali con le "cose" che riguardano la nostra interiorità ci porta, a poco a poco, ad avere un sacco di arretrati ai quali dover prestare molte attenzioni. Piccoli errori, difetti, peccatucci, che si possono accumulare con buona abitudine e che possono incominciare a far parte del nostro comportamento e carattere. E allora "la condizione finale...diventa peggiore della prima". Far finta di niente non serve. Danneggia e basta. Vale per la vita interiore, vale per l'attenzione a non concederci facilmente a ciò che ci allontana dal cuore di Dio (perché alla fine sappiamo bene che stiamo facendo male qualcosa che ci porta a star male. Ecco la differenza tra bene e male: il male è sbagliato perché fa male!), vale per le nostre relazioni, per ciò che Gesù desidera più di ogni altra cosa per noi: che noi siamo una cosa sola. Anche satana ha bisogno di avere un regno non diviso, lui, il primo di tutti i divisori! 
Lasciarsi guidare dal dito di Dio aiuta a trovare quella direzione da seguire che dà senso ad ogni singolo istante della giornata. Occorre un po' di fiducia, un po' di umiltà, un po' di obbedienza per seguire la strada che quel dito ci indica.
La via della vita.


giovedì 11 ottobre 2012

NON NOVA, SED NOVE

Oggi mi permetto una licenza ambrosiana. Un po' per nostalgia, un po' perché penso che questo brano, messo qui in questa giornata possa illuminare molto. 
Mantenere desta l'attenzione ai segni dei tempi, a ciò che accade nella nostra vita e nella vita di chi ci sta accanto. Cercare di comprendere il mondo stando dentro questo mondo, che è tutto da amare e illuminare con la luce della Verità, perché l'ombra e la bruttezza della Menzogna, che rende l'uomo schiavo, siano a poco a poco allontanate dal suo cuore. Un cuore di figlio e, per questo, liber-o. 

Ricordare il grande evento del Concilio Vaticano II vuol dire essere disposti, di nuovo, a convertire il cuore, a guardare a Gesù come all'unico vero Maestro, capace di dirci quale via seguire per annunciare a tutti il nome di Dio, il nome del Padre. 

Ecco allora che la Parola di oggi parla da sola, nella sua semplicità, nella sua precisione, nel suo essere parola schietta e diretta. Senza altri commenti, nostalgie o divisioni ideologiche. Solo chi ha nel cuore Gesù e il suo Vangelo, ama davvero la Chiesa. Tutto il resto sono solo parole di uomini... 


«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». E disse loro una parabola: «Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno». 


Lc 21, 25-33


mercoledì 10 ottobre 2012

PERCHE' PREGARE?

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre,sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, e non abbandonarci alla tentazione».
Lc 11, 1-4


Cosa vuol dire pregare? Occorre chiedercelo, perché spesso ci dimentichiamo di farlo e quindi ne scordiamo l'importanza. Ma anche chi prega, non sempre si rende conto di quello che sta facendo. Ci sono preghiere imparate da bambini, ci sono modi di pregare che ognuno si inventa. Si prega in chiesa, in casa, sul vagone della metro o in mezzo al traffico. Si può pregare sempre. Perché? Pregare non è solo un dire delle parole, magari che si sanno a memoria. Pregare è coltivare una relazione, un'amicizia, quel rapporto di bene che c'è tra Dio e l'uomo, tra il Padre e i figli. Quando Gesù insegna a pregare ai suoi discepoli non fa altro che suggerire parole che aiutino a vivere questo rapporto straordinario di bontà, di misericordia, di perdono, di amore, di paternità. E così facendo, coltivando questa amicizia speciale, chiediamo a Dio di far essere le cose così come Lui le ha pensate: con il suo cuore buono di Padre. Pregare significa essere capaci di dire "Padre", per vivere con Lui una vita da figli e tra di noi da veri fratelli.