domenica 20 novembre 2011

FELICI E CONTENTI

Primo articolo della Costituzione italiana: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".
L'Italia è dunque una repubblica e a decidere come devono andare le cose dovrebbe essere il popolo, l'insieme cioè di tutti i cittadini italiani. 
Ci sono poi alcune nazioni, che non sono governate da una repubblica. In alcuni stati, anche vicini a noi, vige da tanti anni una monarchia, dove il potere è più o meno esercitato da un monarca, cioè da un re.
Quando noi "repubblicani" pensiamo ad un re, ce lo possiamo immaginare all'interno del suo palazzo, circondato da tante persone che lo servono e lo riconoscono come il capo assoluto. 
Conosciamo i re delle favole, quelli che permettono di finire la storia "tutti felici e contenti". 
Guardando la tv, qualcuno si sarà anche emozionato quando il futuro re di Inghilterra si è sposato con la sua principessa. E ci capita di sentire sempre tanti pettegolezzi sulla vita dei re di questa terra. 
A volte, qualche re diventa pazzo, e invece di governare con saggezza il suo popolo, si trasforma in un tiranno e obbliga i suoi sudditi a vivere nella paura e nella povertà, spesso in situazioni di guerra, quasi sempre senza libertà. 
Oggi, noi cristiani, celebriamo la Solennità di Gesù Cristo, Re dell'Universo. 
Anche per il nostro re si fa una grande festa. 
Ma a chi facciamo festa oggi? A un re vanitoso? A un re dittatore? A un re come quello delle favole? Che tipo di re è Gesù?
Le letture che abbiamo ascoltato ci aiutano a capirlo un po’. Il profeta Ezechiele, in una delle sue particolari profezie, parla a nome del Signore e ci racconta come Dio stesso si comporta con il suo popolo: un Dio che ha cura di tutti gli uomini, come un pastore ha cura di tutte le sue pecore, le conosce una ad una, le cerca personalmente. Un Dio che di mestiere fa il pastore, che si dà un sacco da fare per le sue pecore perché le ama, con tutto se stesso e non fa mancare loro mai nulla. Un pastore così premuroso ogni pecora (se capisse) lo vorrebbe avere! Un pastore che non è solo un uomo buono, ma è Dio stesso che si fa uomo e si fa pastore, mettendosi al servizio della nostra vita. Così che, anche se “per mezzo di un uomo venne la morte”, e anche se ci sono un’infinità di motivi che non ci fanno percepire la bontà e la bellezza della vita, e della vita come figli di Dio, siamo certi, nella fede, che “per mezzo di un uomo” tutti riceveranno la vita. 
Come si fa, allora, ad accogliere questa vita, la vita di Dio, che ci viene regalata, come un pastore regala la sua vita per le pecore? 
Come si fa ad accorgersi che la vita eterna inizia adesso, qui, sulla terra, ora, in questo preciso istante? Come si fa a chiamare “Re dell’Universo” un uomo, che ha per trono la croce della sua condanna a morte? 
Il Vangelo, come sempre, è più chiaro di ogni parola umana e di ogni tentativo di spiegazione. 
Quando il Signore Gesù verrà, e siederà sul trono della sua gloria dirà a tutti gli uomini: 
Ho avuto fame”: ad alcuni dirà: “voi mi avete dato da mangiare”; ad altri dirà: “voi no!”.
Ho avuto sete”: ad alcuni dirà: “voi mi avete dato da bere”; ad altri dirà: “voi no!”.
Ero straniero”: ad alcuni dirà: “voi mi avete accolto, in casa vostra, come vostro fratello”; ad altri dirà: “voi no, mi avete cacciato via, come si caccia via un animale pericoloso, che fa paura”. 
Ero nudo”: ad alcuni dirà: “voi mi avete vestito, non con abiti che altri hanno scartato, non con vestiti vecchi, rotti, che a voi non servivano più, ma con gli abiti più belli che avevate”; ad altri dirà invece: “voi no, vi siete accontentati di darmi quello che vi avanzava”.
Ero malato”: ad alcuni dirà: “voi mi avete visitato e con la vostra presenza avete reso più leggero il tempo della mia malattia”; ad altri dirà: “voi no, eravate così preoccupati delle vostre faccende, da non accorgervi neanche che ero malato!”.
Ero in carcere”: ad alcuni dirà: “grazie, perché siete venuti a trovarmi e nonostante i miei errori e i miei sbagli, continuate ad avere fiducia in me”; ad altri dirà “voi no, perché non avete creduto in me e i miei errori e i miei sbagli sono diventati l’unica cosa che vede di me!”.
Allora gli uni e gli altri chiederanno, stupiti o preoccupati: “Ma Signore, quando mai è successo tutto ciò? Quando sei stato affamato, assettato, straniero, nudo, malato, in carcere...?”.
Oggi, come allora, la risposta sembra essere ancora la stessa.


Fermandoci bene a riflettere, forse, il Vangelo è ancora capace di farci diventare un po’ più buoni, un po’ più umani, un po’ più figli, un po’ più fratelli. 
Ecco il nostro Re: un re che ci dona la vita perché possiamo gustare la bontà della sua vita e la bellezza di essere fratelli tra di noi e figli di un unico Padre. 
Solo così, da figli e fratelli, potremo allora dire di vivere per sempre "felici e contenti!". 

domenica 13 novembre 2011

TIEPIDAMENTE IN RISERVA

La parola “vangelo” deriva da un termine greco che tradotto in italiano vuol dire “buona notizia”, si sa, e ci sono anche tanti altri sinonimi, che ci fanno comprendere di cosa parliamo quando parliamo di vangelo: una buona notizia, un annuncio di speranza, un annuncio di gioia, delle parole belle, dei racconti che parlano di felicità e vita eterna, cioè di vita vera, di una vita che ci aspetta dopo le fatiche della nostra esistenza. 
Il vangelo è formato da una serie di racconti, di discorsi, di vicende che riguardano Gesù di Nazareth, la sua vita, la sua morte, la sua risurrezione, e a noi cristiani è chiesto dallo stesso Gesù non solo di venire a conoscenza di quanto lui ha fatto, non solo di sapere cosa sia successo duemila anni fa in Palestina, ma di vivere quanto Lui ci ha detto, per non rischiare di sprecare la nostra vita terrena e perdere di vista la cosa più importante: amare Dio come un Padre e tutti gli uomini come nostri fratelli. 
Eppure c'è qualche pagina del vangelo, che non sembra molto simpatica, che cerca di spiegare chi sia Dio in un modo un po’ strano, parlandoci, ad esempio, di un padrone che appare come un uomo duro, che miete dove non semina e raccoglie dove non ha sparso. Un uomo, insomma, che pretende tanto, anche troppo, dai suoi servi! E lo fa senza troppi problemi, senza chiedersi se sia giusto o meno, giudicando i suoi servi solamente da quanto sono stati capaci di fare. 
Perché Gesù racconta questa parabola? Perché Gesù ci presenta un’immagine di Dio così forte, che fa quasi paura? Se ci ha già detto in altre pagine del Vangelo che Dio è un padre disposto a perdonare, perché ora ce lo descrive come un padrone severo quasi che fosse un giudice ingiusto? 
Ci sono sicuramente due comportamenti diversi da parte del padrone: quello con i servi buoni e fedeli e quello con il servo malvagio e pigro. Due comportamenti diversi perché diversamente si sono comportati i primi due servi e il terzo: il primo servo è stato capace di raddoppiare la ricchezza che gli era stata affidata e passa da cinque a dieci talenti. Anche il secondo servo è stato capace di far guadagnare il suo padrone, raddoppiando quanto gli era stato dato. Il problema sorge quando si presenta il terzo servo: un talento affidato, un solo talento restituito. E il guadagno è pari a zero! 
Questi servi hanno avuto la possibilità di tenere tra le mani le grandi ricchezze del loro padrone: ognuno secondo la sua capacità, secondo le sue possibilità. Il padrone, che si è fidato ciecamente di quei suoi servi, potrà allora avere o no il diritto di provare piacere nel vedere aumentata la sua ricchezza e ad arrabbiarsi di fronte al servo pigro? 
Forse ci dà fastidio sentire parlare così, in maniera un po’ economica, di Dio, parlando di soldi, di guadagni, di banche, soprattutto in questo tempo di crisi, dove i soldi spesso mancano e chi ce ne chiede tanti sembra essere sempre un po’ antipatico. Ma qual è effettivamente la ricchezza che Dio mette tra le nostre mani? Quali sono quei talenti che il Signore ci ha donato e che spera con tutto il suo cuore di vederli moltiplicati dal nostro impegno? 
Sicuramente possono essere le cose che siamo capaci di fare: può essere la nostra intelligenza, può essere la nostra capacità in uno sport, in un’arte, nella musica; può essere la nostra bravura nel lavoro che facciamo. Allora dobbiamo impegnarci sempre di più, per andare bene a scuola, per ottenere risultati sempre migliori negli sport che pratichiamo, per avere successi lavorativi sempre nuovi. Insomma: bisogna darsi da fare! 
Ma c’è di più. La ricchezza, i talenti, che Dio mette a nostra disposizione sono anche i doni fondamentali che lui ci ha fatto. 
Vorrei ricordarne solo tre. 
Il primo tra tutti è il dono della vita. Una vita che non può essere noiosa: e se è noiosa vuol dire che c’è qualcosa che non va! Vuol dire che ci dobbiamo impegnare a vivere di più, perché fino a quel momento non lo abbiamo fatto abbastanza. La noia ci insegna come la spia delle automobili, che la nostra vita è in riserva, che ci serve altro carburante, che ci serve più vita. Di fronte alla noia possiamo stare ad aspettare, come il servo pigro, un po’ impauriti, oppure darci da fare, come i servi buoni e fedeli. 
Il secondo è il dono della fede. Una fede che non può essere come un bel vestito, da indossare solo la domenica mattina, e che quindi va custodito con cura, come quel talento sotterrato per paura, una fede che deve sporcarsi con la nostra vita; o come il pigiama che si mette la sera prima di andare a letto e viviamo la nostra notte nascosti sotto le coperte. Il dono della fede può e deve essere quel dono che ci permette di vedere e di comprendere tutta la vita in ogni suo momento in maniera più semplice, non solo con la testa, ma soprattutto con il cuore. 
E il terzo dono che il Signore ci fa è proprio un cuore capace di amare come Lui. Il cuore di ogni bambino, di ogni ragazzo, di ogni uomo e donna è capace di amare come Dio, e la prova vivente è proprio Gesù, che è uomo come noi e ci insegna, perché è Figlio, ad amare come sa amare solo il Padre, fino alla fine, fino a dare la vita. 
E allora, Signore, “fa’ che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza; rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo ritorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli, e così entrare nella gioia del tuo regno”.


mercoledì 2 novembre 2011

GOOD ALONE, AMAZING TOGETHER!

Quando passa l’estate e le vacanze lasciano il posto ad un nuovo anno lavorativo, ci prende spesso un sentimento, che sa un poco di tristezza e un poco di nostalgia. Quando passa l’estate e il caldo di quei giorni, si riaprono le ante degli armadi, per recuperare qualche maglione, qualche felpa, una giacca un po’ pesante. E tutti i giorni sembrano un po’ più pesanti. Si dice che la vita riprende il solito “tran-tran”, che tutto torna come prima, che anche la natura si intristisce e pare morire. Le piante perdono le foglie, il cielo diventa grigio, le giornate si accorciano...
I colori sembrano venire meno. 
Ok. Fin qui la parte melanconico-romantica del racconto. Ma la realtà è ben diversa. Almeno per quanto abbiamo potuto vedere, incontrare e vivere. I colori. I colori sono stati i protagonisti di un viaggio durato tre giorni. Destinazione: Firenze. Mete aggiuntive: Barbiana e Loppiano. Un giro toscano per una novantina di ragazzi e ragazze adolescenti, dei primi tre anni di scuola superiore, e per i loro educatori. Un’uscita, un viaggio, un pellegrinaggio. Forse qualcosa in più. Classico, ma non troppo. Una visita caratterizzata dai colori. Li abbiamo notati appena giunti presso Barbiana, mentre salivamo la strada in collina, che porta alla chiesetta di S.Andrea, alla casa-scuola di don Lorenzo Milani e al piccolo cimitero in cui il corpo di questo prete geniale riposa. Colori vivi, colori accesi, di piante, di cielo, di natura. Son colori visibili ad occhio nudo, ma non solo. Oltre all’apparenza delle foglie, abbiamo scorto le sfumature dei racconti di Michele, ex alunno della scuola di Barbiana. Sfumature che sanno di passione, di una vita spesa ad insegnare e ad imparare l’arte del vivere, la bellezza delle parole e la capacità di stare al mondo vivendo appieno la propria libertà. Michele non ha citato direttamente una delle frasi più famose di don Milani (quella di un calcio nel sedere domani per ogni parola sconosciuta oggi), ma durante il racconto della storia di Lucianino, allievo proveniente da una cascina a un’ora e mezza di strada dalla scuola, ci siamo tutti stupiti al sentire quanta fatica un tempo si faceva per non perdere neppure un giorno di scuola, quanta importanza le veniva data dagli alunni (o, come si dice a Barbiana, “creature”), dai genitori e dall’unico insegnante, che era don Lorenzo stesso. “Signor Priore, noi non siamo del suo popolo, noi stiamo dall’altra parte del monte, ma vorrei chiederLe di poter mandare nostro figlio alla sua scuola, perché non voglio che Lucianino rimanga tra noi meschini, capaci soltanto di fare l’”o” col fondo dei bicchieri”. Queste le parole di una madre, della madre di Lucianino, che chiedono a don Milani di prendere nella sua piccola scuola anche suo figlio, perché non rimanesse nell’ignoranza meschina e buia, perché crescesse imparando la bellezza dei colori della vita.
A protezione di quella scuola, come patrono di ogni studente, un santo monachello (Santo Scolaro) col libro di fronte al volto per far si che ogni studente possa immedesimarsi in lui, rappresentato in un mosaico di vetro. Bello, simpatico, colorato! Ci ha accolti poi una città fiorita: Firenze, immersa ancora in un clima tardo estivo, illuminata da un caldo sole che ci ha mostrato le bellezze di questa opera d’arte di città. L’abbiamo attraversata e visitata, a piccoli gruppi, con il sorriso sulle labbra, con la semplicità di un grande gruppo di amici. Qualcuno, incontrandoci, ci ha fatto i complimenti: perché eravamo in tanti (ma questo ha la sua relativa importanza), perché siamo stati educati, ma soprattutto perché siamo apparsi come “persone belle!”. Non so da cosa sia dipeso. Qualcosa, forse, la si è capita durante l’ultima giornata di viaggio, passata a Loppiano. In questa città abbiamo assistito alle testimonianze di numerosi giovani e famiglie appartenenti al movimento dei Focolarini, che hanno scelto di vivere la loro vocazione di cristiani nella forma di una comunione di vita, puntando tutto sull’ideale evangelico dell’essere una cosa sola. La caratteristica di Loppiano è l’internazionalità: fondata una cinquantina di anni fa, è nata dal grande sogno di Chiara Lubich: far nascere un luogo dove persone diverse potessero vivere insieme da fratelli, per mostrare che un mondo diverso può esistere. Ed esiste davvero! La messa di Tutti i Santi, celebrata insieme alla comunità locale, è stato un momento di intensa preghiera: animata dai giovani “Gen”, concelebrata con alcuni sacerdoti del posto, tutti noi ci siamo accorti della grande partecipazione a quel momento, forse anche aiutata dalla bellezza della chiesa in cui abbiamo celebrato l’Eucaristia. Le vetrate colorate, rappresentanti i misteri principali della nostra fede, illuminate dal sole di mezzogiorno, proiettavano su tutti noi i colori più belli. Vere anche per noi, allora, le parole della Lubich, che per spiegare l’esperienza dei Focolari diceva: “Il segreto è quello di aver rischiato la vita per il più grande ideale: Dio!”. Forse questi nostri giorni sono stati un po’ così: “rischiati”. “Rischiati” perché eravamo davvero tanti e quando si è in tanti a volte qualcosa di importante può sfuggire; “rischiati” perché non tutti ci si conosceva e il non conoscersi è spesso il motivo che frena dal vivere nuove esperienze; “rischiati” perché... abbiamo vissuto delle divertenti esperienze di incontri “notturni”. Ma questi, se permettete, rimarranno nostri ricordi. A tutti noi rimangono questi e tanti altri ricordi: i sorrisi, i canti, la semplicità e la simpatia di ragazzi adolescenti, che contrariamente a quanto si dice, hanno voglia di vivere una vita vera e piena; l’impegno dei giovani che regalano la loro vita come educatori; il desiderio di camminare ancora insieme, “rischiando la vita per l’ideale più grande: Dio!”.
E se anche tornando a casa abbiamo trovato la nebbia, il freddo, qualche foglia in meno sugli alberi, non fa nulla: i colori della vita e della fede vissute insieme ci hanno caricati, come in un sogno, fino alla prossima bella stagione.



Bella vita la nostra?
Sì!

domenica 23 ottobre 2011

Trillo - Il trillo è dato per la velocità

Il trillo è dato per la velocità. 
Scrivo questo "trillo" perché è così, nel tempo di un trillo, che ho visto trasformarsi l'umore di tante persone, questa mattina, tra una messa e l'altra. L'umore di tanti ragazzi e i loro occhi. Spaventati. 
Scrivo questo trillo non perché abbia voglia di aggiungere parole ai forse un po' scontati commenti circa l'accaduto. 
Scrivo questo trillo perché a metà pomeriggio un bimbo mi è venuto a cercare e tutto preoccupato mi ha chiesto: "Hai sentito cosa è successo al pilota ricciolino?". Alla mia risposta affermativa ha aggiunto: "Adesso il suo amico Valentino sarà triste e piangerà per tanto tempo". 
Già. 
Scrivo questo trillo perché qualcuno, nel tentare di realizzare il suo sogno, può perdere anche la vita; e penso sia questo il criterio più alto e sacrosanto per definire una passione che, paradossalmente, può far vivere.
Scrivo questo trillo perché al di là di tutto, al di là del fatto che non "tifavo" per lui, la morte oggi ha portato via un altro '87. Scusate se sono un po' orgoglioso di quest'annata e oggi un po' triste. 
Per quello che ho potuto vedere in questi nostri 24 anni, morte e strada son state fin troppe volte alleate. In maniera differente, sicuro. Ma con sempre lo stesso tragico finale a far riflettere e pensare, purtroppo o per fortuna, fin dalla più giovane età, a quel passaggio obbligatorio che tutti ci aspetta e dal quale, "grazie al cielo!", Qualcuno una volta per tutte ci ha già salvato! 

Il trillo è dato per la velocità.
On the road...



QUOTATION: "Vai e insegna agli angeli come si impenna"

giovedì 20 ottobre 2011

"IL RAGAZZO HA TALENTO!"

Il ragazzo ha talento!” 



Ha capito una cosa importante. Ha avuto una intuizione condivisibile e condivisa da molti, messa in pratica, forse, da un po’ di meno. Le parole dette in questa canzone di Niccolò Fabi parlano tanto: nelle immagini belle, simpatiche, leggere. Giovani. Sì, giovani! Senza ideologie o nostalgie. 
Agli adolescenti che ci sono stati affidati. 
A tutti...loro.

Non si può cercare un negozio di antiquariato in via del corso” 
Inutile è cercare una cosa preziosa, la direzione che ti spetta per essere te stesso, in un posto affollatamente caotico. La via del corso, il corso d’opera, il “diem” da cogliere a poco a poco, man mano che si va avanti, quell’importante viaggio che supera la meta.... Che confusione! 

Ogni acquisto ha il suo luogo giusto e non tutte le strade sono un percorso” 
Eccolo, eccolo il cammino! Ecco la meta, ecco la rotta da seguire: un percorso, non una strada, non un’evasione, non un branco, che si eccita di indignazione, non un fuoco da spegnere per aver sbagliato, non mani da mordersi per il rimorso, non rimpianti disillusi o rassegnati “vabbè”! 

Raro è trovare una cosa speciale nelle vetrine di una strada centrale.
Per ogni cosa c'è un posto ma quello della meraviglia è solo un po' più nascosto” 
 Meraviglia, stupore, passione. Voglia di conoscere. Lo diceva già Aristotele: “Prima meravigliati e poi conoscerai!” Cosa speri di trovare e capire se smetti di meravigliarti e di sperare? Troverai te stesso, forse, un po’ più vecchio. 

Il tesoro è alla fine dell'arcobaleno che trovarlo vicino nel proprio letto piace molto di meno” 
Cosa mi chiedi? 
Di capire. 
Che cosa? 
Come fare?
A far che? 
A trovare il tesoro. 
Che cos’hai nello zaino? 
Una tempesta, può bastare? 
Per iniziare, ovvio. 
E poi? 
E poi c’è l’arcobaleno. Ma prima fatica a cercarlo. Fatica a trovarlo. Fatica a crearlo. 

Come cercare l'ombra in un deserto o stupirsi che è difficile incontrarsi in mare aperto. 
Prima di partire si dovrebbe essere sicuri di che cosa si vorrà cercare dei bisogni veri. 
Allora io propongo per non fare confusione a chi ha meno di cinquant'anni 
 di spegnere adesso la televisione” 
Non partire se cerchi quell’ombra a sud. Non salpare se vuoi la compagnia di qualcuno nel mare dell’ovest. Non siamo gli unici a dirti che hai bisogno di una meta, di un sole che ti scaldi, di una polare che ti guidi, di un amore che ti ispiri, di una patria da sognare. Aspetta, fermati, in silenzio. Fai tacere e ascolta! Impara, una buona volta ad ascoltare il silenzio. Sentirai, alla fine di ogni suono, due battiti e una pausa: il tempo dei tuoi ricordi e lo spazio del tuo desiderio. 
Un sogno da realizzare. 

Non si può entrare in un negozio e poi lamentarsi che tutto abbia un prezzo se la vita è un'asta sempre aperta anche i pensieri saranno in offerta” 
Puoi andare lo stesso. Subito. Attento alle scottature e ai colpi di freddo. Le prime ti tolgono la pelle di dosso, anche se a procurarsele ci si diverte un sacco. Le altre, più facili e comuni, ti rallentano e possono intristirti. Non lamentarti: né il caldo né il freddo son male, è come ti ci metti nella vita che può fare la differenza. 

Ma le più lunghe passeggiate le più bianche nevicate e le parole che ti scrivo non so dove l'ho comprate di sicuro le ho cercate senza nessuna fretta” 
Mi sembra una bella assicurazione, no?



Perché l'argento sai si beve ma l'oro si aspetta



sabato 15 ottobre 2011

SORRISI "A GRATIS"

Nei giorni dei festeggiamenti per la mia ordinazione diaconale ho ricevuto numerose lettere e messaggi di auguri. Manifestazioni di affetto scritte, che rimangono come ricordi rileggibili in ogni momento, come faccio spesso in queste sere pensando ai volti e alla storia di queste persone e di cosa sono state nella mia vita. Tra questi biglietti, però, ce n’è uno che ho ritrovato proprio oggi, scritto da persone che non conosco. La busta esternamente è anonima. Dentro due fogli. Uno scritto e un disegno. 
Li riporto entrambi, perché voglio condividere questa bella semplicità che mi ha fatto sorridere...a gratis!

Ciao Andrea, tu non ci conosci ma noi sappiamo che sabato 1 ottobre riceverai l’ordinazione diaconale e il 9 giugno diventerai sacerdote. Siamo bambini di 4a e quest’anno riceveremo nella Messa di prima Comunione il Sacramento dell’Eucarestia. Ci siamo presi l’impegno di pregare per te chiedendo a Dio Padre di aiutarti ad essere sempre testimone del suo grande amore. “Risplenda sempre la tua luce davanti agli uomini”. Chiediamo anche a te di pregare per noi così che Gesù ci possa aiutare ad essere pronti ad incontrarlo nel pane e nel vino consacrati. 
 BUON CAMMINO 
Alessia 
AliceT.


Nella vita, come in matematica, la semplicità risolve un sacco di problemi. 
E ti fa pure sorridere! 


lunedì 3 ottobre 2011

RISPLENDA LA VOSTRA LUCE DAVANTI AGLI UOMINI

Cosa sia successo veramente lo devo ancora capire. Per il momento mi sono accorto che la parola grazie non basta a dire quello che sento per le tante persone che mi sono state vicino la settimana scorsa, sabato mattina, sabato sera e ieri. Non bastano sei lettere per esprimere quello che provo. O forse sì, forse bastano, nel senso che non servono altre parole quando ci si sente voluti così bene e si vuole ricambiare quel bene. Allora: GRAZIE!
Riporto, qui sul blog, il testo di quella specie di tentativo di discorsomeliapredichin-a di sabato sera. L’ho scritto pregando sul testo del Vangelo di Matteo (Mt 5, 13-16), pensando a quello che ho vissuto negli ultimi anni, ri-cordandomi (cioè ri-portando al cuore) tutti i volti delle persone a me più care e che ho incontrato lungo il mio cammino. Sapendo che qualcuno, per causa di forza maggiore e matrimoni vari, non ha avuto l’onore di annoiarsi ad ascoltarmi in diretta, ho voluto dar loro la possibilità di addormentarsi leggendola qui su Diapason. E poi… l’etichetta “da quale pulpito” finalmente potrà essere lecitamente usata, senza problemi di sorta.
Da quale pulpito?
Il mio!

"Risplenda la vostra luce davanti agli uomini"


È questa la frase del vangelo di Matteo, che i miei compagni ed io abbiamo scelto come motto per le nostre ordinazioni, diaconale e presbiterale. È un invito molto forte, che il Signore Gesù rivolge ai suoi discepoli, a tutti i suoi discepoli, cioè a tutti coloro che hanno capito, ad un certo punto della loro vita, che ASCOLTARE quello che Lui ha da dirci, STARE con Lui, INCONTRARLO il più spesso possibile (in una parola: SEGUIRLO), vale veramente la pena. Anzi: può valere veramente TUTTA UNA VITA!
Ci siamo voluti riconoscere in questo invito dopo che, per molti anni, siamo rimasti alla sua scuola, imparando da Lui. Abbiamo imparato tanto, è vero, ma dopo questi cinque anni di Seminario, posso dire  di aver ancora bisogno di tempo, di vita, per imparare sempre più a fare quello che Lui, il Maestro, ci chiede precedendoci sulla croce: Gesù, sulla croce una volta per tutte e nell'Eucaristia OGNI GIORNO, continua ad amarci, donandoci la sua vita, tutta intera!
E così ci insegna LA COSA PIÙ IMPORTANTE, al di là delle tante parole e delle tante teologie imparate: alla domanda "che cos'è l'amore?" (domanda che molti di voi in questi anni mi hanno fatto) la risposta è "dare la vita!", senza risparmiarla per qualche pigrizia o apparente vantaggio personale; perdere la vita, regalarla perché altri possano vivere. Come direbbe (o meglio, ha scritto) qualcuno: "l'amore è dare il sangue".
Ma chi può riuscire in questa impresa se perfino gli amici più intimi di Gesù, (gli amici!...più intimi di Gesù) al momento della verità della loro amicizia, sono TUTTI scappati?
Chi può riuscire a voler bene così, ad AMARE così, quando ci accorgiamo tutti i giorni di non essere capaci di perdonare neppure le persone che si stanno più vicino?

La vita, a volte, sembra essere colorata tutta di NERO, così che spesso non solo ci troviamo incapaci di provare sentimenti buoni nei confronti degli altri, ma addirittura di avere PAURA e di SCAPPARE: scappiamo da NOI STESSI, scappiamo dagli ALTRI, scappiamo dalla REALTÀ in cui viviamo e, alla fine, a furia di scappare da tutto, scappiamo anche da DIO!
Quando Gesù è stato tradito da Giuda e rinnegato tre volte da Pietro era NOTTE. C'era BUIO. Il NERO e le TENEBRE facevano da padroni. E questi discepoli del Maestro di Nazareth non riuscendo a  sopportare tutto questo nero, hanno avuto paura e sono scappati: l'uno facendola finita e l'altro piangendo amaramente per aver rinnegato e tradito il suo migliore amico.
Quando non riusciamo più a voler bene a chi ci sta accanto, allora la vita diventa buia, tenebrosa, come una notte senza stelle e senza luna. Senza più punti di riferimento, senza più LUCE, siamo spenti, annoiati, persi, a volte disperati.
Eppure, in una notte tanto buia, ci possono tornare alla mente le parole di Gesù:
"VOI siete la luce del mondo!"
Sembra strano, fatichiamo a crederGli, ma la fiducia che Dio, che è Padre, ripone in ciascuno di noi è così grande da poterGli far dire, per mezzo di suo Figlio, che NOI siamo la LUCE del mondo.

Noi possiamo essere quella luce che illumina le tante tenebre che avvolgono la vita.
Noi siamo quella luce capace di illuminare l'esistenza di chi ci vuole bene, di chi fa parte della nostra vita, di chiunque incontriamo ogni giorno, per strada, a scuola, al lavoro... .
Noi siamo quella luce, come piace dire a me, NONOSTANTE TUTTO! Sì, nonostante i nostri limiti, nonostante le nostre eterne fragilità, nonostante i nostri errori e peccati.
Noi tutti siamo quella luce di cui il mondo ha bisogno!

NON siamo quella luce, che da pochi giorni sappiamo non essere la più veloce, così invincibile, così perfetta. Perché spesso non siamo i più veloci, non siamo invincibili, né tanto meno siamo gente perfetta!
NON siamo quella "luce artificiale" che abbaglia per illuderci e inganna promettendo successo senza fatica e la fama eterna. Ce ne rendiamo conto sempre di più: chi vive in questo modo non è veramente felice!
NON siamo nemmeno quella luce che acceca i sensi, li stordisce, facendo dimenticare i problemi e la fatica del vivere, come farebbe una droga, come fa la droga!, che fa sballare la vita in un solo momento a prezzo di tutta la libertà!

NOI siamo la luce del mondo perché è Qualcun altro ad illuminarci, come succede alla Luna, che brilla nella notte della luce riflessa del Sole (e questo il nostro amico Vincent lo aveva ben capito!).
NOI siamo il sale della terra perché è Qualcun altro che ci insegna come essere SAPORE per la vita degli altri.
Noi siamo illuminati dalla Sua luce e possiamo far luce non perché siamo i più bravi o i più intelligenti, ma perché siamo TREMENDAMENTE amati da un Dio capace di ABBRONZARCI con il suo amore, del suo amore. Un Dio capace e che vuole regalarci la sua vita, tutta intera, tutti i giorni!
Straordinario!
È questo forse il segreto della nostra luminosità e del nostro essere sapore: non la bravura, non l'intelligenza, non la bellezza di come siamo fatti fuori, ma il continuo BISOGNO di ESSERE amati, di SENTIRCI amati e cercati da un Amore così grande!

Auguri a tutti, per le vostre, nostre, belle e luminose vite!