sabato 12 aprile 2014

SULL'ASSURDA SCHIENA DI UN SOMARO

Ho sempre amato questa settimana. Una settimana santa, cioè sacra, vera, autentica, capace di farmi fare davvero silenzio, capace di farmi vivere la solitudine senza la paura di sentirmi solo, anche se tutto ciò che sono chiamato a vivere in questi giorni santi sarà un lento avvicinarmi alla solitudine più grande, quella della morte del Figlio di Dio, immagine cruda e terribile della morte di ogni figlio di Dio che muore, soprattutto del figlio innocente.
Ho iniziato questa nuova e autentica settimana questa sera, portandomi avanti sulla storia, buttando l'occhio quasi sul finale del racconto. Mi sono letto - diciamo - i capitoli finali del dramma, quelli che descrivono la parte più interessante, più cruenta, ma anche più emozionante. Fino a quando, su tutta questa storia, qualcuno ha deciso di metterci una pietra sopra 
"ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, 
sigillando la pietra e mettendovi la guardia"

scrive Matteo, nell'ultima riga del suo racconto della Passione di Gesù. 
L'incredulità umana ha bisogno di assicurare il silenzio e la morte del Figlio di Dio; necessita che una pietra sigilli e nasconda per sempre Gesù, la sua storia, le sue parole, il suo messaggio; ha interesse affinché nessuno parli più di ciò che
"quell'impostore disse mentre era vivo: dopo tre giorni risorgerò".

Oggi tutto ciò sembra assurdo: sembra assurdo pensare che Gesù, il figlio di Davide, accolto tra rami d'albero sventolati a festa, possa essere considerato un impostore da crocifiggere:
"ogni giorno stavo nel tempio seduto ad insegnare, e non mi avete arrestato"

Un impostore, la cui vita vale meno di quella di un brigante, o forse vale allo stesso modo di quella di quel Barabba, anch'egli figlio dell'Abbà presentato sempre come buono e misericordioso, eppure tante volte sentito così lontano dalla vita dei suoi figli. Sembra assurdo pensare che, dopo una morte così violenta, il silenzio della tomba piena verrà sostituito dal silenzio di un sepolcro vuoto. 
Sembra assurdo assistere e voler partecipare alla storia di un uomo incredibile, che chiede soltanto di essere creduto. Un uomo che ha cambiato e condizionato il corso di tutta la storia dell'umanità. Un uomo che per entrare da re nella sua città ha chiesto soltanto la schiena di un somaro. 
Assurdo un re così? 
Assurdo un uomo così? 
Assurda questa autentica settimana? 

giovedì 6 marzo 2014

DEDICHE


Che belle le dediche dei libri! 
Contengono tutti i segreti di uno scrittore nella forma di un accenno che può essere reso pubblico. Non di più, non di meno di un accenno. 
La fantasia vola di fronte a certi "a…" e si vorrebbe chiedere, indagare, sapere perché quel racconto è stato donato e dedicato a quella particolare persona, situazione, esperienza. 
La curiosità, molto spesso, si fa villana e l'essenzialità di una pagina bianca con appena tre o quattro righe di scritto la educa alla vera semplicità, che è umile e non pretende, mai, ma gode di poco e trasforma quel poco nella forza per iniziare a vivere una nuova avventura. 

"Perché le persone scrivono racconti?"
"Perché le persone leggono racconti?"



CASSETTO VUOTO

L'aggiornamento di questo blog è mostruosamente saltuario. Anzi, praticamente, quasi inesistente. In questa prima notte quaresimale, però, ho voglia di scrivere. Poche cose. Spero buone.

Questa mattina ho detto arrivederci a un collegaprof che se ne va. L'ho incrociato diverse volte in corridoio, quasi a ogni cambio d'ora, e più si avvicinava l'ultima campanella, più in lui cresceva l'emozione. Si è trovato di fronte a una bella e non facile scelta, che lascio riservata, perché è giusto così. Da mesi tento di farlo ragionare sulla bellezza di trovarsi di fronte al suo bivio, ma capisco tutta la sua agitazione: scegliere chiede di rinunciare e questa volta per lui la rinuncia è stata abbastanza grande.
Ore 13.10, fine della quinta ora. Inizia il dramma: svuotare il cassetto.
Ho assistito a questa scena quasi con la sua stessa commozione, ricordando le tante scatole riempite (e non ancora tutte svuotate) in questi ultimi anni di vita qua e là. Svuotare il cassetto in aula prof penso sia qualcosa di simile ai miei mille traslochi, nell'emozione, nei ricordi, nel pensare "questo non mi serve più" oppure "questo lo tengo, non si sa mai".
Scendendo le scale prima di uscire, ho avuto il coraggio di confidargli un'idea incosciente che mi è venuta e di cui, normalmente, mi vergogno un sacco. Succede spesso così: se le corde del cuore vibrano per un attimo sulle stesse frequenze d'onda, si è disposti a condividere anche le idee e i sogni più folli che ci abitano la testa e il cuore.

Basta ho già scritto troppo.
Buona fortuna, amico e collega. Rimani lo stesso perché sei forte così!


"Prof, quando ho saputo che l'avrei avuta ancora per tre anni mi sono messa a piangere. 
Ora che se ne va piango più di prima"
(Alunnachepiange, 2a LC)

venerdì 25 ottobre 2013

SORRIDETE: IMPERATIVO (del) PRESENTE!

I santi sono coloro che riescono a sorridere, sempre. Non per ingenuità o per una fortuna sopra la media. E nemmeno perché le cose gli vanno sempre tutte bene. I santi riescono a sorridere sempre perché hanno un tesoro che alimenta la loro felicità. Un tesoro che “né ruggine” può consumare, “né ladro” può rubare. Un tesoro che rimane prezioso anche se le cose vanno tutte storte. Un tesoro al quale legano il loro cuore. 
In questi giorni, a scuola, una delle cose che mi fa più pensare è notare il numero di ragazzi che non riescono a sorridere. I motivi sono tanti, alcuni molti seri, altri più superficiali, ma in quelle classi con le quali c’è sicuramente più feeling, mi posso sempre permettere un sonoro rimprovero: guai a voi se perdete il sorriso! Sorridete! 
Oggi, venerdì 25 ottobre, ricordo due persone davvero speciali. Due persone diverse, un uomo e una donna, con vite diverse anche se simili: un prete e una suora, don Carlo e Ausilia. Entrambi non sono più in mezzo a noi. Entrambi hanno vissuto la loro vita per il Vangelo, per testimoniare la possibilità di una vita buona. Entrambi hanno cercato Dio tra gli uomini. Entrambi non hanno mai perso il sorriso. Entrambi sono santi. Il primo è già beato. La seconda lo è sempre stata. Perché chi porta nel suo nome l’impegno e il compito di aiutare gli altri (Ausilia da auxilium = aiuto) non può che essere beato, cioè felice. E non importa se in vita faceva sempre sorridere tutti e oggi ha fatto commuovere tutti, me compreso: sono felice, sorrido, perché ho voglia di essere più santo! 

 Grazie, don Carlo! Grazie, Ausilia!

domenica 11 agosto 2013

DRAMMI in SOL(e) minore

Drammi. Sciagure. Omicidi. Suicidi. 
Un aumentare sempre e costante di cose brutte che hanno per protagonisti ragazzi. Ci si stupisce, si rimane indignati il tempo di una notizia di tg. Poi la vita continua. I più sensibili ci ripensano qualche volta, ne fanno argomento di discussione con parenti o amici, ma la realtà non sembra dare segni di cambiamento. Anzi, pare proprio che lo stile sia quello del peggioramento. Lo dico senza pessimismo, ma con molto realismo. Lo dico con la mano sul polso di una parte della popolazione giovanile che mi è affidata, nell’angolino di mondo che mi è stato concesso di abitare. 
I problemi sono tanti. Troppi, grossi, complessi. I ragazzi, che escono dall’infanzia e vengono catapultati in una preadolescenza che sa già di vita vissuta e masticata, non hanno la forza per reggere alla battaglia della vita. Entrano così nell’adolescenza già stanchi, già delusi, già feriti, a volte a morte, da situazioni di crisi di cui non sono pienamente responsabili. Arriva allora la disillusione, che paralizza la voglia di fare, di cambiare, di riscattarsi, di sognare e desiderare un’altra vita. Un’adolescenza paralizzata che non riesce e non vuole sperare in una vita nuova, in una risurrezione, già in questa esistenza. Il problema educativo è sotto gli occhi di tutti e sulla bocca di tanti. Ma le cose continuano a non cambiare. Sarà questo il vero e più tremendo effetto della “crisi” di inizio millennio? Sarà questa sorta di paralisi generale che non permette di migliorare ciò che deve essere migliorato e di riscattare ciò che è imprigionato e senza vera libertà? Ai drammi giovanili prevedibili si aggiungono le sciagure, in casa nostra o in quel mare che pare la via di fuga verso una nuova vita, ma che spesso, troppo spesso, si trasforma nel sarcofago che seppellisce ogni speranza.
Abbiamo bisogno di Luce e di una Vita nuova. 
Basta nasconderci! 

Drammi in sol(e) minore del secondo fine settimana di Agosto, anno del Signore 2013. 
Ed è questo il punto: son passati duemila anni! 
- Roma, suicida 14enne gay, deriso ed emarginato, ragazzo si lancia nel vuoto da terrazzo. 
- Roma, accoltellato nella notte tra sabato e domenica un ragazzo 17enne. 
- Napoli, 18 e 17enne, rapinatori, investiti e uccisi dall’uomo rapinato. Il primo, padre di una bimba di due mesi. Il secondo sarebbe diventato padre domani. 
- Catania, morti annegati sei ragazzi minorenni egiziani, nel tentativo di sbarcare sull’isola. 
- Grosseto, 21enne fermato per aver accoltellato un uomo per motivi di droga. 
- Riccione, una settimana fa ragazzo di 17 muore per mix di alcool e Mdma.




sabato 10 agosto 2013

MOVE YOUR BODY

Sempre più conferme: per cambiare qualcosa nella vita bisogna muoversi. 
Sono abbastanza insopportabili le derive fataliste-deterministe ("io sono così, non cambio").
O meglio sono abbastanza ridicole. 
Il mondo chiede rivoluzione, ma la prima cosa da fare è darci una svegliata di carattere, di stile, di educazione, di semplicità. La deriva può essere sempre vicina, ma la soluzione non è impossibile. Anzi! 
In un giorno di COMPLETA vacanza (=cioè assenza totale di cose da fare e/o pensare) anche un brano musicale elettronico può incominciare a smuovere qualcosa. 
Almeno il corpo. 
Abbozzo di truzzissimo movimento discotecaro. 
Che robacce. 


MYB: move your body! 






la foto: penne alla norcina. è roba che tiene in vita per una settimana. 
Altroché!


sabato 29 giugno 2013

IL BATTITO DEL SOLE


Ci sono scene nella vita di tutti i giorni che tolgono le parole e il fiato. A volte fanno anche commuovere. C'è un'età della vita dove l'aggressività e un po' di rabbia si sfogano verso gli altri attaccando gli affetti e i sentimenti che si provano per i propri genitori. È l'età delle scuole medie e l'insulto più cattivo è sempre quello rivolto alla mamma. Quando succede, a quell'età, non si capisce più niente: si risponde con altrettanta aggressività o, peggio, si passa alle mani.
È successo anche ieri pomeriggio tra due ragazzi del centro estivo. Un insulto a mamma e la reazione fisica non ha tardato ad arrivare. Come responsabile sono intervenuto, isolando i due attaccabrighe (uno dei due dolorante e piangente per il calcio ricevuto a risposta dell'insulto) e preparandomi alla solita esortazione: avete entrambi torto, ma chi passa alla violenza fisica è più colpevole dell'altro.
Rimprovero il primo, che si medica con il ghiaccio la parte infortunata e lo congedo, preparandomi al predicozzo per il secondo, il manesco di turno. Ma... vengo anticipato da un gesto che mi ha lasciato pietrificato. Una mano tesa da parte del più infortunato e una frase "Dai, facciamo pace!".
Io immobile. Il manesco mi guarda, guarda la sua vittima, tende la mano per far pace, ma si accorge che non basta per dire la cosa bella che stava accadendo. Serviva un abbraccio. Forte, vero e pieno di commozione e amicizia. Perché a volte solo un abbraccio ci salva la vita, facendo avvicinare  il nostro cuore al cuore dell'altro, per farlo battere insieme, per continuare, insieme, a vivere con lo stesso affetto.
Non servivano altre parole o rimproveri: l'amore, quello puro, quello che più di tutto sa di vita, ha vinto anche ieri.
Ebbene sì: anche quello era Vangelo!



L'idea di "cantare" questa canzone in questo modo la trovo ugualmente fantastica!
che bella roba che è la vita! :)


giovedì 23 maggio 2013

ANCHE QUESTO E' VANGELO!


Saremo anche presi da tornado e crisi economiche, da gesti di follia che accadono per strada o dalla percezione di ingiustizia che pervade ogni ambito della nostra vita. Saremo anche tentati di pensare "non c'è più niente da fare in questo mondo malato e marcio", ma quando la vita ci ri-porta ai suoi momenti più essenziali (nascere, vivere e morire) tutto diventa sempre più semplice: gioiosamente, faticosamente o tremendamente semplice. La semplicità, nella sua vera applicazione, penso sia uno degli ingredienti che salverà il mondo. Insieme alla bellezza. Un mio ex vicino di casa, di due anni più giovane di me, è diventato papà. Ci separano: i kilometri di distanza, due vite -le nostre- completamente diverse, i molti mesi che non ci vediamo. Eppure lo stupore, la bellezza, la semplicità della buona notizia della nascita di suo figlio mi fa sorridere il cuore e mi dona tanta di quella gioia da non riuscire, almeno questa sera, a pensare alle tante cose che in genere non vanno. 

Grazie! E auguri!
Anche questo è vangelo!

venerdì 15 marzo 2013

FRANCESCO, STUPISCICI!

    


Dopo molto tempo, l'evento che sta entusiasmando tanti, penso meriti qualche parola di riflessione. Francesco, il nome unico di un uomo nuovo, in tutti i sensi. Nello stile, nella provenienza, nella capacità di comunicare qualcosa che non riusciamo ancora a comprendere. Un uomo che trova spazio perché un altro uomo, un uomo benedetto, gli ha lasciato il posto. Un uomo che nel dire "Buona sera", "Vi chiedo un favore", "Buona notte e buon riposo", ci ha emozionato come raramente ci è capitato. Un uomo che ha fatto pregare nello stesso istante milioni di persone con quelle parole semplici che la mamma o la nonna da piccoli ci hanno insegnato. Un uomo vestito di bianco sul quale qualcuno ha già voluto gettare macchie nere, facendo la gara per trovare lo scandalo. Ma, mi spiace per loro, almeno questa volta la sensazione di essere davanti a qualcosa di nuovo sarà più forte del pettegolezzo, del sospetto, dello scandalo che deve far tacere. Opinionisti-giornalisti di un certo tipo hanno tirato fuori ipotesi e storie vecchie, hanno spacciato foto di altri per sue, hanno generalizzato parole dette in contesti determinati sperando di avere una eco di scandalo. Un po' alla Dan Brown. Un po' in maniera romanzesca hanno tentato di far diventare cattivo il protagonista della storia di questi ultimi giorni. Peccato che la storia, questa volta, non appartiene a un romanzo, ma alla vita vera. Una vita, quella del mondo, quella della Chiesa, che ha voglia di cambiare, che ha voglia di sollevarsi da terra, che ha voglia di guarire dalle sue ferite. Una vita, quella del mondo, quella della Chiesa, ferita, una vita piena di errori fatti e commessi, una vita piena di scandali e cose che non funzionano ancora. Una vita che però ha voglia di andare avanti. 

Ieri sera, prima di addormentarmi, dopo essermi documentato su alcune questioni tirate in ballo per lo screditamento generale, mi è venuto in mente l'episodio dell'adultera portata a Gesù per essere giudicata. Un sacco di farisei, di scribi, di buon pensanti, di gente che si pensava a posto con la coscienza, capace di vedere tutti gli errori, di scovare lo scandalo anche nel luogo più segreto in cui lo si possa commettere, portano quella donna dal Maestro per sentire cosa ne pensa. Gesù, fa finta di niente, non si cura di loro e continua a fare quello che stava facendo. Ma l'insistenza di quei "rosiconi" gli fa pronunciare la frase più disarmante di tutta la storia: "chi di voi è senza peccato può incominciare a lapidarla". Curioso che il testo del Vangelo dica che i primi che se ne vanno sono i più anziani. La ricerca a tutti i costi dello scandalo fa diventare vecchi prima del tempo. 
Gesù non condanna la donna. Ma non la lascia andare via come se nulla fosse. "Vai e non peccare più!". 
Per tornare a vivere il mondo, la Chiesa, ogni uomo, ha bisogno di andare avanti, di rimettersi a vivere, a camminare, nonostante il suo errore e peccato. Per tornare a vivere il mondo, la Chiesa, ogni uomo ha bisogno di non sbagliare più. Le due cose vanno avanti insieme: andare avanti cercando di fare meglio di prima. 
Ogni lamentela, ogni tentativo di mettere in dubbio la buona fede dell'oggi con il ricordo dell'ombra di ieri, sa di vecchio. E ci ha un po' stancato. 

Francesco, stupiscici! 

giovedì 10 gennaio 2013

UNA PAROLA DI PATERNO INSEGNAMENTO





Tutto ciò che l’Arcivescovo Angelo Scola ha voluto dire alla città di Brugherio durante la sua visita sabato scorso penso abbia avuto il suo centro nelle parole dell’omelia, durante la celebrazione eucaristica. Il breve tempo passato in mezzo a noi ha, di fatto, ridotto a quest’unico momento la possibilità di ascolto del nostro pastore. Di quanto detto, in senso generale, mi ha colpito una caratteristica frequente nei discorsi e nelle omelie del nostro Cardinale: probabilmente grazie alla sua formazione e al suo essere stato per parecchi anni insegnante, ho sempre percepito nelle sue parole il desiderio di trasmettere molto di quanto la nostra fede cristiana cattolica a volte dimentica. Così, nel suo essere stupito per la grande partecipazione dei brugheresi all’evento, ci ha parlato dei Magi, protagonisti di una ricerca che è di tutti gli uomini e di tutte le donne di ogni tempo. Questa ricerca appassionata e instancabile è la vita stessa di tutti gli uomini che percepiscono - prima o poi, con esiti più o meno soddisfacenti – il bisogno di dare un senso alla propria vita. I Magi, questi tre uomini straordinari (tre perché così ci è stato detto dai nostri padri e noi, di chi ci ha preceduto, possiamo e in qualche modo dobbiamo fidarci) non hanno vissuto la loro ricerca come qualcosa fine a se stessa. Purtroppo, al giorno d’oggi, una certa cultura tende a sottolineare maggiormente l’importanza del viaggiare più che dell’arrivare. Ma un viaggiare senza arrivare che senso ha? Quando il viaggio diventa metafora della vita, il non giungere mai ad una meta o il voler rimandare sempre l’arrivo ad una destinazione che renda vera la gioia che desideriamo provare, quale beneficio può portare? Il coraggio, l’intelligenza, la fede di questi tre Magi venuti da molto lontano sprona ciascuno di noi a cercare quella “grandissima gioia”, che è Gesù, che è il fondamento di ogni vera speranza, non l’illusione di vivere senza problemi, ma la forza che quei problemi ci aiuta ad affrontarli. Come una stella verso la quale puntare la rotta dell’esistenza, verso la quale puntare il cammino che facciamo anche come Chiesa, come comunità cristiane, come Comunità pastorale. Quella dell’Arcivescovo è stata una parola di paterno insegnamento che ci deve spronare ancora di più a mettere Gesù Cristo al centro della nostra vita e che ci aiuti a vivere una vita buona per noi stessi, per i nostri concittadini e per il bene dell’intera società italiana.

sabato 29 dicembre 2012

ERODE COLPISCE ANCORA


È natale, viene nel mondo il figlio di Dio. 
 Ma il mondo i suoi figli li preferisce morti. 
 Dov’è Dio? 
Su quelle ginocchia! 
Erode colpisce ancora…

venerdì 23 novembre 2012

LO SO CHE È PRESTO, MA...


- Quei due 
sono davvero matti... 
ma cosa stanno facendo? 
Chissà da dove arrivano vestiti così, 
stanchi, sporchi, a quest'ora della notte. 
Su quell'asino vecchio che tra tre passi schiatta. 
E poi lei, quella ragazza! 
Avrà si e no quindici anni ed è già incinta! 
Ma chi è quello sciagurato che la porta in giro conciata così. 
Sembra più grande di lei, di qualche anno. Non ha niente nella testa!
Un po' mi fanno pena... spero che non vengano a bussare qui da noi, 
perché non ho minimamente voglia di aprirgli. 
Farò finta di niente, come se non fossimo in casa. 
Ah, ecco, si sono fermati dalla mia vicina. 
Lei è sempre ospitale, ha sempre un sacco di gente in casa... 
"mi dispiace, qui siamo già in tanti, non abbiamo posto...".
No, non ci voleva! adesso tocca a noi... che faccio? gli apro o non gli apro? 
Lui è sicuramente uno del nord, con quella faccia e quell'accento! 
Si arrangino, non si va in giro con una donna che deve partorire.
 Ho già le miei rogne a cui pensare... - 



Per qualcuno è già iniziato. Per altri deve ancora iniziare. Fatto sta che tra poco è Natale. Mi pare già di sentire l'eco lamentoso di chi non sento più il Natale come una volta. 
Come una volta? Perché che differenza c'è? Cosa è cambiato: il giorno? Il nome della Festa? Il nome del Festeggiato? 
Sarò lamentoso e spero di sbagliarmi, ma la realtà parla da sola, senza che noi la descriviamo a parole: abbiamo riempito il Natale con una montagna di significati che non gli appartengono. Lo abbiamo fatto diventare, per essere politicamente corretti -mamma mia quanto odio quella correttezza politica!-, la festa dell'inverno, la festa della neve. Natale è diventato sinonimo di vacanze, di neve, di pranzi e cene interminabili, di luminarie per strada, di code ai centri commerciali, di regali costosissimi; per qualcuno significa un viaggio in un posto lontano, il posto più lontano possibile da qui. A qualcuno il Natale rievoca cattivi ricordi, fantasmi del passato, che è meglio non tirare fuori dagli armadi della nostra anima.  
E così il Natale ci passa accanto. Come un giorno qualsiasi. Senza preparazione, senza accorgimenti, senza niente. 


- Caspita com'è tardi! questa sera non ho notato il tempo che correva 
e non mi sono accorto che sono già le due del mattino! 
Avevo da fare un sacco di cose: 
finire di sistemare la casa, 
dopo la festa di compleanno di mia figlia di ieri pomeriggio, 
sistemare i conti, le entrate le uscite, 
che da troppo tempo rimangono lì senza che nessuno che li guardi... 
e poi c'era il cane da portare a passeggio, 
l'immondizia da buttare, 
quel mobile da riparare, 
quel libro che volevo finire di leggere da tempo... - 


martedì 20 novembre 2012

NOVITA'



Da oggi i commenti al Vangelo, 
generalmente identificati con l'etichetta "da quale pulpito",
verranno postati su un nuovo blog. 
Ecco l'indirizzo 



Diapason continuerà a vivere, ovviamente, 
affinché la vita possa passare sempre attraverso tutte le cose!


Colgo l'occasione per ringraziare quanti visitano quotidianamente, 
saltuariamente o anche solo per caso, questo blog. 
In media siete una cinquantina al giorno. 
Tantissimi per me che non sono nessuno!

ciao

lunedì 19 novembre 2012

E COSI' È ACCADUTO

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: "Passa Gesù il Nazareno!". Allora incominciò a gridare: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!". Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: "Che vuoi che io faccia per te?". Egli rispose: "Signore, che io riabbia la vista". E Gesù gli disse: "Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato". Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio. 
Lc 18, 35-43

Al centro del Vangelo di oggi c'è una domanda che Gesù fa al cieco di Gerico: che cosa vuoi che io faccia per te? Quante volte anche noi avremmo bisogno di sentirci rivolgere una domanda del genere? Gesù lo chiede al cieco, diventato cieco per qualche motivo a noi sconosciuto, e lo chiede anche a noi, che ogni giorno rischiamo di perdere la vista, cioè rischiamo di non essere in grado di comprendere ciò che ci accade e di adottare l'atteggiamento giusto per affrontare le nostre giornate. C'è una grande fiducia in quest'uomo nei confronti di Gesù: ne ha sentito parlare molto (anche noi abbiamo sentito parlare spesso di Gesù) e non ha vergogna ad urlargli il suo bisogno. La fede di quest'uomo lo salva perché non si fa bloccare dalla vergogna, dalla pigrizia, dall'opinione degli altri. Non aspetta che qualcun altro si faccia avanti prima di lui: lui ha bisogno di una vita guarita e salvata e lui si fa avanti. È questo il motivo per cui si salva: perché ha il coraggio di saltare in piedi e di affidarsi ad uno che poteva farlo vivere di nuovo. 
E così è accaduto. 

venerdì 16 novembre 2012

PROPRIO DOVE SIAMO


«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. 
Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata». 
Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».


Lc 17, 26-37


Non c'è da aspettarsi grandi cose, grandi miracoli, grandi eventi: il regno di Dio entra nella quotidianità della vita e la trasforma migliorandola. Il regno di Dio è Gesù con il suo insegnamento, mai conosciuto abbastanza, spesso presupposto, perché ci ricordiamo di qualche paraboletta imparata al catechismo da bambini e pensiamo ci possa bastare. La vita può continuare anche così: da un lato il grande desiderio di migliorarla, di trovare un po' di pace, una gioia vera, che renda felici al di là di ciò che accade; dall'altro la fatica, forse la pigrizia, di non lasciar cambiare le giornate così come le viviamo, di non avere quegli occhi capaci di guardare alle cose e alle persone così come guardava Gesù. Si rimanda sempre la scelta di diventare veri discepoli del Maestro, perché c'è sempre qualcosa da fare: mangiare, bere, comprare, vendere, piantare, costruire, prendere moglie o marito. Ma è proprio in quel qualcosa da fare (la vita) che Gesù aspetta i suoi discepoli. Lui ci aspetta proprio dove viviamo, proprio nelle cose che facciamo tutti i giorni. Chiede di vivere le nostre occupazioni con lo stile che ci ha insegnato. Chiede di essere lievito, invisibile ed efficace, nella pasta delle cose del mondo. Chiede conversione, ogni giorno; chiede di essere luce, ogni giorno; chiede di essere amore, ogni giorno; chiede di cercare e trovare una direzione e un senso. Il coraggio, la voglia, la decisione di farci istruire dalla semplicità disarmante del vangelo deve partire da noi, dal nostro vivere quotidiano, dalle cose che facciamo, perché è solo nella vita quotidiana che si guadagna la vita eterna. Il regno di Dio è già qui, in mezzo a noi; il paradiso iniziamo a costruirlo noi, con le nostre mani. E in quel regno ci entrerà soltanto chi vorrà. Chi non vorrà continuerà a fare quello che faceva e verrà lasciato. 

Dove (verrà lasciato)? 
Dove sarà il cadavere, dove non ci sarà più vita, dove la vita non avrà più senso. 
E là, ci saranno anche gli avvoltoi. 

giovedì 15 novembre 2012

IN MEZZO A VOI!


Interrogato dai farisei: "Quando verrà il regno di Dio?", rispose: "Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!". Disse ancora ai discepoli: "Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: Eccolo là, o: eccolo qua; non andateci, non seguiteli. Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione. 

Lc 17, 20-25


Il regno di Dio non è un luogo del mondo. È un modo di stare nel mondo. La vita, spesso, ci convince di come occorrerebbe essere un po' scaltri per non farsi azzoppare dalle vicende che accadono: bisogna farsi furbi, scaltri, saper riconoscere l'imbroglio e, se possibile, imparare a imbrogliare noi per primi. 
Ma questo modo di stare nel mondo non è secondo il Vangelo e chi vive in questo modo non comprenderà mai la logica del regno di Dio, che è la logica stessa di Dio. Il regno di Dio è in mezzo a noi, perché è Gesù stesso, è il modo in cui ci ha insegnato a vivere e ad amare. È lui, con le sue parole, con i suoi insegnamenti, con i suoi inviti a seguirlo anche laddove costa più fatica, anche dove il peso della croce sembra schiantarci a terra, anche dove nessuno lo riconosce. È un regno che comprende l'intera esistenza e per entrare a farne parte, già da oggi, da questo momento in cui leggiamo queste parole, occorre umiltà, semplicità, desiderio di farci provocare e trasformare la vita da Uno che ne sa molto più di noi. 

mercoledì 14 novembre 2012

UN "GRAZIE" PUO' SERVIRE A SDEBITARSI

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!". Appena li vide, Gesù disse: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: "Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?". E gli disse: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!". 

Lc 17, 11-19

Quando si è abituati a vivere le cose della nostra vita come fossero scontate, come se tutto debba essere dovuto, la prima parola a scomparire dal nostro vocabolario è la parola "grazie". La gratitudine, però, può esprimersi solo se ci si rende conto di aver ricevuto una grazia. Quell'unico Samaritano, tornato indietro per rendere gloria a Dio, cerca Gesù dopo essersi accorto di essere stato sanato: "Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro...". 
È vero che tutti sono stati guariti? Sì. 
È vero che tutti si sono accorti della loro guarigione? Sì. 
Allora qual è la differenza tra questo decimo lebbroso e gli altri nove? 
È la fede. 
La fede di quest'uomo, la fiducia totale che pone in Gesù, gli permette non solo di essere guarito, ma anche di essere salvato. La fede di quest'uomo gli permette, ancor prima di essere guarito, di guardare alla sua vita con uno sguardo umile, senza pretese, senza la pretesa di dover ricevere qualcosa a tutti i costi. 
Quante volte, invece, viviamo così la nostra vita!? Pretendiamo di essere riconosciuti, pretendiamo gratificazioni, pretendiamo che gli altri ci ringrazino per quanto facciamo per loro. Pretendiamo una ricompensa. Tante pretese senza, spesso, nemmeno un "grazie". 
Il bisogno di guarigione dal nostro egoismo, dal nostro egocentrismo, dal bisogno di essere qualcuno di importante per gli altri, può essere sanato solo con uno sguardo umile su se stessi, solo comprendendo e assumendo in noi l'atteggiamento del servo inutile, che serve per amore e non per interesse. 
Ecco che allora dire "grazie" non sarà più così difficile, perché ci sentiremo in debito nei confronti di ogni creatura: debito di vita e di amore.



martedì 13 novembre 2012

ESSERE INUTILI

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare". 

Lc 17, 7-10

Non c'è merito nel servizio: chi serve non lo fa per una ricompensa, per essere riconosciuto come "bravo". Un servo, semplicemente, serve. Senza nessun'altra pretesa. 
Il disagio che proviamo nell'ascoltare quell'aggettivo -"inutile"- è frutto di un vizio che abbiamo: quello del voler essere riconosciuti a tutti i costi come importanti e indispensabili, senza ricordarci che quanto ci chiede di fare Gesù è una gara di stima reciproca, un primeggiare nel metterci a servizio degli altri. Fino a quando non ci entra nella testa che gli altri sono più importanti di noi, chiunque essi siano, non capiremo mai la bellezza di essere considerati inutili, cioè inutilizzabili o, meglio, inutilizzati, perché già "usati" per il servizio che potevamo prestare. 
La tentazione di rendere anche la nostra buona volontà, anche il nostro volontariato, un oggetto di vanto è qualcosa di assolutamente insopportabile agli occhi di Dio, il quale, invece, ama di amore incondizionato, senza condizioni. 

Ecco la perfetta letizia di un servo: l'assoluta libertà dal suo egocentrismo!




lunedì 5 novembre 2012

BUON APPETITO!

Disse poi a colui che l'aveva invitato: "Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti". 
Lc 14, 12-14




La questione del Vangelo di oggi sembra essere circoscritta ad una situazione particolare, quella degli inviti a pranzo/cena. Sembra surreale quello che sta dicendo Gesù: non offrire pasti, non dare cene, non organizzare momenti di festa per i tuoi amici o per persone che contano; invita tutti quelli che non inviterebbe nessuno, quelli che ad un primo momento scarteresti senza ombra di dubbio. 
La stranezza di questa indicazione di Gesù dice già che quello che ci vuole insegnare oggi va al di là della circostanza del pasto. Lo stile di vita del discepolo di Gesù per prima cosa assume in ogni istante la forma di una festa, di un invito a condividere gioia, amicizia, ospitalità, accoglienza. Un discepolo di Gesù è gioiso, cerca di essere amico di tutti, è ospitale, è accogliente con le sue azioni, con il suo modo di porsi, di fare, di parlare agli altri. La vita, così, diventa tutta una festa. Una festa alla quale occorre invitare soprattutto coloro che hanno bisogno di ciò che possiamo offrirgli: i ricchi, gli amici, i nostri fratelli, già godono sempre della nostra amicizia e della nostra bella compagnia. Gli ultimi, i poveri, gli ammalati, gli anziani, coloro che non hanno da ricambiare, quelli che faticano a credere, quelli che si sentono lontani o abbandonati da Dio, quelli che stanno sul muretto a fare baldoria o chiusi da qualche parte a cercare felicità in erbe esotiche, sono i più bisognosi dei nostri inviti, quelli più bisognosi di ricevere da noi un po' della nostra vita, una "fetta" di quella vita che ogni giorno vogliamo farci trasformare in meglio da Gesù. 
Ecco, allora, che diventiamo senza tanta fatica annunciatori delle buone parole di Gesù, del suo Vangelo: con la festa della nostra vita e, perché no, con il sederci allegramente a tavola. 

Buona vita! 
E buon appetito! 

giovedì 1 novembre 2012

INCOMINCIARE A FARE COME LORO

Sembra ormai una tradizione quella che caratterizza questi primi giorni di Novembre, tra vari festeggiamenti, festività e commemorazioni.Siamo forse abituati, e un po’ aspettiamo questi giorni autunnali, in cui generalmente ci si ferma, le scuole chiudono, il lavoro per molti è sospeso e in qualche modo siamo chiamati a fare festa. C’è chi fa festa provando a imitare un carnevale un po’ americano, chi partendo per qualche giorno di vacanza e chi, come molti cristiani, dedicando un po’ del loro tempo e delle loro preghiere per due categorie di persone, molto particolari: i santi e i morti. Dei nostri cari morti non ci occupiamo oggi, perché la festa di questo primo giorno di Novembre riguarda i santi. Anzi, Tutti i santi.

E quella di oggi è una festa, una solennità, che la Chiesa ci propone per fare principalmente tre cose: RINGRAZIARE, IMPARARE, IMITARE.

Oggi noi, con la messa che celebriamo per questa festa, facciamo una cosa che normalmente viviamo tutte le domeniche: ringraziamo Dio per un dono grande. Di domenica ringraziamo per il dono di Gesù, della vita di Gesù nel giorno della sua risurrezione, nel giorno del Signore. Nella Solennità di tutti i santi noi diciamo grazie a Dio perché ci ha donato, nel corso della storia, tantissime persone, uomini e donne, giovani e anziani, religiosi e genitori, in ogni parte del mondo, che ad un certo punto hanno deciso di fare sul serio con Gesù e con il suo Vangelo. A tutte queste persone, a tutti questi santi, ad un certo punto non bastava più “dire” di essere cristiani, non bastava più andare a messa tutte le domeniche, magari a volte un po’ controvoglia. A tutte queste persone il Vangelo di Gesù è piaciuto talmente tanto che hanno deciso di viverlo, cioè di metterlo in pratica, quasi alla lettera. Diciamo grazie a Dio, allora, perché ci ha mostrato con queste persone, che vivere il Vangelo è davvero possibile; che le parole di Gesù non sono soltanto una storiella che serve per consolarci dalle cose brutte della vita, ma qualcosa capace di renderla bella, buona e vera. Noi, oggi, ringraziamo Dio Padre e Tutti i santi proprio per questo motivo: perché ci dimostrano che credere in Gesù e nel suo Vangelo è possibile; ed è meglio farlo, che far finta di niente!

Ma con questa Eucaristia noi non vogliamo soltanto ringraziare e dire: "bene, grazie santi per aver vissuto una bella vita, adesso noi pensiamo alla nostra". No! Se ci limitiamo a ringraziare, a partecipare a questa Eucaristia, non cambierebbe forse niente. Dai santi occorre imparare il loro segreto, quel segreto che gli ha permesso di vivere una bella vita, una vita felice e di arrivare al giorno della loro morte senza paura e senza angoscia. E il loro segreto più grande, da sempre, è stato quello di prendere sul serio la Parola di Dio, il Vangelo, e di lasciarsi trasformare a poco a poco la vita dalle parole stesse di Gesù.
Noi oggi abbiamo ascoltato una delle pagine più belle e famose del Vangelo, quella delle Beatitudini. Gesù si trova di fronte a tantissima gente, molto diversa. La maggior parte di queste persone si trova a vivere situazioni di fatica, di difficoltà, di dolore, di tristezza. O forse semplicemente, come la maggior parte di noi, quella gente aveva qualche problema, che da sola non riusciva a risolvere, che senza una speranza non riusciva ad affrontare.
Gesù parte proprio da qui, dal vedere come sono messi gli uomini, per regalare a loro la speranza della felicità. Non l’illusione, non una bugia, ma la speranza di essere davvero felici, nonostante le prove e le fatiche di ogni giorno.
Beati i poveri in spirito, cioè i semplici;
beati quelli che piangono per qualche motivo;
beati i miti;
beati coloro che vogliono giustizia;
beati i puri di cuore, coloro che non guardano agli altri e alla vita con uno sguardo cattivo, non buono, non puro;
beati coloro che amano vivere nella pace, nella pace delle relazioni personali, senza farsi dividere da litigi e discussioni;
beati anche coloro che vengono perseguitati o causa della giustizia, cioè delle cose giuste da fare, oppure a causa del Vangelo, chi viene preso in giro perché si dice cristiano o chi, come in tante parti del mondo ancora oggi, solo perché cristiano, viene ucciso con la violenza.
I santi, quelle persone normali, quelle persone come noi che hanno deciso di vivere il vangelo al 100%, senza sconti, hanno vissuto già su questa terra con la speranza di questa pagina di Vangelo. Non sono stati illusi dalle parole di Gesù, ma le parole di Gesù hanno illuminato anche le zone più buie della loro vita e così, con questa luce in più hanno saputo andare avanti, nonostante tutto, anche di fronte a chi, in moltissimi casi, ha preferito togliere loro la vita uccidendoli proprio perché cristiani.

E infine, questa festa ci chiede di imitarli. È bello sentir parlare dei santi, magari ciascuno di noi ha il suo santo preferito, più o meno recente. È bello e commovente leggere la vita di qualche santo, conoscere ciò che ha fatto. Ogni tanto anche in tv possiamo vedere qualche film che ci parla della vita di qualcuno di loro.
È bello e giusto ricordarli e fare festa per loro, ma è ancora più bello e più giusto incominciare ad imitarli, incominciare a fare come loro, incominciare a capire che vivere il Vangelo non è qualcosa di troppo difficile, non è qualcosa di troppo lontano. Il Vangelo è possibile metterlo in pratica sempre, ad ogni età, qualsiasi cosa siamo capaci di fare o non fare. Perché è ciò che Gesù vuole e chiede a ciascuno di noi: di essere beati, cioè felici.
E chi di noi non vuole essere così? Chi non vuole essere davvero felice? E chi, davanti a Dio che mostra qual è la strada della felicità, non è disposto a percorrerla subito?

Ringraziare, imparare, imitare.
Sono queste le tre cose che vogliamo fare a partire da questa giornata.
Ri-partiamo da questa festa con la consapevolezza che da oggi, tra tutti questi santi che oggi festeggiamo, c’è un posto anche per noi.