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mercoledì 2 novembre 2011

GOOD ALONE, AMAZING TOGETHER!

Quando passa l’estate e le vacanze lasciano il posto ad un nuovo anno lavorativo, ci prende spesso un sentimento, che sa un poco di tristezza e un poco di nostalgia. Quando passa l’estate e il caldo di quei giorni, si riaprono le ante degli armadi, per recuperare qualche maglione, qualche felpa, una giacca un po’ pesante. E tutti i giorni sembrano un po’ più pesanti. Si dice che la vita riprende il solito “tran-tran”, che tutto torna come prima, che anche la natura si intristisce e pare morire. Le piante perdono le foglie, il cielo diventa grigio, le giornate si accorciano...
I colori sembrano venire meno. 
Ok. Fin qui la parte melanconico-romantica del racconto. Ma la realtà è ben diversa. Almeno per quanto abbiamo potuto vedere, incontrare e vivere. I colori. I colori sono stati i protagonisti di un viaggio durato tre giorni. Destinazione: Firenze. Mete aggiuntive: Barbiana e Loppiano. Un giro toscano per una novantina di ragazzi e ragazze adolescenti, dei primi tre anni di scuola superiore, e per i loro educatori. Un’uscita, un viaggio, un pellegrinaggio. Forse qualcosa in più. Classico, ma non troppo. Una visita caratterizzata dai colori. Li abbiamo notati appena giunti presso Barbiana, mentre salivamo la strada in collina, che porta alla chiesetta di S.Andrea, alla casa-scuola di don Lorenzo Milani e al piccolo cimitero in cui il corpo di questo prete geniale riposa. Colori vivi, colori accesi, di piante, di cielo, di natura. Son colori visibili ad occhio nudo, ma non solo. Oltre all’apparenza delle foglie, abbiamo scorto le sfumature dei racconti di Michele, ex alunno della scuola di Barbiana. Sfumature che sanno di passione, di una vita spesa ad insegnare e ad imparare l’arte del vivere, la bellezza delle parole e la capacità di stare al mondo vivendo appieno la propria libertà. Michele non ha citato direttamente una delle frasi più famose di don Milani (quella di un calcio nel sedere domani per ogni parola sconosciuta oggi), ma durante il racconto della storia di Lucianino, allievo proveniente da una cascina a un’ora e mezza di strada dalla scuola, ci siamo tutti stupiti al sentire quanta fatica un tempo si faceva per non perdere neppure un giorno di scuola, quanta importanza le veniva data dagli alunni (o, come si dice a Barbiana, “creature”), dai genitori e dall’unico insegnante, che era don Lorenzo stesso. “Signor Priore, noi non siamo del suo popolo, noi stiamo dall’altra parte del monte, ma vorrei chiederLe di poter mandare nostro figlio alla sua scuola, perché non voglio che Lucianino rimanga tra noi meschini, capaci soltanto di fare l’”o” col fondo dei bicchieri”. Queste le parole di una madre, della madre di Lucianino, che chiedono a don Milani di prendere nella sua piccola scuola anche suo figlio, perché non rimanesse nell’ignoranza meschina e buia, perché crescesse imparando la bellezza dei colori della vita.
A protezione di quella scuola, come patrono di ogni studente, un santo monachello (Santo Scolaro) col libro di fronte al volto per far si che ogni studente possa immedesimarsi in lui, rappresentato in un mosaico di vetro. Bello, simpatico, colorato! Ci ha accolti poi una città fiorita: Firenze, immersa ancora in un clima tardo estivo, illuminata da un caldo sole che ci ha mostrato le bellezze di questa opera d’arte di città. L’abbiamo attraversata e visitata, a piccoli gruppi, con il sorriso sulle labbra, con la semplicità di un grande gruppo di amici. Qualcuno, incontrandoci, ci ha fatto i complimenti: perché eravamo in tanti (ma questo ha la sua relativa importanza), perché siamo stati educati, ma soprattutto perché siamo apparsi come “persone belle!”. Non so da cosa sia dipeso. Qualcosa, forse, la si è capita durante l’ultima giornata di viaggio, passata a Loppiano. In questa città abbiamo assistito alle testimonianze di numerosi giovani e famiglie appartenenti al movimento dei Focolarini, che hanno scelto di vivere la loro vocazione di cristiani nella forma di una comunione di vita, puntando tutto sull’ideale evangelico dell’essere una cosa sola. La caratteristica di Loppiano è l’internazionalità: fondata una cinquantina di anni fa, è nata dal grande sogno di Chiara Lubich: far nascere un luogo dove persone diverse potessero vivere insieme da fratelli, per mostrare che un mondo diverso può esistere. Ed esiste davvero! La messa di Tutti i Santi, celebrata insieme alla comunità locale, è stato un momento di intensa preghiera: animata dai giovani “Gen”, concelebrata con alcuni sacerdoti del posto, tutti noi ci siamo accorti della grande partecipazione a quel momento, forse anche aiutata dalla bellezza della chiesa in cui abbiamo celebrato l’Eucaristia. Le vetrate colorate, rappresentanti i misteri principali della nostra fede, illuminate dal sole di mezzogiorno, proiettavano su tutti noi i colori più belli. Vere anche per noi, allora, le parole della Lubich, che per spiegare l’esperienza dei Focolari diceva: “Il segreto è quello di aver rischiato la vita per il più grande ideale: Dio!”. Forse questi nostri giorni sono stati un po’ così: “rischiati”. “Rischiati” perché eravamo davvero tanti e quando si è in tanti a volte qualcosa di importante può sfuggire; “rischiati” perché non tutti ci si conosceva e il non conoscersi è spesso il motivo che frena dal vivere nuove esperienze; “rischiati” perché... abbiamo vissuto delle divertenti esperienze di incontri “notturni”. Ma questi, se permettete, rimarranno nostri ricordi. A tutti noi rimangono questi e tanti altri ricordi: i sorrisi, i canti, la semplicità e la simpatia di ragazzi adolescenti, che contrariamente a quanto si dice, hanno voglia di vivere una vita vera e piena; l’impegno dei giovani che regalano la loro vita come educatori; il desiderio di camminare ancora insieme, “rischiando la vita per l’ideale più grande: Dio!”.
E se anche tornando a casa abbiamo trovato la nebbia, il freddo, qualche foglia in meno sugli alberi, non fa nulla: i colori della vita e della fede vissute insieme ci hanno caricati, come in un sogno, fino alla prossima bella stagione.



Bella vita la nostra?
Sì!

lunedì 1 agosto 2011

IL SOLE DENTRO, ovvero IL PIÙ GRANDE SPETTACOLO DOPO IL BIG BANG

Oggi analisi del testo. Alla mia maniera.
Titolo:

"Il più grande spettacolo dopo il big bang”




Il bello degli esseri umani è la loro capacità di amare e di lasciarsi amare.
Il brutto degli esseri umani è quando non fanno l’uno e non permettono l’altro.
La fortuna degli esseri umani è quella di poter “fare”, nel senso di vivere, sperimentare, donare, far sentire amore a bassissimo costo. Praticamente gratis!
Per amare, ce lo insegna il buon Dio, bisogna sempre essere in tre, perché i soggetti dell’amare

“siamo noi, io e te!”

Sì: noi, io e te. Io che scrivo e tu che leggi e noi insieme. Tu che leggi e la tua fidanzata e voi insieme. Tuo fratello e il suo migliore amico e loro insieme. Il migliore amico di tuo fratello e la sua mamma e loro due insieme. Et cetera, et cetera… e loro insieme.
La ricchezza dell’uomo è che può passare la sua vita ad amare.
La sua povertà è tutte le volte in cui si astiene dal farlo. Non serve essere pronti per amare, non bisogna studiarlo da qualche parte. Occorre solo cominciare. Un po’ come quando uno prende in mano

“la chitarra senza saper suonare”.

Il caro Lorenzo penso sia in grado di esprimere bene questo pensiero che mi porto dentro da molto tempo. La fortuna dell’uomo è che ha un solo cuore per amare. Penso sia uno dei pochi casi in cui una sola unità vuol dire ricchezza.
Per capirlo va provato. Per provarlo va vissuto. Per viverlo bisogna “starci dentro”, dalla testa ai piedi, inzuppati fradici. Anche le lacrime fanno bene, se occorrono. Voler bene fino alle lacrime. Piangere perché si è sentito il bene, il bello, il vero. Emozionarsi perché si è toccata la gioia. Proprio come a Natale, quando chi riesce ancora a sognare si emoziona davanti al bene che tenta di farsi strada in un mondo di buio e di maschere, che tenta di nascere in ogni vita, più o meno complicata, più o meno felice.
Chi non si lascia toccare dalla gioia, a Natale come in estate, non riesce a toccarla.
E allora da qui nasce l’invidia, la nostalgia, l’incredulità, lo scoraggiamento, la lamentela, la rabbia, l’irragionevolezza di pensieri, parole e azioni, che non fanno il bene di nessuno. Da qui nascono anche i vizi, quelli che si istituiscono al rispondere sempre “sì” al capriccio di un bambino, l’inizio della sua rovina. Chi non tocca la gioia non vuole che altri stiano nella gioia. E che fanno? Mormorano. Ma chi riesce a toccarla non si ferma davanti a niente.
Altro che..

“..musica, altro che il Colosseo,
altro che America, altro che l'exstasi,
altro che nevica, altro che Rolling Stones,
altro che football...
altro che Lady Gaga, altro che oceani,
altro che argento e oro, altro che il sabato,
altro che le astronavi, altro che la tv,
altro che chiacchiere..”.

Si, chiacchiere. Solo chiacchiere. Il miracolo al quale abbiamo assistito è stato piccolo, perché i miracoli veri della vita di tutti son quelli senza visioni. Son quelli che ti permettono di dire: “il caso non esiste”, ma esiste una mano forte e buona che ti tiene in piedi, che ti rialza quando cadi; una mano un po’ ruvida dagli anni, che ti insegna, se non sei ancora capace, ad allacciarti le scarpe e a schioccare le dita. Il miracolo (senza esagerare) è quello di vedere ragazzi che pongono fine, ancor prima dei grandi, alla “guerra dei bottoni” così ancora diffusa in tutto il mondo, ad ogni latitudine.
Il più grande spettacolo dopo il big bang è vedere ragazzi, che molti giudicano superficiali, piangere dalla gioia. Nessuno parlava attorno al falò dell’altra sera. Eppure si era in centoquaranta. Ognuno teneva per mano almeno due persone. Così si era ancora una volta in tre. Numero perfetto, perché aperto all’altro. Aperto come un abbraccio, che non chiude per possedere, ma si apre per donare con gioia.
Cito I., educatrice ventenne:
"L'ultima sera chiedo a un ragazzo in lacrime ‘Perché piangi?’ ‘Sono triste perché il campeggio finisce!’ ‘Ma perché ti è piaciuto così tanto?’ ‘Per i volti nuovi, perché era UNITO’, ‘...ma anche se stai piangendo perché è finito, adesso sei più triste o felice?’, ‘FELICE!!!’"

Io e te...
che ci abbracciamo forte,
io e te, io e te...
che ci sbattiamo porte,
io e te, io e te...
che andiamo contro vento,
io e te, io e te...
che stiamo in movimento,
io e te, io e te...
che abbiamo fatto un sogno
che volavamo insieme,
che abbiamo fatto tutto
e tutto c'è da fare,
che siamo ancora in piedi
in mezzo a questa strada,
io e te, io e te, io e te!
[…]
che abbiamo fatto a pugni,
io e te, io e te...
fino a volersi bene,
io e te, io e te...
che andiamo alla deriva,
io e te, io e te...
nella corrente....io e te!
Che attraversiamo il fuoco
con un ghiacciolo in mano,
che siamo due puntini,
ma visti da lontano,
che ci aspettiamo il meglio
come ogni primavera,
io e te, io e te, io e te!

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi...io e te!


In questi giorni penso di aver capito un po’ di più da dove arriva la paura dell’altro, del diverso. Da dove proviene quella gelida diffidenza che fa sospettare di un altro uomo, che fa avere paura di uno che, a conti fatti, è come noi, io e te.
Il più grande spettacolo dopo il big bang è l’amore.

A chi c’era, a chi non c’era.
A tutti, ai piccoli e ai grandi GuerrieriDragone.
Grazie.





Ho preso la chitarra senza saper suonare,
è bello vivere anche se si sta male,
volevo dirtelo perché ce l'ho nel cuore,
son sicurissimo...amore!


Lorenzo Cherubini, Il più grande spettacolo dopo il big bang.



venerdì 13 maggio 2011

PAUSA…

...lettura.
Continua, lentamente, la scalata verso il 63° esame. E continua pure la lettura dell’autore del mese aprilemaggio, Volo.
…
Intrinsecamente, semi di verità son dispersi qua e là in tutto lo spazio e il tempo di questo universo, così amorevolmente creato parecchi anni fa. Così capita di imbattersi anche in pagine interessanti. Pagine reali, meglio, realistiche, che ti fanno pensare che alla fine siam tutti sulla stessa barca. E, se la barca sta affondando, è il caso di darsi da fare per aiutare a salvare il maggior numero di vite. Nonostante tutto.
Lo scopo di questo blog è condividere un po’ di cose che mi fanno bene, nella speranza che lo possano fare anche a chi legge.
Allora condivido. Chissà se è reato…

Una sera, quando ero piccolo, mi ricordo che con la mia famiglia e quella di Nicola siamo andati al luna-park. Prima di ritornare a casa siamo andati in una bancarella di pesci rossi, quelle dove devi tirare le palline nei vasetti, e se fai centro vinci un pesce.
Volevo assolutamente un pesce rosso.
Si poteva scegliere: o lo compravi o provavi a vincerlo. Mio padre mi disse: «lo compriamo?». Io risposi di no e decisi di giocare. La ragazza incassò i soldi e mi portò dieci palline colorate. Le mise in un cestino come quello che aveva mia sorella sulla bici Graziella e mi disse: «Buona fortuna».
Dieci tiri, avevo dieci tiri, dieci possibilità. Al quinto tiro non ce l’avevo ancora fatta, guardai nel cestino e quell’effetto scenico delle palline colorate era decisamente meno appariscente. Tirai la sesta, niente. Settima, macché. Ottava nemmeno a sparargli. Nona fuori di poco, decima e ultima bordo, bordo, bordo, fuori. Tutta la delusione del mondo. Non ce l’ho fatta. Niente da fare, le palline rimbalzavano sui bordi dei vasetti e poi cadevano fuori. Accidenti.
Ho capito poi con gli anni di chi era stata la colpa. Cazzo... non si dice buona fortuna. E lei lo sapeva, la sinta lo sapeva: era una imprenditrice e con il suo «buona fortuna» statisticamente dava via meno pesciolini.
Nemmeno Nicola ci riuscì.
Alla fine comunque suo padre glielo comprò, allungò un bel cinquemila e prese uno stupendo superpesce rosso al mio amico. Mio padre mi disse di no. In macchina mentre tornavamo a casa, Nicola seduto sul sedile dietro con me, si guardava il suo pesciolino e io lo invidiavo. Mentre mi ripetevo dentro: «non è giusto, non è giusto, non è giusto» lui sembrava felice il doppio. Nicola godeva per il suo pesce e per il mio non-pesce.
Oggi che sono un ometto mi chiedo se mio padre – che quel giorno ho odiato con tutte le mie forze – abbia fatto bene oppure no.
Si può anche perdere. Lo avevo imparato. Credo sia sicuramente un caso se adesso Nicola è cocainomane.
Quella sera nelle mie preghiere chiesi a Dio perché avevo un padre così crudele e non uno come quello di Nicola. Mi ricordo per esempio che a scuola avevo dei compagni che mi dicevano: «Se mi promuovono mio padre mi compra la bicicletta. Se vengo promosso mio padre mi compra il motorino. Se sarò promosso mio padre mi comprerà un cane».
Io tornavo a casa e dicevo a mio padre: «Se mi promuovono cosa mi regali?».
E lui: «Se ti promuovono hai solamente fatto il tuo dovere. Niente di più».
Quelle sere nelle mie preghiere...
Poi magari un giorno così, senza motivo, senza una particolare occasione o ricorrenza, tornava a casa con una bicicletta nuova per me e mi diceva: «Regalo!».
Quelle sere nelle mie preghiere chiedevo a Dio di essere un bravo bambino e di non fare arrabbiare il mio papà che era speciale.
Con mio padre adesso ho un rapporto di una bellezza quasi commovente. Se ripenso alle nostre discussioni di quando ero adolescente... ora mi è tutto più chiaro, eravamo differenti e lo siamo ancora. Ma nessuno dei due ha più la necessità o la voglia di avere per forza ragione.
Le discussioni più divertenti erano quelle sul fatto che non volevo pagare le multe. Pur sapendo che le avrei pagate comunque di più, dopo, non riuscivo a fare diversamente. Era una specie di mania: dovevo ribellarmi. Mi sentivo un po’ il Braveheart del codice della strada. Come Mel Gibson avrei portato in piazza la rivoluzione, piuttosto che pagare un divieto di sosta.
L’altra discussione che ormai era praticamente un rituale nasceva nel periodo natalizio. Mio padre mi ripeteva tutti gli anni la stessa frase: «Vai a messa almeno a Natale».
F. Volo, Esco a fare due passi

Questa storiella mi ha fatto venire in mente, chissà perché, quella scalmanata di mia cug-ina, Martina Vivacebamb-ina, e la fiaba, tormentante fiaba, che negli ultimi tempi riempie pure le mie notti di incubi (anche stanotte!, ma almeno per oggi un motivo serio c’era!).
La fiaba è quella di Cappuccetto Rosso.
Se capita a qualcuno di cercarla sull’Enciclopedia Libera (più che libera direi gratuita, connessione a parte!) si scopre che la bamb-ina che porta il nome del suo cappott-ino rossoscarlatto, era tra le tante cose, anche cannibale.
Sic!
La storia – dice il wik-compilatore - è incentrata sull’antitesi bene e male, villaggio e foresta, uomo e lupo, gente buona e gente cattiva, paura degli sconosciuti, dei diversi, evita chi non è come te, quello con la pelle colorata e non bianca, chi prega sul tappeto e chi dondolandosi contro un muro… ecc, ecc, ecc… .
Giudizio conclusivo: “un’antitesi tipicamente medievale.”
Medievale???
Ok. Con i dovuti accorgimenti, ci può stare. Accorgendoci che “l’uomo buono” a volte sembra più “cattivo” (etimologicamente: “prigioniero”) del Lupo nero e che il villaggio è spesso più pericoloso del pacifico e silenzioso bosco. A conti fatti è un po’ come se vivessimo in un’età di mezzo, un Medio Evo. L’ennesima età di mezzo. L’ennesimo Medio Evo.
Sognando un Rinascimento. L’ennesimo Rinascimento.
Trovando versioni diverse del racconto, non mi preoccupo più di tanto nell’aver sempre pensato che Red LittleCap fosse entrata su indicazione stessa della mamma nel bosco, con la sana raccomandazione, poi, di non fermarsi a parlare con nessuno. Pare invece, secondo altre fonti, che la cara mamm-ina avesse esplicitamente ordinato di non entrare in quella foresta (ovvio: in tutte le fiabe il bosco è abitato dal Lupo! Quanto non è babba quella bamb-ina?! Pure io però…!).
Eppure succede. Eppure RLCap entra in quel benedetto bosco e, trasgressione delle trasgressioni, si ferma a parlare con quel lupacchiotto (che poi banchetterà con nonnetta in calzamaglia e dentiera e nipot-ina disubbidiente).
La libertà di quella bamb-ina era stata messa in guardia dal comando della madre, preoccupata unicamente del bene di sua figlia, ma ha avuto bisogno di trasgredire una regola, di essere, almeno una volta, un po’ ribelle, di sentirsi “assolutamente” (cioè “sciolta”) "auto-noma "(cioè “con regole proprie”). Quella ribellione, che in realtà è ingenuità, le è costata cara, le è costata la vita.
E la vita, fiabescamente, l’ha persa sul serio.

Se finisse così mi pare davvero triste. Per fortuna c’è il cacciatore che ammazza il lupo (la frase non è né politicamente né ecologicamente corretta, ma la storia è questa e non la si può cambiare!): la nonna recupera la sua dentiera, si mangia la focaccia preparata dalla figlia, ringrazia e rimanda a casa la nipota, un po’ cresciuta, un po’ più matura, forse meno ingenua, perché ha capito che la vera ribellione è accettare e stare nel bene che riceve e che vive. Grata alla madre per le sue raccomandazioni e felice di essere ancora in vita.
Fine della storia.
Medioevo, Rinascimento.


Morale della favola:
Non fare il bullo, se non sei capace.
Ascolta tua madre: se ti rompe è perché ti vuole bene. Succede anche quando ti dice: “portati un maglione”, tu lo lasci a casa e poi hai freddo!
Puoi fare tutto quello che vuoi di testa tua, ma la vita funziona in un certo modo e provare ad evaderla non serve a niente. Restaci dentro!
Se vedi che tua nonna assomiglia più a un cane che.. a tua nonna e non ti fai delle domande, allora hai qualche problema!
Amen.


domenica 6 febbraio 2011

RAP FUTURISTICO




Il titolo mi pare obbligato. Un atto di carità, l’altra sera, mi ha inculcato in ogni singola cellula del mio corpo quella “canzone”. Non esce più. Nemmeno se mi sforzo. E lo sforzo è condiviso da tante persone. Perché quando quella canzone ti entra nelle orecchie, come un invisibile serpente, si aggroviglia attorno al tuo cervello, nella scatola cranica, affonda le sue spire giù fin nella gola, per fartela canticchiare in ogni angolo del mondo e per poi morderti allo stomaco. E poi dallo stomaco può prendere due direzioni. In entrambi i casi l’istinto non gli vorrebbe far fare una bella fine. Tant’è: anche nel caso in cui si riesce ad espellerla - la canzone - perché ad alcuni fa vomitare, ad altri fa qualcos’altro, non ce ne si può liberare tanto facilmente. Il serpente, infatti fa presto le uova e ogni cm della nostra esistenza è condannata a ridicoli contorcimenti corporei e a qualche rima, che senza dubbio “è meglio di prima” [ecco, gli effetti ancora presenti in me!], ma che globalmente non hanno alcun senso sensato.
Poche le cure. Forse un esorcismo. O forse qualche ricordo.
Sì: la scrittura di qualche ricordo di questi giorni dovrebbe pacificarmi un po’ le orecchie.

Allora parto da ieri pomeriggio. Un pomeriggio direi alquanto buio. Totalmente buio. O no? Immagino, scrivendo, di trovarmi di fronte le facce di chi era con me sabato pomeriggio. Se fossimo ancora là, non riuscireste neppure a leggere queste parole. Potremmo soltanto…dialogare. Entrando in questo mondo tuttobuio, mi è venuto in mente che, se diapason può voler dire “attraverso tutte le note”, dialogo potrebbe voler dire anche “attraverso le parole, attraverso i discorsi, attraverso i suoni, attraverso il senso, attraverso il mondo”, a seconda del significato si voglia dare alla parola logos (e ogni buon grecista sa quanti significati può assumere quella parola!). Al buio il mondo è davvero un’altra cosa. Scontato, banale direte voi. No, non lo è per niente. Se per un’ora e un quarto si può “giocare” a vivere in un mondo tutto buio, immagino come deve essere la vita di chi non vede realmente nessun colore, nessuna luce.
Lo immagino in questa settimana in cui tutto sembrava parlare dell’importanza della luce. La festa della presentazione, la candelora, l’ultimo post tutto sulla luce e su chi ne ha paura. Sabato pomeriggio mi sono fatto guidare da una persona che sa vedere la luce anche dove la luce manca. La sa vedere nei suoni, la sa vedere nei profumi, la sa vedere nel tono della voce delle persone che incontra, sapendone indicare anche l’altezza. La sa vedere anche nel nome proprio di una persona. Direi che la mia guida, cieca, mi ha insegnato che la luce la si può trovare nel mondo così come è creato. Nella vita, in quanto tale. Ogni giorno.
Uscendo da quel percorso, Ari ci consigliava di tenere un po’ socchiusi gli occhi perché forse la luce avrebbe potuto darci fastidio. Avremmo potuto soffrire un po’ di fotofobia, di paura della luce.
Tornando a casa, spalancando gli occhi, ringraziavo il cielo per il dono dei miei occhi. Occhi aperti per catturare ogni immagine, ogni suono, ogni volto, sapendo che nulla mi è dato per merito mio. Grazie Ari.

Oggi, invece, la situazione era totalmente ribaltata: dal nero al bianco. Bianco come il latte? No! Bianco come la neve di una gita spassosissima con centonovanta personc-ine, che hanno voluto semplicemente stare insieme. Un paio di spaventi belli grossi, un elicottero tutto giallo che rapiva uno dei bimbi a noi affidati, un cagnolone color miele.
E poi una bimba che voleva vedere il colore della mia macchina. Io, come tutti gli altri, sono venuto in pullman, ma la convinzione di un bambino è davvero qualcosa di irresistibilmente indistruttibile.
Ho girato quasi un’ora per tutti i parcheggi della zona, tirato da lei, che ad ognuna delle millemilioni di macchine parcheggiate mi chiedeva:
“È questa la tua? Di che colore è? Possiamo provarla?”
“No, non è questa la mia e non possiamo provarla?”
“Perché?”
“Perché non è nostra”
“Perché?”
“…”
“Perché?”
“Rap futuristico: A, B”
“… perché?”
“Già, bella domanda!”


QUOTATION: "Le mie rime la gente le mima, dopo tutto sono meglio di prima.." F.Fibra, Tranne te.
(mi chiedo come fossero le rime..prima)